traffico

Ci sono delle cose che odio del traffico. Ovviamente di come guidano gli altri, perché sono certamente un guidatore provetto. Poi ci sono dei comportamenti che proprio non sopporto perché li ritengo segnali di indifferenza sociale ed egoismo. Faccio elenco dei tipi di autisti e dello stile di guida:

  1. edonista contemplativo: guida a bassa velocità prima del semaforo, verde, costringendo tutte le auto dietro a rallentare, ma appena scatta da verde a giallo accelera, passa bloccando la fila di auto a seguire al semaforo rosso; voto 2.
  2. acceliraptor compulsivus: incrocio trafficato e la coda è tale da occupare anche il centro dell’incrocio. Scatta il verde ma se avanzi blocchi tutti: auto che avanzano, quelle che svoltano. Appena decidi di stare fermo per non peggiorare la situazione uno spunta dal nulla e si piazza nel punto peggiore ostruendo ogni possibilità di movimento. Voto: 2.
  3. in medio stat virtus: marcia in file parallele, due corsie. Per evitare rischi piazza l’auto proprio sulla mezzeria bloccando con un gesto solo tutte e due le corsie. Voto: 3.
  4. ego parking: parente stretto di in medio stat virtus. Parcheggio con spazio per due auto, si piazza con precisione millimetrica nel centro così da bruciare con un singolo gesto tecnico – geometrico di rara beltà due parcheggi. In genere predilige le zone con pochi parcheggi. Voto 2,5.

storie dell’era digitale: morte, vita, inganni e rivoluzioni

Andrew O’Hagan ha scritto queste tre storie dell’era digitale in cui si fondono in un intreccio inestricabile realtà, immaginazione, paranoia, politica e denaro, tanto denaro.

La prima è la narrazione del tentativo, fallito, di scrivere una storia di Assange, a partire dagli incontri fra l’autore e Assange stesso. O’Hagan racconta il fallimento del progetto a causa dei veti, delle censure e delle paranoie distruttive dell’attivista australiano.

La seconda è la storia della vita online di una persona morta; un’identità fittizia che vagabonda fra dark web, caselle postali di convenienza, passaporti falsi e numeri di assistenza sociale assegnati a una persona la sui esistenza è solo negli account delle piattaforme di vario tipo.

Infine il tentativo, forse fallimentare, di svelare chi si nasconde dietro il nome di Natoshi Nakamoto, lo sviluppatore dei bit coin e della blockchain.

Le storie espongono bene il7 tessuto di tecnica, psicologia, paranoia, genio, mistificazione, protagonismo e buchi della realtà, alle volte riempiti di ipotesi, alle volte semplicemente lasciati vuoti, tessuto che costituisce le storie con cui cerchiamo di mettere in ordine nell’esperienza e nel caos.

posso vedere?

Apri gli occhi ora. Lo farò. Un momento. E’ tutto scomparso da allora? Se li aprissi e rimanessi per sempre nel mero adiafano. Basta! Voglio vedere se posso vedere.

Adesso vedo. Lì tutto il tempo senza di te: e sempre sarà nei secoli dei secoli.

J. Joyce, Ulisse, Mondadori, 2000, Milano, a cura di Giulio De Angelis, pag. 44. Capitolo 3, Proteo. L’immagine è la spiaggia di Sandymount in cui si svolge il monologo di Stephen Dedalus da cui è tratta la citazione.

chi è il colpevole?

L’italia è fuori dai campionati mondiali di calcio. Fuori dal calcio che conta; sconfitta da una squadra dallo stile di gioco dilettantesco; i volti virili di giocatori navigati liquefatti in calde lacrime. Ma sopratutto, come leggo su alcuni giornali, occorre rispondere a una domanda: chi è il colpevole? Chi uccidere mediaticamente e professionalmente per riscattare la vergogna della sconfitta?

Avendo analizzato in modo oggettivo la cosa sono giunto alla conclusione che qui espongo. La colpa è dei produttori degli scarpini usati dai giocatori. Basta riflettere sulla dinamica dell’impatto con il piede per capire che ogni minima piega dei lacci o del cuio degli scarpini influisce sulla traiettoria della palla. Un laccio nel punto sbagliato e la parabola del pallone segue un percorso imprevedibile non voluto dal calciatore al momento in cui ha colpito la palla. Ora la domanda cruciale: i produttori di scarpe da calcio sono scarpari incompetenti o hanno messo i giocatori nelle condizioni migliori per giocare?

