leggere tutto

A fine anno scolastico perdo il controllo delle letture, fra le altre cose. Nulla di grave, non fraintendetemi: esagero con i croissant, mangerei spesso hamburger con patatine e altre cose del genere.

Il vero problema sono i libri. Guardo le copertine sugli scaffali di casa, nella biblioteca di scuola, nelle librerie e anche nelle edicole. Sfoglio le pagine, leggo l’indice di qualsiasi cosa mi capiti sotto mano e sono preso dal desiderio di acquistare o portare a casa. Non ho ritegno e nessun criterio di selezione: politica estera, storia, letteratura, autori noti, sconosciuti, filosofia, scienze, sociologia, musica. La frenesia di non aver tempo per leggere e sapere tutto mi devasta. Quindi ogni sera prendo un libro dagli scaffali e lo porto con me, leggo le prime pagine, lo appoggio sul comodino e poi mi addormento. La mattina dopo lo porto a scuola infilandolo nella borsa. So perfettamente che non avrò il tempo di leggerlo e dopo poco mi dimentico di averlo con me. Dopo qualche giorno scopro 4 o 5 libri nella borsa.

So che non riuscirò a leggerli ma insisto per averli con me per un atto di scaramanzia. Ma è solo che la fine dell’anno scolastico mi lascia scoperto, come se dopo le discussioni con gli studenti, i concetti spiegati avessi un fondo insoddisfatto che ha ancora bisogno di qualcosa che non riesco a focalizzare e che la riduzione dell’impegno delle lezioni lascia libero, senza freni. E’ veramente una frenesia senza scopo. Un’avidità senza senso che dovrei incanalare da qualche parte.

Un po’ di riposo fa bene.

Alcuni degli ultimi libri:

  • Giorgio Pestelli, Il genio di Beethoven;
  • Giuseppe Mammarella, Europa e Stati Uniti dopo la guerra fredda;
  • Massimo Mugnai, Possibile/necessario;
  • Claudia Attimonelli, Vincenzo Susca, Pornocultura. Viaggio nel fondo della carne;
  • Patrizia Pedrini, L’autoinganno;
  • Ernst Cassirer, Vita e dottrina di Kant;
  • Immanuel Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero.

Più innumerevoli articoli di giornali e almeno 4 stampe di PDF dedicati a Big data, Circular economy e qualcosa di politica.

Devo riposare.

isis, scelte errate e uomini

Ho letto questo libro ormai da qualche mese. Stile a metà fra il giornalistico e la narrazione con aspirazioni storiche sostenuta da una grande mole di documenti e testimonianze. Racconta con ordine e da diversi punti di vista eventi, biografie, interviste e mappe. Insomma un lavoro imponente scritto e organizzato bene. L’autore, Joby Warrick ha meritatamente vinto il suo secondo Pulitzer.

Bandiere nere chiarisce alcune cose degli USA: la miopia, le menzogne dell’amministrazione di George W. Bush Jr. L’inerzia pavida di Obama. Ma su tutto e tutti regna sovrana la difficoltà, o incapacità, a interpretare il Medio Oriente da parte di servizi segreti e politici. Molte dei funzionari, ambasciatori, militari che avevano vissuto e lavorato in Medio Oriente hanno cercato di far cambiare alcune scelte dell’Amministrazione, frutto spesso di una certa intransigenza, dei politici. Ma inutilmente.

Allo stesso tempo, il libro descrive i regimi locali, che si sono retti per decenni su violenze e arbitrii inauditi. Le biografie dei terroristi hanno alcuni tratti ricorrenti, fra tutti la permanenza per qualche anno in prigioni, costruite nel deserto, custodite da aguzzini sadici. Il riferimento religioso intransigente, radicale è divenuto per costoro la ragione per cui sono sopravvissuti alle prigioni salvando la propria dignità di esseri umani. In molti terroristi, poi, ci sono tratti di psicopatia e di delinquenza.

Il libro si conclude con un ritratto del Re di Giordania, che lo descrive come colui che può far uscire l’area dalla violenza del terrorismo.

purificare e distruggere

semelinAnni fa comprai un libro di Jacques Semelin: Purificare e distruggere. Esamina diversi stermini, genocidi che si sono succeduti nel Novecento: Shoah, ex Jugoslavia, Ruanda. Il sottotitolo è “Usi politici dei massacri e dei genocidi”.

La ricchezza e la complessità dello studio, che ha richiesto più di venti anni di ricerche e studi, emerge dai titoli dei capitoli:

  1. Gli immaginari della distruttività sociale
  2. Dal discorso incendiario alla violenza sacrificale
  3. Contesto internazionale, guerra e media
  4. Le dinamiche del massacro
  5. Le vertigini dell’impunità
  6. Gli usi politici dei massacri e dei genocidi

Il libro è poderoso, 500 pagine compresi indici e bibliografia, e confesso di averlo letto irregolarmente e non in sequenza. Tuttavia è molto interessante. Le analogie con il presente sono molte e potrebbe essere facile stabilire delle corrispondenze troppo schematiche e rigide, tuttavia alcune cose mi danni da pensare. Uno dei fattori ricorrenti della violenza politica è l’isolamento mediatico, imposto o frutto di eventi storici, per cui le notizie provenienti dagli “altri” sono false, inattendibili, espressione di un complotto politico o economico. Ora nella società condivisa, quale pare essere quella in cui viviamo, l’isolamento potrebbe essere ridotto: informazioni distribuite e pubbliche, empatia e quant’altro possono rendere più difficile la strategia politica dell’isolamento. Ma non ne sono così certo, perché proprio l’angoscia suscitata dall’infinita massa dei dati innesca chiusura, sordità, impermeabilità a ciò che smentisce le mie idee.

