Solaris

Il mio viaggio nella fantascienza ha raggiunto Solaris, di cui avevo visto la versione cinematografica di Tarkovskij quando era uscita in Italia nel 1974. Ho letto l’edizione di Sellerio, con traduzione di Vera Verdian dal testo polacco originale completo.

La storia narra di un astronauta che approda nella stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris in cui regna un’atmosfera di mistero e sospetto. Nessuno lo accoglie, i pochi ospiti della astronave sembrano angosciati, c’è un morto recente a cui si allude con circospezione, gli oggetti subiscono strane deformazioni, si avvertono presenze. Solaris è noto agli umani come il grande pianeta «vivente», un vasto oceano, che avrebbe dovuto conflagrare se la sua orbita avesse seguito le leggi della fisica. Ma è come dotato di capacità cosciente di reazione e questa capacità sembra legata alle apparizioni di fantasmi, proiezioni viventi di incubi, sogni e fantasie. Solaris, del resto, non solo sembra all’origine della materializzazione dei sogni e delle ossessioni degli astronauti ma è anche capace di produrre mimoidi, simmetriadi ovvero strutture colloidali che appaiono e scompaiono sulla superficie del pianeta.

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Un mimoide durante il giorno del sole azzurro, illustrazione di Dominique Signoret

Bella è la narrazione del continuo interrogarsi del protagonista che prima cerca di capire se vive in un delirio personale, poi si confronta con la comparsa della campagna suicida che appare nella stazione. Il tutto intercalato dall’esame degli studi su Solaris che hanno consumato per decenni menti brillanti senza che si sia giunta alla formulazione di una teoria univoca sul pianeta, per quanto si siano percorsi teorie sulla natura della realtà, dell’identità personale, della verificabilità. Il tutto proposto in un racconto in cui amore, stupore, diffidenza e angoscia si uniscono in un linguaggio chiaro.

La conclusione è ambigua e può far pensare che il protagonista si abbandoni al pianeta diventando tutt’uno con quella realtà inafferrabile concettualmente che è Solaris.

leggere tutto

A fine anno scolastico perdo il controllo delle letture, fra le altre cose. Nulla di grave, non fraintendetemi: esagero con i croissant, mangerei spesso hamburger con patatine e altre cose del genere.

Il vero problema sono i libri. Guardo le copertine sugli scaffali di casa, nella biblioteca di scuola, nelle librerie e anche nelle edicole. Sfoglio le pagine, leggo l’indice di qualsiasi cosa mi capiti sotto mano e sono preso dal desiderio di acquistare o portare a casa. Non ho ritegno e nessun criterio di selezione: politica estera, storia, letteratura, autori noti, sconosciuti, filosofia, scienze, sociologia, musica. La frenesia di non aver tempo per leggere e sapere tutto mi devasta. Quindi ogni sera prendo un libro dagli scaffali e lo porto con me, leggo le prime pagine, lo appoggio sul comodino e poi mi addormento. La mattina dopo lo porto a scuola infilandolo nella borsa. So perfettamente che non avrò il tempo di leggerlo e dopo poco mi dimentico di averlo con me. Dopo qualche giorno scopro 4 o 5 libri nella borsa.

So che non riuscirò a leggerli ma insisto per averli con me per un atto di scaramanzia. Ma è solo che la fine dell’anno scolastico mi lascia scoperto, come se dopo le discussioni con gli studenti, i concetti spiegati avessi un fondo insoddisfatto che ha ancora bisogno di qualcosa che non riesco a focalizzare e che la riduzione dell’impegno delle lezioni lascia libero, senza freni. E’ veramente una frenesia senza scopo. Un’avidità senza senso che dovrei incanalare da qualche parte.

Un po’ di riposo fa bene.

Alcuni degli ultimi libri:

  • Giorgio Pestelli, Il genio di Beethoven;
  • Giuseppe Mammarella, Europa e Stati Uniti dopo la guerra fredda;
  • Massimo Mugnai, Possibile/necessario;
  • Claudia Attimonelli, Vincenzo Susca, Pornocultura. Viaggio nel fondo della carne;
  • Patrizia Pedrini, L’autoinganno;
  • Ernst Cassirer, Vita e dottrina di Kant;
  • Immanuel Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero.

Più innumerevoli articoli di giornali e almeno 4 stampe di PDF dedicati a Big data, Circular economy e qualcosa di politica.

Devo riposare.

Camus in classe

In una quinta stiamo trattando l’Esistenzialismo; dopo aver esposto alcune cose di Heidegger ho voluto far leggere qualcosa di Camus. Non di Sartre. Si sono rivelati più attenti di quanto mi aspettassi. Alla fine della lezione gli studenti avevano bisogno di scherzare, come accade ogni volta che sia esce da una prova impegnativa.

Ho letto brani da La peste e da L’uomo in rivolta. Da La peste, fasi iniziali, quando il protagonista, il dottor Rieux, si trova per la prima volta di fronte alla parola terribile “peste” e reagisce come tutti i suoi concittadini: “I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sula testa. (…) Quando scoppia una guerra, la gente dice : ‘Non durerà, è cosa troppo stupida’. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.” (A. Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pag. 30). Poi la conclusione, “Ma egli sapeva che questa cronaca non poteva essere la cronaca di una vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore, e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici.” (pag. 235).

