wiki di storia

Ci riprovo con la didattica digitale. Questa volta con storia.

Studenti e studentesse di una terza hanno raccolto in una scheda delle informazioni sulla propria città di residenza: nome, anno di fondazione, fotografie dei resti medioevali. La scheda deve contenere anche almeno un dato personale: da quando sono residenti nella città.

Inizialmente avevo pensato di far fare una timeline online ma non ho trovato dei servizi online che mi soddisfacessero. Allora sono atterrato sulla piattaforma MOODLE della scuola. La classe scriverà un wiki cronologico delle città aggiungendo foto, informazioni, link e citazioni a mano a mano che procederemo con il programma. L’idea è mettere in relazione i grandi processi storici con la realtà vicina e allo stesso tempo abituare al lavoro di gruppo. Il massimo sarebbe che il progetto andasse avanti per tutto il triennio. Vediamo che sarà, nel frattempo ho creato il corso, caricato l’elenco dei ragazzi e delle ragazze su MOODLE.

Ci sono alcune cose da decidere con la classe. Riprenderò il discorso.

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primo giorno di un nuovo anno

Domani inizia un nuovo anno scolastico, per me. Oggi hanno iniziato le prime, domani le altre classi.

Anche se conosco la maggior parte delle classi provo sempre un po’ di tensione: in un’estate le persone cambiano. Anche io sono diverso: mi sono tagliato la barba. Ho visto alcuni fra studenti e studentesse, passati oggi per delle informazioni. Chissà cosa sono diventati in questi mesi estivi, durante i quali hanno pregustato qualcosa della vita da adulti. Le classi terze spesso vogliono fare bella figura. Chissà come sono.

Poi ho assegnato dei compiti delle vacanze un po’ impegnativi, lettura di alcuni libri. Ma dovevano anche scegliere e commentare un’immagine. Vediamo cosa hanno fatto. Magari pubblico le cose migliori sulla piattaforma della scuola.

In genere la prima ora dopo le vacanze non è troppo impegnativa poiché non ci si avventura in spiegazioni o interrogazioni. In realtà c’è almeno una studentessa che deve essere interrogata, subito! Comunque ci sono emozioni di segno diverso, si colgono nello sguardo più articolato delle quinte; in quello un po’ spaccone e spaventato delle quarte; e in quello incerto e curioso delle terze.

Chissà cosa dirò e come si svolgeranno le lezioni. Non vorrei che una certa consuetudine con la routine scolastica mi privi del senso della scoperta avventurosa.

su studenti e professori

In primo luogo, ignoro chi siano le persone cui mi rivolgo e che in alcuni casi mi pongono delle domande. Talvolta, a fine lezione, durante l’intervallo resto in aula esausto a osservare chiedendomi come siano le loro giornate, i loro progetti, le loro sofferenze, le loro felicità. Goffamente eleganti nella vita che sta crescendo in loro, camminano cercando un’identità e un ruolo. Io cerco di figurarmi come potranno essere i loro volti tra 10, 20, 30 o 40 anni. Alcuni hanno espressioni già antiche; i profili di altri evocano quadri rinascimentali. Posso dire, per esperienza, che stanno attraversando un periodo cruciale dell’esistenza i cui risvolti si chiariranno nel corso del tempo. Avranno successo, non necessariamente sociale, se riusciranno a dire ed elaborare alcune delle emozioni profonde, delle correnti sotterranee che li stanno trascinando chissà dove: una rabbia contro i genitori; un amore inconfessato per il vicino o la vicina di banco; una vergogna sociale; magari l’imbarazzo per il proprio corpo e altro ancora. Ma per ora lottano con e contro se stessi mentre il docente, in questo caso io, cerca di inserirsi per indicare loro qualcosa, un concetto, un’idea, confidando nella plasticità neuronale della gioventù. Ma resta una lotta estenuante condotta in mezzo a resistenze psicologiche, fraintendimenti linguistici, fantasmi concettuali, debolezze adolescenziali, istinti inflessibili. Una lotta rischiosa, dall’esito incerto e dal percorso accidentato.

