chi è il colpevole?

L’italia è fuori dai campionati mondiali di calcio. Fuori dal calcio che conta; sconfitta da una squadra dallo stile di gioco dilettantesco; i volti virili di giocatori navigati liquefatti in calde lacrime. Ma sopratutto, come leggo su alcuni giornali, occorre rispondere a una domanda: chi è il colpevole? Chi uccidere mediaticamente e professionalmente per riscattare la vergogna della sconfitta?

Avendo analizzato in modo oggettivo la cosa sono giunto alla conclusione che qui espongo. La colpa è dei produttori degli scarpini usati dai giocatori. Basta riflettere sulla dinamica dell’impatto con il piede per capire che ogni minima piega dei lacci o del cuio degli scarpini influisce sulla traiettoria della palla. Un laccio nel punto sbagliato e la parabola del pallone segue un percorso imprevedibile non voluto dal calciatore al momento in cui ha colpito la palla. Ora la domanda cruciale: i produttori di scarpe da calcio sono scarpari incompetenti o hanno messo i giocatori nelle condizioni migliori per giocare?

P.s.

La sconfitta è dolorosa in sè e per le sue conseguenze. Carriere bruciate, giocatori emarginati perché collegati alla sconfitta, diritti televisivi persi, professionisti screditati, catene decisonali distrutte e così via. Ma chi cade può rialzarsi. Cercare un colpevole, che tanto sempre si trova, è come cercare una strega da bruciare per non pensare al dolore e alla casualità degli eventi umani. Ora è il momento di stare nell’oscuro dolore del perdente. Può far bene. Tutto ciò non toglie le responsabilità individuali ma spero non aggiunga l’inutile e cruenta caccia al colpevole.

P.p.s.

Se qualcuno la avesse buttata dentro entro i primi 20 minuti i giocatori avrebbero tramutato la paura della sconfitta che li paralizzava in un’angoscia individuale in rabbia e coraggio di squadra. Come diceva Al Pacino in un famoso monologo di Ogni maledetta domenica, la squadra non è diventata un insieme.

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esami: salutare gli studenti

Li vedi uscire dall’aula calda e umida, poi li intravedi sorridere agli amici e ai parenti che aspettavano fuori. Tu, invece, resti dentro a decidere assieme alla commissione l’esito dell’esame e infine il voto.

E’ in pratica l’ultima volta in cui studenti e professori si vedono. Dopo sarà un’altra cosa: gli studenti non vorranno far sapere troppo della loro vita e i professori non potranno coinvolgerli nelle lezioni e nelle interrogazioni. Certo che da questo punto di vista è un mestiere strano: condividi con 70, 100, 180 persone pensieri, emozioni e sorprese legate agli aspetti più impegnativi della storia, della mente dell’umanità e tutto ciò in qualche modo resta immerso in una profondità esistenziale spesso inconsapevole, circoscritto a un periodo i cui resti riemergeranno anni o decenni dopo. In alcuni casi, le nozioni sopratutto quelle procedurali, restano. Qualcuno dirà di aver acquisito il “metodo di studio” ma credo che avesse già una forma di rigore latente e che abbia avuto la fortuna di incontrare persone che la hanno lasciata emergere.

Si vorrebbe dire un’ultima cosa a quegli uomini e donne che escono dall’aula. Guardarli ancora una volta negli occhi per far capire loro che hanno un po’ di tempo, ma non troppo; che hanno molte possibilità, ma non troppe; che la vita è dura ma incontreranno meraviglie, stupori e sorprese inimmaginabili; che la vera lotta è con se stessi e non con i fatti e gli altri; che lo studio è servito, anche se non vogliono dirselo.

Uno vorrebbe stipulare una pace dopo le battaglie condotte nelle aule per la conoscenza e non sempre è possibile.

studenti e studentesse degli anni passati 

Sul mio profilo Facebook appaiono le fotografie dei miei studenti degli anni passati. Alcuni sono andati all’estero, altri sono scomparsi anche dai profili, altri si sposano, altri fanno mestieri che non avrei mai immaginato.

I selfies di gruppo in birreria, discoteca, ristoranti non si contano.

Nella maggior parte dei volti vedo ancora le linee lisce dell’adolescenza; nello sguardo di alcuni ed alcune si intravede un raggio di sofferenza, le prime avvisaglie di una vita ancora imbozzolata. Molte ragazze sono diventate madri; meno ragazzi padri. Alcune sono state abbandonate in malo modo da mariti infantili. Sembra che le amicizie sopravvivano agli anni. Vedremo.

