Copenaghen: una società di introversi

Ovvero una fantasticheria psicologica senza fondamenti fattuali, indimostrabile e forse un po’ stereotipata.

Il titolo è un ossimoro: due introversi da soli in una stanza vogliono evitarsi. Eppure a camminare per le strade di Copenaghen mi si è formata in mente questa frase. 

E se due introversi dessero origine a una società complessa, regolata da norme implicite ed esplicite, con dispositivi di avvicinamento e allontanamento raffinati, segnali impercettibili ai più? Sono come animali abissali che aggirandosi solitari nelle profondità si incontrano, si annusano, sprizzano luci, si riproducono e poi riprendono la loro esistenza elaborando per anni l’esperienza vissuta.

Una società di introversi?

E’ una società ad alto tasso di tecnologia con la quale si pianificano tragitti in bus, prenotazioni in ristoranti, incontri usando regole, dispositivi che auto dichiarano il proprio funzionamento e la finalità così da permettere la relazione in modo prevedibile e controllabile. Ci sono applicazioni per le poste, per insegnare, per viaggiare in bus grazie ai quali gli introversi possono progettare le giornate, le settimane, i mesi, gli anni e la vita. Il fascino del planning sugli introversi o gli insicuri sociali che vedono squadernata la vita con una serie di linee e punti, di avvisi, di segnali sui tabelloni. Le tracce della propria vita lampeggiano sui device trasformando in un’opera grafica e sonora scelte, percorsi, incontri e vicoli ciechi.

Attenzione, però: nessuna nostalgia per il tempo andato, che era veramente un inferno per gli introversi, costretti a parlare annaspando in una serie di imbarazzi. E’ solo chi non ha problemi a parlare con gli sconosciuti che non ha bisogno di mezzi per rassicurare che il messaggio sia stato spedito, sia arrivato e letto. In ognuna delle fasi. 

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Copenaghen: entrare nelle aule

Ogni volta che si visita una scuola estera gli istituti italiani ne escono massacrati. La scuola nella nuova zona di Orestad non fa eccezione. La zona è di nuovissima costruzione e sembra che i danesi ne siano particolarmente orgogliosi. Io l’ho visitata in una fredda giornata di marzo che anche i danesi ritengono degna di novembre, perciò mi pare meno vivace. Sarà anche la piatta pianura in cui giace Orestad ma non riesco ad apprezzare l’architettura, che in in alcuni edifici mi pare troppo squadrata. In lontananza si vedono edifici originali.

Entrati nell’edificio dell’Orestad Gymnasium si è inebriati dallo stesso odore di legno e cere per legno dei musei. Roba da restare senza fiato. Sono le 9 di mattina e regna la quiete. In una sala si tiene un esame: una cinquantina di studenti lavorano sui propri computer.

Siamo accolti da un simpatico e cordiale docente che ci guida nell’edificio. L’intera scuola è un open space in cui studenti e professori si muovono, studiano, fanno amicizia e vivono. Ci sono aule ma sono del tutto trasparenti per cui dall’esterno si vedono docenti e studenti lavorare. L’essere sotto lo sguardo di tutti esercita un controllo sociale notevolissimo. Ragazzi e ragazze scherzano e lavorano ma non si sentono rumori o schiamazzi. L’impressione è che qui si studi sul serio.

Assisto, assieme ai colleghi a una lezione di storia. L’argomento è la colonizzazione danese; la lezione si apre con la presentazione di un lavoro di gruppo: ogni gruppo ha dovuto scrivere una lettera destinata al re di Danimarca per invitarlo a eliminare la schiavitù. La lettera doveva essere accompagnata da un disegno dell’ipotetico mittente e doveva rispettare alcune semplici regole: attenersi a dei documenti forniti dalla docente, rispettare il linguaggio dell’epoca e fornire ragioni di vario tipo – economico, umanitario, morale, politico – ma in ogni caso con argomenti robusti. La lezione, tenuta in danese, è stata assai partecipata e allo stesso tempo composta. La spiegazione della docente si è sviluppata trattando il problema di come si formi una coscienza storica e tramite quali mezzi: radio,libri, televisione. Non c’era un solo quaderno. I ragazzi non usano libri di testo cartacei.

Ma poi ci sono problemi comuni. Il principale è che la scuola neanche in Danimarca è più un fattore di mobilità sociale.

Copenaghen: partire

Partecipo a un corso di formazione europeo dedicato alla didattica digitale. La modalità è decisamente innovativa e poco nota in Italia: job shadowing. Ma di questo parlerò nei prossimi giorni.

Sono partito con il bus diretto a Malpensa in una tiepida giornata primaverile di Torino per atterrare in una gelida terra nordica battuta da un vento forte e tagliente. E pensare che ho sempre pensato che tagliente fosse un’espressione letteraria un po’ stantia, invece le gocce d’acqua ti tagliano la pelle del viso senza pietà. Sotto metto due foto dall’aereo: una il paesaggio italiano e l’altra il paesaggio danese.

Come sempre mi accade quando esco dagli italici confini, ho la netta percezione di conoscere un modo civile, avanzato, laborioso e gentile.