Poi c’è la densità di ciò che devo insegnare perché lo stato mi paga per farlo, cosa di cui sono veramente felice. Già trattare alcuni concetti è arduo: testi che hanno plasmato la vita occidentale e del mondo per millenni; definizioni e ragionamenti frutto di anni, decenni, secoli di analisi, revisioni, riflessioni; idee sui cui rimugino dal mio liceo per metterli a fuoco; il tutto condensato in 2, 3 ore di lezione. A peggiorare la situazione ci sono gli orari: un’ora di filosofia dalle 10 alle 11, magari dopo un’ora di matematica, una di storia dell’arte e prima di 3 ore di italiano. Come è possibile? Cosa possiamo sperare di ottenere? Come posso illudermi che gli studenti seguano? Per questo mi pare che nella maggior parte dei casi, gli studenti e le studentesse che incontro, facciano del loro meglio. Magari studiano a memoria alcune cose o balbettano una terminologia del tutto aliena, ma posso realmente giudicarli per questo? Comunque un tentativo fallito è qualitativamente diverso, oltre che distante anni luce, dall’inerzia di chi copia.

Di tutto ciò resterà al massimo l’immagine del professore conservata in una foto, in un ricordo; anche la sua voce a mano a mano svanirà. Fra 20 o 30 anni alcuni ricorderanno l’adolescenza, ma sarà più l’emozione per ciò che sono stati che non la memoria di ciò che un docente ha cercato di mostrare, e che magari ha modificato la loro vita. Per sempre.

Il mestiere che faccio è difficile, pericoloso e in qualche misura destinato a essere dimenticato.

esami: salutare gli studenti

Li vedi uscire dall’aula calda e umida, poi li intravedi sorridere agli amici e ai parenti che aspettavano fuori. Tu, invece, resti dentro a decidere assieme alla commissione l’esito dell’esame e infine il voto.

E’ in pratica l’ultima volta in cui studenti e professori si vedono. Dopo sarà un’altra cosa: gli studenti non vorranno far sapere troppo della loro vita e i professori non potranno coinvolgerli nelle lezioni e nelle interrogazioni. Certo che da questo punto di vista è un mestiere strano: condividi con 70, 100, 180 persone pensieri, emozioni e sorprese legate agli aspetti più impegnativi della storia, della mente dell’umanità e tutto ciò in qualche modo resta immerso in una profondità esistenziale spesso inconsapevole, circoscritto a un periodo i cui resti riemergeranno anni o decenni dopo. In alcuni casi, le nozioni sopratutto quelle procedurali, restano. Qualcuno dirà di aver acquisito il “metodo di studio” ma credo che avesse già una forma di rigore latente e che abbia avuto la fortuna di incontrare persone che la hanno lasciata emergere.

Si vorrebbe dire un’ultima cosa a quegli uomini e donne che escono dall’aula. Guardarli ancora una volta negli occhi per far capire loro che hanno un po’ di tempo, ma non troppo; che hanno molte possibilità, ma non troppe; che la vita è dura ma incontreranno meraviglie, stupori e sorprese inimmaginabili; che la vera lotta è con se stessi e non con i fatti e gli altri; che lo studio è servito, anche se non vogliono dirselo.

Uno vorrebbe stipulare una pace dopo le battaglie condotte nelle aule per la conoscenza e non sempre è possibile.

le domande agli esami: alle volte delle trappole

Poi ci sono le domande e non è che siano temute solo dagli studenti. Per esempio, la prima domanda è rischiosa perché condiziona l’andamento complessivo dell’esame. Anche se conosci gli studenti e li hai interrogati negli anni, resta l’incertezza perché temi di chiedere ciò che mette in difficoltà lo studente.

Ogni studente, inoltre, ha una dotazione di circuiti neuronali personali con cui occorre sintonizzarsi. L’esame dovrebbe verificare se e quali lo studio ha consolidato negli anni. Ed è come cercare il filo di una rete immersa nell’acqua profonda del mare, con quello strumento alle volte grossolano che è il linguaggio. Tipicamente il docente ha delle reti neuronali abbastanza robuste e controllate con anni di letture, lezioni e interrogazioni che sfrutta con una certa flessibilità e capacità di ridisegnare il discorso a seconda degli eventi improvvisi, dei segnali para linguistici, dell’opportunità e dell’intuizione. Insomma può pescare nel mare della mente degli studenti usando come ami le parole.