P.s.

La sconfitta è dolorosa in sè e per le sue conseguenze. Carriere bruciate, giocatori emarginati perché collegati alla sconfitta, diritti televisivi persi, professionisti screditati, catene decisonali distrutte e così via. Ma chi cade può rialzarsi. Cercare un colpevole, che tanto sempre si trova, è come cercare una strega da bruciare per non pensare al dolore e alla casualità degli eventi umani. Ora è il momento di stare nell’oscuro dolore del perdente. Può far bene. Tutto ciò non toglie le responsabilità individuali ma spero non aggiunga l’inutile e cruenta caccia al colpevole.

P.p.s.

Se qualcuno la avesse buttata dentro entro i primi 20 minuti i giocatori avrebbero tramutato la paura della sconfitta che li paralizzava in un’angoscia individuale in rabbia e coraggio di squadra. Come diceva Al Pacino in un famoso monologo di Ogni maledetta domenica, la squadra non è diventata un insieme.

esami: salutare gli studenti

Li vedi uscire dall’aula calda e umida, poi li intravedi sorridere agli amici e ai parenti che aspettavano fuori. Tu, invece, resti dentro a decidere assieme alla commissione l’esito dell’esame e infine il voto.

E’ in pratica l’ultima volta in cui studenti e professori si vedono. Dopo sarà un’altra cosa: gli studenti non vorranno far sapere troppo della loro vita e i professori non potranno coinvolgerli nelle lezioni e nelle interrogazioni. Certo che da questo punto di vista è un mestiere strano: condividi con 70, 100, 180 persone pensieri, emozioni e sorprese legate agli aspetti più impegnativi della storia, della mente dell’umanità e tutto ciò in qualche modo resta immerso in una profondità esistenziale spesso inconsapevole, circoscritto a un periodo i cui resti riemergeranno anni o decenni dopo. In alcuni casi, le nozioni sopratutto quelle procedurali, restano. Qualcuno dirà di aver acquisito il “metodo di studio” ma credo che avesse già una forma di rigore latente e che abbia avuto la fortuna di incontrare persone che la hanno lasciata emergere.

Si vorrebbe dire un’ultima cosa a quegli uomini e donne che escono dall’aula. Guardarli ancora una volta negli occhi per far capire loro che hanno un po’ di tempo, ma non troppo; che hanno molte possibilità, ma non troppe; che la vita è dura ma incontreranno meraviglie, stupori e sorprese inimmaginabili; che la vera lotta è con se stessi e non con i fatti e gli altri; che lo studio è servito, anche se non vogliono dirselo.

Uno vorrebbe stipulare una pace dopo le battaglie condotte nelle aule per la conoscenza e non sempre è possibile.

studenti e studentesse degli anni passati 

Sul mio profilo Facebook appaiono le fotografie dei miei studenti degli anni passati. Alcuni sono andati all’estero, altri sono scomparsi anche dai profili, altri si sposano, altri fanno mestieri che non avrei mai immaginato.

I selfies di gruppo in birreria, discoteca, ristoranti non si contano.

Nella maggior parte dei volti vedo ancora le linee lisce dell’adolescenza; nello sguardo di alcuni ed alcune si intravede un raggio di sofferenza, le prime avvisaglie di una vita ancora imbozzolata. Molte ragazze sono diventate madri; meno ragazzi padri. Alcune sono state abbandonate in malo modo da mariti infantili. Sembra che le amicizie sopravvivano agli anni. Vedremo.

Spesso le foto di gruppo con i loro sorrisi a mille denti e gli occhi fissi denunciano apprensione per i destini individuali e la ricerca di una solidarietà di gruppo. Alcune persone continuano a narrare dolori profondi, sopratutto per la morte di un genitore. Nella maggior parte dei casi proteggono la loro privacy.

Alcuni hanno avviato attività in proprio – negozi, bar, libere professioni – e ne parlano con una certa saggezza. Solo pochi hanno passato la linea d’ombra che li separa definitivamente dal periodo senza momenti della giovinezza.

Li vedo crescere e cambiare ma anche restare così simili a sé stessi. Li vedo, come alberi entro l’orizzonte della realtà che mi è capitato di vivere.