Ovvero la rivolta dell’individuo contro la morte, la violenza per proteggere assieme agli altri ma senza eroismi la vita delicata che ci è capitata: “Il male che un solo uomo provava diviene peste collettiva. In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del ‘cogito’ nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. E’ un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo”” (A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 2012, Milano, pp. 26-27).

Uno studente ha trovato in un ragionamento di Camus un proprio pensiero. Una ragazza ha voluto capire meglio il rapporto fra rivolta dell’individuo contro l’ingiustizia e la difesa di qualcosa. Ho parlato della possibilità di prendersi cura senza per questo perdersi nelle inflazioni dell’eroismo ma impegnandosi in quel ritorno dell’identico che è la vita quotidiana.

isis, scelte errate e uomini

Ho letto questo libro ormai da qualche mese. Stile a metà fra il giornalistico e la narrazione con aspirazioni storiche sostenuta da una grande mole di documenti e testimonianze. Racconta con ordine e da diversi punti di vista eventi, biografie, interviste e mappe. Insomma un lavoro imponente scritto e organizzato bene. L’autore, Joby Warrick ha meritatamente vinto il suo secondo Pulitzer.

Bandiere nere chiarisce alcune cose degli USA: la miopia, le menzogne dell’amministrazione di George W. Bush Jr. L’inerzia pavida di Obama. Ma su tutto e tutti regna sovrana la difficoltà, o incapacità, a interpretare il Medio Oriente da parte di servizi segreti e politici. Molte dei funzionari, ambasciatori, militari che avevano vissuto e lavorato in Medio Oriente hanno cercato di far cambiare alcune scelte dell’Amministrazione, frutto spesso di una certa intransigenza, dei politici. Ma inutilmente.

Allo stesso tempo, il libro descrive i regimi locali, che si sono retti per decenni su violenze e arbitrii inauditi. Le biografie dei terroristi hanno alcuni tratti ricorrenti, fra tutti la permanenza per qualche anno in prigioni, costruite nel deserto, custodite da aguzzini sadici. Il riferimento religioso intransigente, radicale è divenuto per costoro la ragione per cui sono sopravvissuti alle prigioni salvando la propria dignità di esseri umani. In molti terroristi, poi, ci sono tratti di psicopatia e di delinquenza.

Il libro si conclude con un ritratto del Re di Giordania, che lo descrive come colui che può far uscire l’area dalla violenza del terrorismo.

purificare e distruggere

semelinAnni fa comprai un libro di Jacques Semelin: Purificare e distruggere. Esamina diversi stermini, genocidi che si sono succeduti nel Novecento: Shoah, ex Jugoslavia, Ruanda. Il sottotitolo è “Usi politici dei massacri e dei genocidi”.

La ricchezza e la complessità dello studio, che ha richiesto più di venti anni di ricerche e studi, emerge dai titoli dei capitoli:

  1. Gli immaginari della distruttività sociale
  2. Dal discorso incendiario alla violenza sacrificale
  3. Contesto internazionale, guerra e media
  4. Le dinamiche del massacro
  5. Le vertigini dell’impunità
  6. Gli usi politici dei massacri e dei genocidi

Il libro è poderoso, 500 pagine compresi indici e bibliografia, e confesso di averlo letto irregolarmente e non in sequenza. Tuttavia è molto interessante. Le analogie con il presente sono molte e potrebbe essere facile stabilire delle corrispondenze troppo schematiche e rigide, tuttavia alcune cose mi danni da pensare. Uno dei fattori ricorrenti della violenza politica è l’isolamento mediatico, imposto o frutto di eventi storici, per cui le notizie provenienti dagli “altri” sono false, inattendibili, espressione di un complotto politico o economico. Ora nella società condivisa, quale pare essere quella in cui viviamo, l’isolamento potrebbe essere ridotto: informazioni distribuite e pubbliche, empatia e quant’altro possono rendere più difficile la strategia politica dell’isolamento. Ma non ne sono così certo, perché proprio l’angoscia suscitata dall’infinita massa dei dati innesca chiusura, sordità, impermeabilità a ciò che smentisce le mie idee.

In questo senso mi vengono in mente due frammenti di Eraclito:

Perciò bisogna seguire ciò che è comune: il Discorso è comune, ma i più vivono come avendo ciascuno una loro mente.

Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio.
Eraclito. I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Mondadori – Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1994, frammenti 7 e 9.

libertà civile: un memo

La libertà civile consiste anche nel non poter essere costretti a fare qualcosa che la legge non ordina; […] Ma la libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono; e se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non ci sarebbe più libertà, perché gli altri avrebbero a loro volta lo stesso diritto. E’ vero che che questa libertà si trova solo nei regimi moderati, cioè in quelli la cui natura è tale che nessuno è costretto a fare le cose a cui la legge non lo obbliga o a non fare quelle che la legge gli consente.

Tratto da Enciclopedia, o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. 1751 – 1772, Feltrinelli, Milano, 1966, Vol. II, pag. 426, a cura di Alain Pons, traduzione Elena Vaccari Spagnol.

Informazioni sull’Encyclopedie.

Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, 1939

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.