litigare, anche violentemente 

Poi ci sono quelle volte in cui ci sono due persone, anche preparate e competenti, ma così simili nel modo di accostarsi ai problemi ed entrambe così drasticamente decisioniste che corrono verso l’unico esito possibile: il reciproco rimprovero perché l’altro è proprio ciò che io stesso sono. Ovvero si litiga e ci si fa la guerra quando due persone occupano lo stesso spazio politico, concreto o psicologico.

Non è la diversità il problema ma quando scopro che l’altro è nel o minaccia il mio spazio.

Insegnare filosofia, di nuovo

Niente da fare è difficile. Uno può partire dal web, dal libro di testo, dai testi originali o dalla vetusta “lezione frontale”, che poi è quella ancora largamente usata dai colleghi, quale sia la strada intrapresa alla fine resta uns domanda dal sapore amaro: fra le pagine chiare e le pagine scure, di tutta la saggezza e la follia dei filosofia, delle parole liberatorie e prigioniere, delle analogie imprigionate, cosa resta di tutto ciò, e dell’altro che c’è stato, nella persone a cui ho parlato e con cui ho discusso per anni? 

Quando saranno nel momento cruciale della scelta, quando sarà difficile districarsi fra le possibilità da cui dipenderà il loro destino, quando le parole sembrare ed essere avranno un significato molto reale, ci sarà ancora anche una sola delle parole che ci siamo scambiati?

Le mani che ci sostengono

Per molti anni ho vissuto nella certezza, ingiustificata, che dovessi fare da solo. Prevaleva in me l’idea che dovessi affrontare i problemi senza avere a fianco nessuno. Qualsiasi difficoltà incontrassi, me ne facevo carico senza mettere in conto la possibilità del sostegno di qualcuno. Senza riflettere troppo sui costi e i benefici delle imprese in cui mi imbarcavo ma sentendomi una specie di eroe e martire solitario.

Cieco e sordo di fronte alle mani e alle parole che mi sostenevano e mi accompagnavano, mi pare di essere stato responsabile di un generale sciupio affettivo e creativo di cui mi rammarico. A ben guardare direi che è stata un’usura che ha logorato me stesso in primo luogo.

Tuttavia delle mani soccorrevoli e delle parole gentili ci sono state e oggi posso essere loro grato per quel poco che ho fatto. Ora si tratta di ricominciare rinunciando alla solitaria gloria del “fai da te” per vivere con i cittadini di una nazione che ho frequentato poco.

chiedere scusa

Salvo che non accada quando si schiaccia inavvertitamente il piede di uno sconosciuto sul bus, chiedere scusa è impegnativo.

Se chiedo scusa significa che mi sono accorto di aver recato un danno e me ne assumo la responsabilità. Ci sono diverse variabili: la volontarietà o l’involontarietà dell’atto che ha danneggiato; la libera iniziativa di chi chiede scusa; l’entità del danno provocato; le circostanze che hanno portato alla o condizionato l’azione; la risonanza data alla dichiarazione; l’impegno a riparare il danno; l’impegno a non ripetere l’azione dannosa e altre cose ancora. Per esempio, delle scuse chieste volontariamente in pubblico alla persona che ho volontariamente danneggiato, impegnandomi a fare qualcosa per riparare, ci paiono moralmente più “vere” di chi viene costretto da qualcosa di esterno o senza la disponibilità a fare qualcosa per riparare il danno e a non ripetere ciò che ha danneggiato. In alcune tradizioni religiose e in molte comunità di recupero tossicodipendenti o alcolisti, incontrare le persone che si sono danneggiate, scusarsi e fare qualcosa per riparare fa parte del cammino di redenzione o di abbandono delle dipendenze.

Tutto ciò implica un cambiamento o l’impegno a un cambiamento. Si ricomincia a vivere ma in modo diverso e il rapporto fra le persone coinvolte non è più lo stesso.

Chiedere scusa è uno dei modi in cui si ricomincia.

Sul referendum: ho dei problemi

Ho dei problemi a rendere pubbliche le mie riflessioni e la mia scelta sul referendum costituzionale. Per diverse ragioni non sempre riesco a far sapere una mia posizione, se è diversa da quella presa da persone amiche  che stimo: forse un po’ temo che la differenza me le allontani per sempre. Del resto nel gruppo di chi fa la mia stessa scelta trovo persone discutibili o che non inviterei mai a prendere neanche un caffè, figurarsi comprare un’automobile e reciprocamente ci sono molte persone con cui ho condiviso ben più di un caffè fra il gruppo di chi dice di votare diversamente da me.

Insomma non è una questione di simpatie personali. E questo lo si sapeva già. Ma in tutto quello che leggo mi pare si dimentichi che il referendum chiede di esprimere una scelta, la quale ha una certa dose di arbitrarietà, ovvero nessuno è costretto dalla logica a scegliere necessariamente una o l’altra risposta. Se fosse una cosa logica non ci sarebbe da decidere ma solo da “applicare”. E la scelta non è applicazione della soluzione già determinata logicamente o tecnicamente. Ma da quello che leggo scopro che chi voterà in un modo è “stupido”, “incapace”, “venduto”, “refrattario”. Sempre si dimentica che è una scelta collegata a visioni politiche, sull’uomo e sul potere. Da una reazione al mondo che in ultima analisi è l’emozione che viviamo nel mondo.

Del resto siamo anche in una situazione profondamente diversa da quando si votò lo Costituzione: usciti dalla guerra allora fu facile fare fronte comune per la Repubblica contro la Monarchia. Oggi dobbiamo fare un salto che allora non era necessario: essere capaci di dire “noi” anche se la nostra scelta si rivelerà sconfitta. Essere capaci di chiarire la nostra identità e progettare un futuro non solo in termini di contrapposizione e negazione dell’altro ma in termini positivi di costruzione comune nella diversità.

scrivere e leggere

Scrivere è una questione di rigore. Sudore, rilettura, sudore, imprecazioni, sudore, mal di schiena e parole che non vengono. Poi ottieni un paragrafino molto semplice che ti soddisfa così così, come qualcuno dice in una canzone che non ricordo.

Tutto per trovare una forma invisibile, intangibile che manco sappiamo cosa sia e da dove salti fuori.

Ma chi è che dice che è un divertimento? Accetto trasformazione ma divertimento mi pare azzardato.

Leggere, invece, è tutta un’altra cosa. Sudore, rilettura, invidia, imprecazioni, sonno, fatica e concentrazione. Senza contare che alcune idee e ragionamenti possono destabilizzarti per tutta la vita. Sempre che uno le capisca. Ci sono libri e passaggi che mi hanno impegnato per anni e ancora oggi mica li capisco. Lo stesso vale per alcune canzoni o dei brani musicali. Non credo che chi scrive un libro di 300 pagine sian sano di mente. Solo un grande dolore o qualcosa – senso morale? disperazione? speranza? vanità? – prossimo al delirio lo può spingere a compiere un’impresa del genere. Shakespeare, che razza di bastardo crudele e spietato sarebbe diventato senza la scrittura? Uno che concepisce Jago, o Riccardo III, è capace di qualsiasi cosa. Meno male per lui e per noi che aveva la penna in mano. Anche se non basta creare un personaggio come Riccardo III per trasformare certi pensieri.