In questo senso mi vengono in mente due frammenti di Eraclito:

Perciò bisogna seguire ciò che è comune: il Discorso è comune, ma i più vivono come avendo ciascuno una loro mente.

Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio.
Eraclito. I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Mondadori – Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1994, frammenti 7 e 9.

libertà civile: un memo

La libertà civile consiste anche nel non poter essere costretti a fare qualcosa che la legge non ordina; […] Ma la libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono; e se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non ci sarebbe più libertà, perché gli altri avrebbero a loro volta lo stesso diritto. E’ vero che che questa libertà si trova solo nei regimi moderati, cioè in quelli la cui natura è tale che nessuno è costretto a fare le cose a cui la legge non lo obbliga o a non fare quelle che la legge gli consente.

Tratto da Enciclopedia, o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. 1751 – 1772, Feltrinelli, Milano, 1966, Vol. II, pag. 426, a cura di Alain Pons, traduzione Elena Vaccari Spagnol.

Informazioni sull’Encyclopedie.

Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, 1939

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Il buio oltre la siepe, lettura

Ho letto Il buio oltre la siepe, di cui scrivo qui e qui. Un bel libro, ricco di personaggi interessanti e verosimili, con una storia ben congegnata; il finale è inaspettato e coerente. Mi piace perché è una storia del tutto autosufficiente il cui intreccio non si affida a nulla di esterno ai personaggi ma è un tutto unitario concluso in sé stesso.

La storia è raccontata da una ragazzina, Scout, figlia di Atticus e sorella minore di Jem. Credo che possa rientrare nel genere del romanzo di formazione poiché narra del passaggio dall’infanzia alle soglie dell’adolescenza di Scout. Sono diversi i percorsi che la ragazza vivace, intelligente e irriverente compie nel mondo sonnacchioso ma ricco di storie e zone d’ombra di una contea dell’Alabama. Le vicende di Scout, Jem e dell’amico estivo Dill orbitano attorno a una casa misteriosa che nasconde un misterioso abitante che non esce mai. Poi c’è il padre, Atticus Finch, onesto e intelligente avvocato, conoscitore della legge e degli uomini, incaricato di difendere un nero, Tom Robinson, accusato di aver violentato una ragazza bianca. Atticus riesce a dimostrarne l’innocenza ma la giuria del tribunale locale lo condanna. Per quanto ci siano ancora diverse possibilità per arrivare a un verdetto d’innocenza, Tom spaventato cerca di scappare dalla prigione in cui è stato incarcerato e viene ucciso. Poi anche Scout e Jem rischiano la vita, ma lascio al lettore la risoluzione dell’avventura.

Due cose che vorrei dire.

La prima è un episodio in apertura del libro. Scout, che ha imparato a leggere e scrivere con il padre, va scuola. La maestra segue un metodo scolastico comune a tutti, innovativo e definito dal Ministero dell’istruzione secondo le più aggiornate scoperte della psicologia scientifica. Purtroppo la maestra non accetta che la ragazza sappia già scrivere e le impone il metodo in modo rigido e perfino offensivo. Scout inizialmente si ribella ma poi impara a non contrapporsi frontalmente e a seguire la maestra. Con leggerezza Harper Lee descrive come Scout impari a nascondersi di fronte alle istituzioni e come le istituzioni applichino le proprie logiche senza pensare alle differenze. Scout vive in una zona popolata di idee e uomini, misteriosa e pericolosa collocata fra la famiglia e lo stato, la zona della comunità locale.

La comunità locale segue correnti proprie, e qui giungo al secondo punto. Una sorella di Atticus si inserisce, chiamata da Atticus stesso, nella vita della famiglia, perché “i bambini diventano selvaggi perché non possono essere educati dal solo padre”. Un’idea di cui la zia è portratrice ma che Scout, Jem e neanche Atticus condividono neo fatti è quella di seguito. E’ Scout che parla:

Non so come, avevo sempre creduto che la “gente per bene” fosse la gente capace dell’uso migliore del proprio buon senso; lei invece era dell’opinione, espressa in modo indiretto, che più a lungo una famiglia era attaccata a un pezzo di terra, più per bene era. (Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, Milano, 2016, pag. 135)

Mi pare la quintessenza del razzismo e della chiusura di una comunità di fronte ai cambiamenti. Qui viene anche teorizzato un valore precedente e indipendente a qualsiasi evento possa mutare l’ordine dato.

Aggiungo come nota a margine una variante a questo principio. Da un paio di anni mi sono trasferito in un comune vicino a Torino. Ho ottenuto il trasferimento di residenza e sono iscritto nelle liste elettorali. Ma dopo qualche tempo di residenza ho scoperto che secondo i miei compaesani questo non basta per appartenere a pieno titolo alla comunità. Si è membri riconosciuti della comunità solo dopo averci abitato per una certa quantità d’anni. Io che ci vivo da due anni sono cittadino da un punto di vista istituzionale ma non lo sono per la comunità. Crede che fra 10 anni, se sarò ancora qui, allora lo sarò. Ma ci sarà sempre qualcuno che mi ha preceduto e che è vissuto qui da più tempo di me. Perché il passato non si compra.

Alla luce di ciò, teniamo in buon conto le fratture e le discontinuità per essere “gente per bene”.

Il buio attorno e nella siepe

Qualche tempo fa avevo scritto del libro Il buio oltre la siepe chiedendomi se è e quanto venisse letto.

La realtà è peggiore della fantasia: negli USA qualche madre chiede di eliminarlo dalle scuole perché c’è una terminologia razzista. Da quanto riporta l’articolo, la scandalizzata signora non distingue fra il valore letterario e la terminologia diseducativa. Fraintendendo completamente il significato di opera d’arte, aggiungerei io.