Golden Slumbers e Like a Rolling Stone

Ne ho parlato altrove, ma ho trovato ancora dell’altro che mi preme scrivere. Tre canzoni, brevi a fine di un decennio gigantesco e vitale; tre canzoni che racchiudono mondi su mondi: Golden slumber, Carry that Weight e The end.

La prima è una ninna nanna composta da McCartney che riprende una musica del 1600. La strada per tornare a casa è persa per sempre. Irrevocabilmente. Qualche hanno prima Bob Dylan con Like a Rolling Stone chiedeva How does it feels? quando non c’è direzione verso casa. McCartney propone una specie di ninna nanna cantata con una voce dolce e rabbiosa. Essendo troppo profondo il dolore di essere senza casa occorre opporre un’illusione di sogno allo spaesamento? C’è bisogno di chiudere gli occhi di fronte alla realtà? Oppure, forse, non essendoci più la strada verso le identità famigliari si vive come rolling stones che scoprono terre nuove in cui sogno e ragione sfumano l’una nell’altra. Forse, quando le certezze mancano si vive nella terra di mezzo, dei mondi possibili, delle sfumature, dei passaggi fra i confini, delle somiglianze di famiglia. E se scoprissimo che la realtà è fatta del tessuto di cui sono fatti i sogni?

Poi arriva Carry that weight. Il tema musicale e le parti del testo riprendono una canzone precedente You never give me your money. Nei sogni si fanno anche i conti che non sempre tornano a nostro vantaggio. L’ordine del dare e dell’avere che conduceva alla cassaforte ben custodita in casa non vale più. E allora forse non siamo stati così buoni come pensavamo; forse non abbiamo dato quello che era davvero importante; forse ci siamo nascosti dietro un dare e avere spaventato e rancoroso. Quel dare e avere calcolato in base alla paura di perdere qualcosa di famigliare: un’identità. Il conto resta aperto con rimpianti che tagliano in mille pezzi il ritratto di una vita.

E il sigillo finale. I Doors avevano esordito come gruppo e aperto un’epoca con The End rito sciamanico edipico. I Beatles chiudono gli anni Sessanta con una canzone con lo stesso titolo. E’ l’unica canzone con un assolo di batteria di Ringo seguito dalle chitarre di Lennon, McCartney e Harrison che riassumono i suoni di tutti gli anni Sessanta in una manciata di secondi ascoltiamo vite, amori, speranze, rivolte, illusioni. Poi la strofa finale per chiudere e aprire con una nuova misura, valida anche nel sogno:

Oh yeah, all right
Are you going to be in my dreams
Tonight?

And in the end
The love you take
Is equal to the love you make

Dopo i rimpianti, dopo i conti che non tornano, dopo i fraintendimenti, verrai a trovarmi nei miei sogni? Sarai con me? Perché quando ci troviamo soli alla fine del sogno e delle cose a stringere rimpianti tagliandosi con le risposte mai date, le offerte fraintese, le parole spaventate gettate come verità dopo questo e quant’altro, c’è una golden rule che intreccia il tessuto di cui siamo fatti: l’amore che riceviamo è uguale all’amore che diamo.

Iliade: inizio e conclusione

Canta, Musa, l’ira di Achille Pelide,
l’ira sciagurata che lutti innumerevoli impose
agli Achei precipitando alla casa dei morti molte
anime forti di eroi e facendo dei loro corpi
la preda di cani, il banchetto di rapaci: si attuava
il piano di Zeus da quando, scontratisi, si separarono
l’Atride capo di genti e Achille divino.
Quale dio li spinse a scendere in lotta?

Presero una cassa d’oro in cui deposero
le ossa avvolte in morbide vesti vermiglie
e subito la interrarono in una buca profonda coprendola
con grosse pietre strettamente serrate fra loro.
In fretta eressero un tumulo con le guardie disposte
tutt’intorno perché non venissero all’attacco gli Achei
dalle forti gambiere ed eretto il tumulo tornavano indietro.
Poi, radunatisi, partecipavano a un banchetto magnifico
nella casa di Priamo, il sovrano nipote di Zeus.
Così celebravano il funerale di Ettore domesticatore di puledri.

Omero, Iliade, Mondadori, Milano, 2018.

realtà e demoni

Un uomo ha sparato con un fucile ad aria compressa e colpito una bambina di neanche 1 anno che per effetto del proiettile rischia la paralisi. Indipendentemente dai sentimenti esiste un rapporto di causa ed effetto fra il dito dell’uomo, il proiettile partito, la vita distrutta della bambina. E purtroppo in giudizio si deve tenete conto dei rapporti di causa ed effetto non delle intenzioni.

Chissà cosa pensava quando ha comprato l’arma; chissà cosa vedevano i suoi occhi quando ha schiacciato il grilletto; chissà dove era finita la realtà quando si è appostato al balcone. Chissà in quanto tempo ha deciso di sparare.