Ma alle volte il docente ha una concezione troppo elevata del proprio compito, ha le idee troppo chiare sulla propria disciplina, cui solo pochi possono innalzarsi. A questi è riservato il trattamento degli eletti: l’interrogazione non segue il “programma”, in genere detto con il tono con cui si insulta, ma si muove liberamente negli spazi eterei della conoscenza e dell’unione mistica fra studente e docente. Per tutti gli altri c’è la domanda trappola: “Parli di ciò che preferisce”. Apparentemente per facilitare lo studente, ma di fatto per metterlo in difficoltà con la minaccia implicita: “Non ho responsabilità di ciò che ti chiedo perché sei tu che lo hai scelto”. In questi casi le domande seguono il circuito che il docente ha in mente, e al candidato non resta altro che assecondare, annuendo passivamente, il percorso terminologico snocciolato dall’esaminatore, crudelmente gentile, fino al congedo suggellato dalla fredda dichiarazione: “Passi al collega.” In genere le parole sono accompagnate dal gesto di chiusura del libro di testo. Come a concludere un discorso che il candidato non poteva capire. Ma la trappola era già stata predisposta con la prima domanda, “Mi dica ciò che vuole”. Il docente osserva con compassione il candidato caduto, ma ne gode perché la presunta purezza della sua disciplina è stata preservata. Lo studente, intrappolato in una domanda a doppio legame, subisce una violenza psicologica e un’umiliazione intellettuale, e passa al docente successivo con il senso di una sconfitta. E ritrovare termini, parole, collegamenti per chi arriva dopo è difficile, alle volte impossibile.

esame di stato 2017

Allora, si comincia. I primi giorni sono faticosi per le incombenze burocratiche, per i documenti da leggere, le griglie da redigere e verbalizzare.

Si inizia a parlare con i “membri esterni” ovvero colleghi di altre scuole che compongono la commissione d’esame. E con due professori che si parlano, prima o poi il discorso tocca argomenti cruciali come le misere condizioni in cui versa la cultura italiana. Questo è il modo in cui i docenti si riconoscono e si annusano.

Uno degli argomenti è se la commissione debba essere di soli interni, scelta che per me ha reso ridicoli gli esami. Ricordo gli anni di commissioni di soli interni e di studenti promossi per “il percorso fatto negli anni” mica per quanto fatto all’esame.

Poi i ragazzi e le ragazze. Ma di questo più avanti. Per ora il caldo ci fonde come sottilette in un unico polpettone.

leggere tutto

A fine anno scolastico perdo il controllo delle letture, fra le altre cose. Nulla di grave, non fraintendetemi: esagero con i croissant, mangerei spesso hamburger con patatine e altre cose del genere.

Il vero problema sono i libri. Guardo le copertine sugli scaffali di casa, nella biblioteca di scuola, nelle librerie e anche nelle edicole. Sfoglio le pagine, leggo l’indice di qualsiasi cosa mi capiti sotto mano e sono preso dal desiderio di acquistare o portare a casa. Non ho ritegno e nessun criterio di selezione: politica estera, storia, letteratura, autori noti, sconosciuti, filosofia, scienze, sociologia, musica. La frenesia di non aver tempo per leggere e sapere tutto mi devasta. Quindi ogni sera prendo un libro dagli scaffali e lo porto con me, leggo le prime pagine, lo appoggio sul comodino e poi mi addormento. La mattina dopo lo porto a scuola infilandolo nella borsa. So perfettamente che non avrò il tempo di leggerlo e dopo poco mi dimentico di averlo con me. Dopo qualche giorno scopro 4 o 5 libri nella borsa.

So che non riuscirò a leggerli ma insisto per averli con me per un atto di scaramanzia. Ma è solo che la fine dell’anno scolastico mi lascia scoperto, come se dopo le discussioni con gli studenti, i concetti spiegati avessi un fondo insoddisfatto che ha ancora bisogno di qualcosa che non riesco a focalizzare e che la riduzione dell’impegno delle lezioni lascia libero, senza freni. E’ veramente una frenesia senza scopo. Un’avidità senza senso che dovrei incanalare da qualche parte.

Un po’ di riposo fa bene.

Alcuni degli ultimi libri:

  • Giorgio Pestelli, Il genio di Beethoven;
  • Giuseppe Mammarella, Europa e Stati Uniti dopo la guerra fredda;
  • Massimo Mugnai, Possibile/necessario;
  • Claudia Attimonelli, Vincenzo Susca, Pornocultura. Viaggio nel fondo della carne;
  • Patrizia Pedrini, L’autoinganno;
  • Ernst Cassirer, Vita e dottrina di Kant;
  • Immanuel Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero.

Più innumerevoli articoli di giornali e almeno 4 stampe di PDF dedicati a Big data, Circular economy e qualcosa di politica.

Devo riposare.