Il terminal 2 di Malpensa un caos totale con code disordinate. L’arrivo all’aeroporto di Copenaghen è entrare in un mondo ordinato con distributori automatici di biglietti di bus e treni che puoi pagare in contanti, con carta di credito e bancomat.

E poi le bici. Quante biciclette nelle fredde strade. Aggiunegrò delle fotografie.

gioventù e maturità

L’immagine di questo articolo gira su internet. Mi fa pensare allo studente che sono stato.

Ho fatto il liceo scientifico al Liceo Carlo Cattaneo di Torino. Non studiavo e prendevo brutti voti. Mi hanno rimandato a settembre dalla prima alla terza in più materie assortite; alla fine del primo quadrimestre di quarta ero pressoché spacciato: l’unica sufficienza era uno striminzito 6 di matematica che spiccava in un mare di 4, 5 oltre che un fulgido N.C. in chimica. Mia madre “caldamente” mi richiamò ai miei doveri, presi delle lezioni di chimica, studiai le altre materie e mi promossero a giugno. Ne fui orgoglioso.

I compagni mi dicono che ero molto agitato e che discutevo sempre con la docente di filosofia. Ricordo di essere stato agitato ma non le discussioni.

Ricordo che non stavo bene, che ogni giorno era un inferno, che scrivevo racconti, poesie e un diario, che non sapevo come fare con le ragazze, che mi annoiavo, che leggevo i classici della letteratura, che rabbiosamente volevo fare la rivoluzione ma più come fantasia che come evento reale. In fondo temevo di farmi male e in una rivoluzione sicuramente ci si può graffiare e molto probabilmente si prendono dei cazzotti, se va bene.

Di quale adulto avrei avuto bisogno? Di una professoressa che almeno una volta mi avesse risparmiato l’umiliazione di fronte alla classe di darmi il 4 che meritavo. Di qualcuno che mi avesse detto che quella merda in cui vivevo sarebbe passata e che mi avesse spiegato come fare a fidarsi degli altri. E poi qualcuno che mi avesse aiutato a capire le persone e le ragazze. Le ragazze sopratutto. Qualcuno che si ricordasse di me e che tralasciando i miei fallimenti mi dicesse “bravo!”. E in effetti di cinque anni di liceo ricordo il professore di italiano che elogiò un mio tema su Manzoni. E la professoressa di matematica che dovendomi interrogare di fisica l’ultimo giorno di scuola, mentre tutti erano fuori gioiosi, mi guardò mentre scrivevo alla lavagna e mi disse “Vada Cameron che è sufficiente”. Di tutti gli altri nebbia e fastidio.

esami di stato: tesine seconda puntata

Come

Le tesine hanno argomenti ricorrenti e come per altri casi il problema non è la “cosa” ma il come.

Alcuni metodi sono chiari e non se ne può parlare più di tanto: roba scaricata da chissà dove qualche tempo prima dell’esame. Altri propongono un percorso più articolato con scelte personali. Meglio i secondi.

Argomenti

I Supereroi sono ricorrenti. Il corpo, in varie declinazioni, ha una certa frequenza. Il periodo d’oro de “I sogni” sembra definitivamente tramontato. Per fortuna. Ogni tanto appare il famigerato rapporto fra D’Annunzio e Nietzsche. Sesso quasi mai. Amore talvolta. I totalitarismi sono estinti.

Comunque la presentazione “Power Point” è un must che gli studenti espongono in piedi di fronte alla commissione neanche fossero dei condannati di fronte al plotone di esecuzione.

esami di stato: la “tesina”

Durante gli orali gli studenti devono rispondere a delle domande su matematica, fisica, italiano, lingua straniera e altre. Ma l’esame orale inizia con la “tesina”: l’esposizione di un argomento scelto dallo studente; la tesina deve essere trattato in modo multi/inter/pluri disciplinare (a ognuno dei prefissi corrisponde almeno una teoria pedagogica che non è interessante trattare qui). È l’occasione in cui ragazze e ragazzi possono impegnarsi in una ricerca collegata a sé stessi e alle materie studiate.

È inutile farsi illusioni: spesso sono fragili, abborracciate, poco originali. Ma c’è lo sforzo di dare forma a un’idea e non solo di riferire, valutare in base a parametri dati.

Ci vanno tutte e due le cose. Elaborare idee e valutare. Creare e analizzare. Attivare un dialogo fra dentro e fuori.

Dall’anno prossimo la tesina verrà eliminata e al suo posto ci sarà l’esposizione delle proprie esperienze di Alternanza Scuola Lavoro.

esami di stato: sorprese

Il passaggio difficile agli esami è mettere a fuoco le persone che scrivono i temi, preparano tesine, cercano di indovinare la risposta gradita al docente.

Sono lì di fronte alla commissione ma anche distanti come il volto luminescente di una creatura marina emersa ma il cui corpo è soggetto alle correnti abissali.

Per questo possono sorprendere con idee improvvise. Per esempio, uno studente che usa, in modo appropriato, The Great Gig in the Sky.