AIDS e rivoluzioni

C’è questo sito, American Rethoric, che contiene discorsi significativi della vita politica e sociale americana. Di molti c’è la registrazione e la trascrizione. Tutta roba interessante. C’è anche il famoso discorso di Martin Luther King “I have a dream”. Per caso a scoperto un discorso emozionante.

19 agosto 1992, Republican National Convention. In autunno ci saranno le elezioni presidenziali e i contendenti sono Clinton e Bush padre. Vincerà Clinton ma probabilmente i Repubblicani sanno che difficilmente Bush riuscirà  a spuntarla con Clinton e tentano tutte le carte per sottrargli elettorato. Alla Convention appare questa donna Mary Fisher, una che più White Anglosaxon and Protestant non si può. Carina come una Barbie vestita stile anni Ottanta. E fa un discorso eccezionale, che American Rethoric classifica come uno dei migliori del XX secolo.

Ha preso l’AIDS dal marito che l’ha tradita. E non parla rabbiosamente del marito, non si mette a chiedere compassione o maledire nessuno ma si rivolge alla platea dei bacchettoni del partito Repubblicano che etichettano l’AIDS come castigo divino per gay e drogati e a un certo punto dice:

We may take refuge in our stereotypes, but we cannot hide there long, because HIV asks only one thing of those it attacks: Are you human? And this is the right question. Are you human? Because people with HIV have not entered some alien state of being. They are human. They have not earned cruelty, and they do not deserve meanness. They don’t benefit from being isolated or treated as outcasts. Each of them is exactly what God made: a person; not evil, deserving of our judgment; not victims, longing for our pity — people, ready for support and worthy of compassion.

Altro che il “Buttateli fuori!” a cui siamo abituati in questi tempi tristi e moralisti che si nascondono per troppo tempo nei loro stereotipi: “I malati di HIV non sono entrati in una strana condizione aliena. Sono umani. Non si sono guadagnati crudeltà e non meritano cattiveria. Ognuno di loro è esattamente ciò che fece Dio: persone che meritano compassione”.

Conclude affermando che lei, bianca malata di HIV vive assieme a bambini e gay malati e di essere destinata a morire come loro.

C’è molto appello elettorale in questo discorso, ma è rivoluzionario: un appello lanciato oltre l’ostacolo del dolore e della paura della morte per prendersi cura gli uni degli altri nell’assurdità della vita.

 

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storie dell’era digitale: morte, vita, inganni e rivoluzioni

Andrew O’Hagan ha scritto queste tre storie dell’era digitale in cui si fondono in un intreccio inestricabile realtà, immaginazione, paranoia, politica e denaro, tanto denaro.

La prima è la narrazione del tentativo, fallito, di scrivere una storia di Assange, a partire dagli incontri fra l’autore e Assange stesso. O’Hagan racconta il fallimento del progetto a causa dei veti, delle censure e delle paranoie distruttive dell’attivista australiano.

La seconda è la storia della vita online di una persona morta; un’identità fittizia che vagabonda fra dark web, caselle postali di convenienza, passaporti falsi e numeri di assistenza sociale assegnati a una persona la sui esistenza è solo negli account delle piattaforme di vario tipo.

Infine il tentativo, forse fallimentare, di svelare chi si nasconde dietro il nome di Natoshi Nakamoto, lo sviluppatore dei bit coin e della blockchain.

Le storie espongono bene il tessuto di tecnica, psicologia, paranoia, genio, mistificazione, protagonismo e buchi della realtà, alle volte riempiti di ipotesi, alle volte semplicemente lasciati vuoti, tessuto che costituisce le storie con cui cerchiamo di mettere in ordine nell’esperienza e nel caos.

posso vedere?

Apri gli occhi ora. Lo farò. Un momento. E’ tutto scomparso da allora? Se li aprissi e rimanessi per sempre nel mero adiafano. Basta! Voglio vedere se posso vedere.

Adesso vedo. Lì tutto il tempo senza di te: e sempre sarà nei secoli dei secoli.

J. Joyce, Ulisse, Mondadori, 2000, Milano, a cura di Giulio De Angelis, pag. 44. Capitolo 3, Proteo. L’immagine è la spiaggia di Sandymount in cui si svolge il monologo di Stephen Dedalus da cui è tratta la citazione.

le storie e i giorni di ciascuno

“Nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, scrisse Terenzio in una sua commedia. Duemila anni dopo James Joyce nell’Ulisse riprende questa idea parlando di Shakespeare ma aggiungendo cose che Terenzio aveva lasciando in ombra.

Siamo al capitolo “La biblioteca”, Stephen Dedalus parla di Shakespeare, delle sue tragedie e del rapporto fra l’autore e la sua opera. Stephen in uno dei monologhi della discussione dice:

Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l’altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi.
(J. Joyce, Ulisse, Mondadori, Classici Moderni, Milano, 2016, pag. 229).

Il viaggio in noi e nell’umanità che si svolge giorno per giorno e e ogni giorno è un microcrono dilatato in macrocosmi individuali. Per quanto si cammini non si esce da sé stessi, implacabilmente. In qualche modo la ricchezza e la disperazione di questo vagabondare sulla stessa vecchia terra sono salvaguardati e contemplati nell’arte.

Una nota a margine: senza il teatro saremmo estranei a noi stessi.

Solaris

Il mio viaggio nella fantascienza ha raggiunto Solaris, di cui avevo visto la versione cinematografica di Tarkovskij quando era uscita in Italia nel 1974. Ho letto l’edizione di Sellerio, con traduzione di Vera Verdian dal testo polacco originale completo.

La storia narra di un astronauta che approda nella stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris in cui regna un’atmosfera di mistero e sospetto. Nessuno lo accoglie, i pochi ospiti della astronave sembrano angosciati, c’è un morto recente a cui si allude con circospezione, gli oggetti subiscono strane deformazioni, si avvertono presenze. Solaris è noto agli umani come il grande pianeta «vivente», un vasto oceano, che avrebbe dovuto conflagrare se la sua orbita avesse seguito le leggi della fisica. Ma è come dotato di capacità cosciente di reazione e questa capacità sembra legata alle apparizioni di fantasmi, proiezioni viventi di incubi, sogni e fantasie. Solaris, del resto, non solo sembra all’origine della materializzazione dei sogni e delle ossessioni degli astronauti ma è anche capace di produrre mimoidi, simmetriadi ovvero strutture colloidali che appaiono e scompaiono sulla superficie del pianeta.

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Un mimoide durante il giorno del sole azzurro, illustrazione di Dominique Signoret

Bella è la narrazione del continuo interrogarsi del protagonista che prima cerca di capire se vive in un delirio personale, poi si confronta con la comparsa della campagna suicida che appare nella stazione. Il tutto intercalato dall’esame degli studi su Solaris che hanno consumato per decenni menti brillanti senza che si sia giunta alla formulazione di una teoria univoca sul pianeta, per quanto si siano percorsi teorie sulla natura della realtà, dell’identità personale, della verificabilità. Il tutto proposto in un racconto in cui amore, stupore, diffidenza e angoscia si uniscono in un linguaggio chiaro.

La conclusione è ambigua e può far pensare che il protagonista si abbandoni al pianeta diventando tutt’uno con quella realtà inafferrabile concettualmente che è Solaris.