sulle fronde di facebook

E come possiamo noi postare
Mentre uomini cadono dagli aerei
E le donne saranno lapidate sulle piazze
O picchiate nelle case.

La leggerezza delle nostre libertà
Oggi pesa come lo sguardo
Di chi è stato tradito, da noi.

Ora che l’uscita degli USA dall’Afghanistan è completata, pubblico queste poche righe che ho scritto ad agosto. Non per altro ma solo perché penso alle donne, ai bambini, alle bambine e agli uomini rimasti.

Kabul oggi

Il fallimento di una generazione di politici, di militari, di organizzazioni non governative, di finanziatori, di imprenditori.

Per i prossimi anni non potremo essere altro che testimoni di violenza, uccisioni, distruzione. L’unica speranza è che gli afgani trovino il coraggio e la forza di liberarsi degli assassini che ora governano perché nessuno è stato capace di liberarsi dei corrotti che li hanno preceduti spianando la strada.

Per il resto è una vergogna. E essere almeno testimoni della morte e delle torture, sapendo che non è stato fatto nulla di efficace per evitarle.

divagazioni letterarie e non solo

Senza argomenti particolari scrivo. Riporto una lettura in corso: la presenza del sublime nella poesia e letteratura moderne. Moderne nel senso che si rifanno al Modernismo. Mi accorgo di sembrare un po’ intellettuale ma mi interessa.

Ma non solo di letteratura vive l’uomo. Quindi leggo anche il libro pubblicato nell’autunno 2020 dall’attuale Ministro dell’istruzione. Fino a ora una sintesi dell’economia e dello sviluppo industriale italiano. E poi rivoluzione digitale scandita dalle tecnologie XG.

Ascolto Spotify. Anna e marco di Lucio Dalla e i Pantera. Ma anche i Dreamtheater.

Discussione con una classe che non affronta apertamente i problemi.

E sotto il cielo vita e morte si susseguono, come sempre. E questi momenti riflettono in migliaia di migliaia di fili i mondi possibili, reali e quelli impossibili, con le loro lacrime e risa che vivono nel silenzio.

Il brusio fermo dell’universo sussurra con tenerezza all’orecchio. E ci si può commuovere.

Amleto, Shakespeare

Atto primo, scena prima

Bernardo: Chi va là?
Francisco: Rispondi a me, piuttosto. Fermati e fatti riconoscere.
Bernardo: Evviva il re!
Francisco: Bernardo!
Bernardo: Proprio lui.
Francisco: Sei venuto puntualmente alla tua ora.
Bernardo: Son suonate adesso le dodici. Vattene a letto Francisco.

Atto quinto, scena seconda

Orazio: Anche di questo vi dovrò parlare, e per suo desiderio: e i suoi voti altri ne trarranno con sé. Ma che ogni cosa si faccia subito, ora che gli animi della gente stanno sospesi e sgomenti, affinché per via d’altri intrighi o errori non si diano altre sventure.
Fortebraccio: Quattro capitani trasportino Amleto, come un soldato, sul palco. Messo alla prova del governo, egli avrebbe dimostrata probabilmente una tempra regale. E per la sua dipartita la musica militare e le cerimonie di guerra suonino alte. Togliete i cadaveri: uno spettacolo come questo si addice al campo di battaglia, ma qui appare assai fuori luogo. Andate, ordinate ai soldati di sparare.

W. Shakespare, Amleto, BUR, 1975, traduzione di Gabriele Baldini.

Ulisse: il Ciclope

Siamo stati derubati, dice. Saccheggiati. Insultati. Perseguitati. Prendendoci quello che ci apparteneva di diritto. In questo stesso momento, va avanti a dire alzando il dito, venduti all’asta in Marocco come schiavi o come bestiame.
– Parla della nuova Gerusalemme sionista? chiede il cittadino.
– Sto parlando dell’ingiustizia, fa Bloom.
– Giusto, dice, John Wyse. Ma allora alzatevi e lottate da uomini.
Eccovi qua un’illustrazione da calendario. Bersaglio per pallottole dumdum. Vecchio faccione lardoso spavaldamente ritto contro la bocca d’un cannone. Per la madosca., starebbe meglio a adornare uno spazzolone, ma ci vorrebbe un grembiale da bambinaia. Poi casca giù d’un tratto, si contorce e diventa floscio come uno straccio bagnato.
– Ma non serve, fa lui. La forza, l’odio, la storia, tutto. Non è vita questa per uomini e donne, odio e insulti. Tutti sanno che è il contrario di quello che si dice una vera vita.
– E cosa sarebbe? chiede Alf.
– L’amore, dice Bloom. Voglio dire l’opposto dell’odio. Ora devo andare, poi dice a John Wyse. Devo fare un salto al palazzo do giustizia per vedere Martin.