Cartesio fece un’ipotesi radicale e paradossale: e se tutto ciò che vedo, sento, tocco e penso non fosse altro che l’inganno di un genio maligno? Come fare a trovare qualcosa di reale e vero? Cartesio poi tira in ballo Dio. Ma io per me, abituato ad aspri limoni che riescono a fossi ombrosi, preferisco coltivare il sentire, sviluppare la conoscenza sperimentale, provare la faticosa e umana compassione, ipotizzare le conseguenze più odiose e dolorose dei miei atti per attenuare quel senso di onnipotenza sognante dell’irrealtà in cui persone e fatti non hanno origine, prosecuzione e si piegano al ritmo della mia volontà.

purificare e distruggere

semelinAnni fa comprai un libro di Jacques Semelin: Purificare e distruggere. Esamina diversi stermini, genocidi che si sono succeduti nel Novecento: Shoah, ex Jugoslavia, Ruanda. Il sottotitolo è “Usi politici dei massacri e dei genocidi”.

La ricchezza e la complessità dello studio, che ha richiesto più di venti anni di ricerche e studi, emerge dai titoli dei capitoli:

  1. Gli immaginari della distruttività sociale
  2. Dal discorso incendiario alla violenza sacrificale
  3. Contesto internazionale, guerra e media
  4. Le dinamiche del massacro
  5. Le vertigini dell’impunità
  6. Gli usi politici dei massacri e dei genocidi

Il libro è poderoso, 500 pagine compresi indici e bibliografia, e confesso di averlo letto irregolarmente e non in sequenza. Tuttavia è molto interessante. Le analogie con il presente sono molte e potrebbe essere facile stabilire delle corrispondenze troppo schematiche e rigide, tuttavia alcune cose mi danni da pensare. Uno dei fattori ricorrenti della violenza politica è l’isolamento mediatico, imposto o frutto di eventi storici, per cui le notizie provenienti dagli “altri” sono false, inattendibili, espressione di un complotto politico o economico. Ora nella società condivisa, quale pare essere quella in cui viviamo, l’isolamento potrebbe essere ridotto: informazioni distribuite e pubbliche, empatia e quant’altro possono rendere più difficile la strategia politica dell’isolamento. Ma non ne sono così certo, perché proprio l’angoscia suscitata dall’infinita massa dei dati innesca chiusura, sordità, impermeabilità a ciò che smentisce le mie idee.

In questo senso mi vengono in mente due frammenti di Eraclito:

Perciò bisogna seguire ciò che è comune: il Discorso è comune, ma i più vivono come avendo ciascuno una loro mente.

Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio.
Eraclito. I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Mondadori – Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1994, frammenti 7 e 9.

Il buio oltre la siepe

Nel 1960 in America fu pubblicato il libro Il buio oltre la siepe. Una storia di razzismo, violenza, intolleranza e di giustizia, risveglio di coscienza. Nel 1962 ne fu prodotta la versione cinematografica con Gregory Peck. L’autore del libro vinse il Premio Pulitzer, il film tre premi Oscar.

Credo che il romanzo rientri nel genere “Romanzo di formazione” che però è stata interrotta perché 50 anni dopo si ricomincia. O forse non si è mai smesso.

Non credo che in Italia sia ancora letto o letto con frequenza. Questo significa che nessuno è al riparo da sé stesso e che purtroppo donne e uomini dimenticano, o vogliono dimenticare, ciò di cui l’umanità è capace, nel bene e nel male. Questo rifiuto della conoscenza e della memoria è da studiare. Ma non è proprio rifiuto della conoscenza e preferirei parlare di incapacità di continuare ciò che è stato iniziato da altri per comunicare ogni volta da zero. La difficoltà di ricevere.

su alcuni carcerati

Prima di Natale ho assistito a una mostra di disegni, sculture e modellini fatti da alcuni carcerati della Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. E’ stata un’esperienza molto coinvolgente. Ho visto delle opere eseguite con sensibilità e intelligenza, altre erano decisamente inquietanti; uno ha letto le proprie riflessioni sull’arte, confrontando la propria vita passata a quella presente e alle speranze per il futuro.

L’emozione dominante nel passato, sin dall’infanzia, individuata come la causa dei reati e la ragione ultima della loro incarcerazione, è la rabbia. Una rabbia forte, violenta e continua che come una crosta copriva un dolore altrettanto forte, continuo e irresolvibile. Nelle parole di chi narrava la propria biografia psicologica ed esistenziale c’era anche la scoperta che attraverso il disegno, lo studio l’individuo aveva la possibilità di conoscersi e di darsi una forma, un limite. L’arte e lo studio come via di conoscenza per trasformarsi e riscattarsi.

Ma anche una doppia riflessione: non coltivare la propria rabbia interiore e amare con delicatezza e intelligenza le giovani vite in modo da non renderle schiave della loro, e nostra, rabbia.