Ulisse: Leopold Bloom e Stephen Dedalus

Capitolo 17. Leopold Bloom ha portato a casa propria Stephen Dedalus. Il corrispettivo omerico è Itaca. Non ci sono Proci da uccidere ma scrupoli da esaminare razionalmente. Padre, Ulisse/Bloom, e figlio, Telemaco/Stephen Dedalus, si parlano ma restano diversi, per quanto ciascuno modificato dall’altro. L’episodio è organizzato con la tecnica catechistica: domande e risposte che esaminano razionalmente i due personaggi e a situazione. Riporto ciò che Bloom pensa di Stephen.

Originale

Which seemed to the host to be the predominant quality of his guest?

Confidence in himself, an equal and opposite power of abandonment and recuperation.

Traduzione di Giulio De Angelis

Quali sembravano al padron di casa le qualità predominanti dell’ospite?

Sicurezza di sé, una facoltà uguale ed opposta di abbandono e recupero.

Traduzione di Gianni Celati

Quali parevano all’ospite le qualità dominanti dell’ospitato?

Fiducia in se stesso, con uguale e opposta facoltà d’abbandono e ripresa.

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il Cittadino e Leopold Bloom

La mancanza di prospettiva del nazionalismo fanatico è radicato in forme di rivendicazione senza giustizia reale, profondità storica e umana. Un esempio dall’Ulisse di Joyce.

Joyce dedica un capitolo intero alla figura del Cittadino, un fanatico nazionalista irlandese che, nel parallelismo con l’Odissea, corrisponde a Polifemo. Il fanatico nazionalista è come vedesse la realtà e lo spazio pubblico con due sentimenti: l’amore per sviscerato per l’Irlanda e l’odio per tutto ciò che è inglese. Ed è il Ciclope che con il suo unico occhio non coglie la complessità. Leopold Bloom, uomo comune con un afflato cosmopolita ma anche una sorta di mite ebreo errante, inizialmente è intimorito dalla violenza verbale e dall’imponenza del Cittadino ma poi riesce a difendere il popolo ebraico contro il l’antisemitismo del Cittadino, che irato lancia contro Bloom una scatola di biscotti. Tanto tuonò che piovve.

Molte cose si possono dire del Cittadino. Una è il suo linguaggio: da un lato grossolano, violento, sprezzante quando parla della vita quotidiana e degli inglese; dall’altro aulico, mitico, elevato fino al ridicolo quando parla dell’Irlanda. Nel linguaggio del Cittadino, la vita quotidiana è il teatro di una lotta senza quartiere per ristabilire una giustizia violata nel passato, fonte inesauribile di acredine e odio. Mentre l’ideale è scollegato da qualsiasi riferimento alla realtà storica e materiale.

Un altro aspetto del Cittadino è il suo egoismo. Per lui è naturale che gli venga offerto da bere, da mangiare e quando Bloom si rifiuta di farlo si arrabbia. Al Cittadino occorre tributare onore dando cibo, birra. Questa è a forma del suo regno.

In fondo, il Cittadino, non ostante il termine suggerisca uguaglianza sociale e politica, si occupa benissimo dei propri interessi e non è minimamente interessato alla giustizia. La sua concezione del giusto prevede che la giustizia debba essere ripristinata, ma solo quando si fa torto a lui.

Verso il Bloomsday

Ineluttabile modalità del visibile: almeno questo se non altro, il pensiero attraverso i miei occhi. Sono qui per leggere le segnature di tutte le cose, uova di pesce e marame, la marea avanzante, quella scarpa rugginosa. Verdemoccio, azzurrargento, ruggine: segni colorati. Limiti del diafano. Ma lui aggiunge: nei corpi. Dunque ne era conscio in quanto corpi prima che in quanto colorati. Come? Battendoci sopra il cranio, si capisce. Vacci piano. Calvo egli era e milionario, maestro di coloro che sanno. Limite del diafano in. Perché in? Diafano, adiafano. Se puoi farci passare attraverso le cinque dita della mano è un cancello, altrimenti è una porta. Chiudi gli occhi e vedrai.

J. Joyce, Ulisse, Mondadori, Milano, 2016, “Proteo, La spiaggia”, pag 43, trad. italiana di Giulio De Angelis,

Profeta nato ad Harlem

Non fidarti mai

di un uomo

che viene

da te

con storie di

cazzo e

sorride

Implorando di

poterti dare

diamanti per

il tuo io

cosíííí talentuoso

Strappargli la maschera

dal viso

finché non vedi

il sangue colare

come il tuo

Parla del

vero problema

E non aver

paura di usare

parole di quattro lettere:

L-O-V-E

Funziona meglio di

una pallottola

baby

Willie Perdomo da Nuovi poeti americani, Einaudi, Torino, 2006, pag. 255.

AIDS e rivoluzioni

C’è questo sito, American Rethoric, che contiene discorsi significativi della vita politica e sociale americana. Di molti c’è la registrazione e la trascrizione. Tutta roba interessante. C’è anche il famoso discorso di Martin Luther King “I have a dream”. Per caso a scoperto un discorso emozionante.

19 agosto 1992, Republican National Convention. In autunno ci saranno le elezioni presidenziali e i contendenti sono Clinton e Bush padre. Vincerà Clinton ma probabilmente i Repubblicani sanno che difficilmente Bush riuscirà  a spuntarla con Clinton e tentano tutte le carte per sottrargli elettorato. Alla Convention appare questa donna Mary Fisher, una che più White Anglosaxon and Protestant non si può. Carina come una Barbie vestita stile anni Ottanta. E fa un discorso eccezionale, che American Rethoric classifica come uno dei migliori del XX secolo.

Ha preso l’AIDS dal marito che l’ha tradita. E non parla rabbiosamente del marito, non si mette a chiedere compassione o maledire nessuno ma si rivolge alla platea dei bacchettoni del partito Repubblicano che etichettano l’AIDS come castigo divino per gay e drogati e a un certo punto dice:

We may take refuge in our stereotypes, but we cannot hide there long, because HIV asks only one thing of those it attacks: Are you human? And this is the right question. Are you human? Because people with HIV have not entered some alien state of being. They are human. They have not earned cruelty, and they do not deserve meanness. They don’t benefit from being isolated or treated as outcasts. Each of them is exactly what God made: a person; not evil, deserving of our judgment; not victims, longing for our pity — people, ready for support and worthy of compassion.

Altro che il “Buttateli fuori!” a cui siamo abituati in questi tempi tristi e moralisti che si nascondono per troppo tempo nei loro stereotipi: “I malati di HIV non sono entrati in una strana condizione aliena. Sono umani. Non si sono guadagnati crudeltà e non meritano cattiveria. Ognuno di loro è esattamente ciò che fece Dio: persone che meritano compassione”.

Conclude affermando che lei, bianca malata di HIV vive assieme a bambini e gay malati e di essere destinata a morire come loro.

C’è molto appello elettorale in questo discorso, ma è rivoluzionario: un appello lanciato oltre l’ostacolo del dolore e della paura della morte per prendersi cura gli uni degli altri nell’assurdità della vita.