J. Joyce, Ulisse, Einaudi, pagina 457, traduzione di Gianni Celati.

Iliade: inizio e conclusione

Canta, Musa, l’ira di Achille Pelide,
l’ira sciagurata che lutti innumerevoli impose
agli Achei precipitando alla casa dei morti molte
anime forti di eroi e facendo dei loro corpi
la preda di cani, il banchetto di rapaci: si attuava
il piano di Zeus da quando, scontratisi, si separarono
l’Atride capo di genti e Achille divino.
Quale dio li spinse a scendere in lotta?

Presero una cassa d’oro in cui deposero
le ossa avvolte in morbide vesti vermiglie
e subito la interrarono in una buca profonda coprendola
con grosse pietre strettamente serrate fra loro.
In fretta eressero un tumulo con le guardie disposte
tutt’intorno perché non venissero all’attacco gli Achei
dalle forti gambiere ed eretto il tumulo tornavano indietro.
Poi, radunatisi, partecipavano a un banchetto magnifico
nella casa di Priamo, il sovrano nipote di Zeus.
Così celebravano il funerale di Ettore domesticatore di puledri.

Omero, Iliade, Mondadori, Milano, 2018.

La nascita della tragedia: inizio e conclusione

Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’Apollineo e del Dionisiaco, similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente.

Ma un vecchio Ateniese, guardando con il sublime occhio di Eschilo chi avesse tali sentimenti, potrebbe però replicare: “Ma aggiungi anche questo, tu, bizzarro straniero: quanto dovette soffrire questo popolo, per poter diventare così bello! Ora però seguimi alla tragedia e sacrifica con me nel tempio delle due divinità!”.

F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 1989.

Metafisica: inizio e conclusione

Inizio

Tutti gli uomini sono protesi per natura alla conoscenza: ne è un segno evidente la gioia che essi provano per le sensazioni, giacché queste, anche se si metta da parte l’utilità che ne deriva, sono amate di per sé, e più di tutte le altre è amata quella che si esercita mediante gli occhi. Infatti noi preferiamo, per così dire, la vista a tutte le altre sensazioni, non solo quando miriamo a uno scopo pratico, ma anche quando non intendiamo compiere alcuna azione.
Libro primo, 980a.

Fine

I risultati di siffatte teorie sono, dunque, questi, e se ne potrebbero raccogliere anche di più; ma il fatto stesso che quei filosofi si sobbarcano a tante sofferenze per spiegare la generazione dei numeri, senza riuscire, per altro, a pervenire a nessuna conclusione, sembra testimoniare che gli enti matematici non hanno una esistenza separata, come alcuni pretendono, dalle cose sensibili, e che i principi della realtà non sono affatto questi.
Libro XIV, 1093b-25

Aristotele, Metafisica, in Opere vol 6, Laterza, Bari – Roma, 1988, traduzione di Antonio Russo.

Apollo

Diceva pregando: lo udì Febo Apollo

e scese dalle cime d’Olimpo sdegnato in cuore.

Portava l’arco a tracolla e la chiusa faretra.

Tintinnarono sulla spalla le frecce del dio furibondo

mentre avanzava scivolando simile a notte,

poi si fermava un po’ discosto dal campo e scoccò una freccia:

sibilo pauroso scattò dall’arco d’argento.

Dapprima puntò muli e cani veloci,

poi prendeva a drizzare sugli umani lo strale accuminato

e scoccava: roghi di cadaveri ardevano fitti.

Omero, Iliade, Mondadori, 2018, Milano, a cura di Franco Ferrari, canto I versi 43 – 52.

Immagine: il padre di Criseide implora Agamennone perché liberi la figlia.

Ulisse, Itaca

Perché l’assenza di luce lo disturbava meno della presenza del rumore?
A cagione della sicurezza del senso del tatto nella sua mano ferma, piena, maschile, femminile, passiva, attiva.

Quale dono possedeva essa (la sua mano) seppur con tendenze contraddittorie?

Il dono chirurgico operatorio, sennonché era riluttante a spargere sangue umano anche quando il fine giustificava i mezzi, preferendo, nel loro ordine naturale, l’elioterapia, la psicofisicoterapeutica, la chirurgia osteopatica.

J. Joyce, Ulisse,