Spesso le foto di gruppo con i loro sorrisi a mille denti e gli occhi fissi denunciano apprensione per i destini individuali e la ricerca di una solidarietà di gruppo. Alcune persone continuano a narrare dolori profondi, sopratutto per la morte di un genitore. Nella maggior parte dei casi proteggono la loro privacy.

Alcuni hanno avviato attività in proprio – negozi, bar, libere professioni – e ne parlano con una certa saggezza. Solo pochi hanno passato la linea d’ombra che li separa definitivamente dal periodo senza momenti della giovinezza.

Li vedo crescere e cambiare ma anche restare così simili a sé stessi. Li vedo, come alberi entro l’orizzonte della realtà che mi è capitato di vivere.

andrea, il motoscafo e l’acqua

A primavera, mesi dopo Natale, Andrea e il suo papà andarono a un laghetto artificiale per far navigare il motoscafo. Quando arriva con il suo ingombrante motoscafo di plastica blu, Andrea si sente a disagio. Non sa cosa, ma sa che qualcosa andrà storto. Al laghetto la domenica mattina si riunivano appassionati di modellismo navale: barche a vela in legno grandi così con vele che facevano volare le barche sull’acqua come creature rare. Belle, chiare, eleganti e fatte a mano.

Vede gli scafi eleganti, affusolati, costruiti con pazienza, pezzo dopo pezzo fino alla forma delicata e bella. Forse c’erano anche dei bambini a giocare quella domenica mattina.

Andrea vuole andare via, ma il padre insiste. Stranamente fa freddo. Del resto è una delle poche volte in cui fanno qualcosa assieme; questo il padre non lo dice, ma Andrea lo sa bene. Mettono la barca in acqua, accendono il motore e lo scafo inizia a girare in tondo; non si riesce a comandare; gira in tondo e per riprenderla bisogna aspettare che passi vicino alla riva di cemento. Vede le mani del padre muoversi goffe sul telecomando e sente un nodo allo stomaco ma non sa dire perché. A fatica occorre sporgersi per prendere il barcone di plastica blu. Andrea vorrebbe andare via ma non sa dire perché. Nulla è andato come doveva e non sa parlarne.

andrea e il motoscafo

Era Natale e gli avevano regalato un motoscafo giocattolo galleggiante, con un motorino fuoribordo; simile ai motoscafi da guardia costa. Era grande, in plastica e lo scafo era blu. La cabina di comando aperta sul retro con le finestre e gli oblò; degli scalini portavano dallo spazio aperto di poppa alla zona di comando sotto coperta. Era tutta in plastica e pesava. Oggi Andrea non ricorda la scatola, ma sicuramente c’era anche la scatola; allora teneva il suo motoscafo blu in plastica in braccio come se fosse un bambino. Poi ci giocava sul tappeto: la chiglia navigava veloce sulla lana folta raccogliendo polvere e lasciando dietro di sé la scia incisa nei peli; ma il timone con l’elica, le batterie, agganciato alla poppa come un vero fuoribordo, era più lungo dello scafo e strisciando si poteva rompere. Nella vasca da bagno non entrava e comunque la vasca era troppo piccola per lanciarlo veloce. Immaginava il motoscafo blu correre sull’acqua di qualche lago, ma non troppo agitato o profondo. Sono sempre belli i giochi nella fantasia.

Era un po’ in imbarazzo, come sempre quando gli facevano un regalo. Fra l’altro, non capiva quanto gli piacessero o quanto volesse far contenti nonni, nonne, papà e mamma. Comunque dopo qualche giorno i regali gli piacevano e scopriva che erano belli. Ma era sospettoso degli altri, gli amici e non solo, che, immaginava, ricevevano regali più belli dei suoi. Poi c’era sempre tensione il giorno di Natale: papà e mamma facevano una tregua armata, i nonni portavano sorpresa e doni. Ed era bello. Ma c’era quell’angoscia, sempre.

Sono stonato

Nel senso che quando canto non azzecco una nota che sia una. Ho provato in un coro, ho seguito qualche lezione di canto ma niente da fare. Anche la scuola del Maestro Goitre, che negli anni Settanta proponeva un metodo di studio del canto che, dicevano, faceva cantare chiunque, anche questa scuola mi rifiutò. “Torni l’anno prossimo” dissero, ma mia madre non mi fece tornare.

In gruppo è meglio che non canti perché il coro si disfa appena entro io; mi resta quella specie di karaoke che è il canto solitario in auto, esercizio sconsigliato da tutti i musicisti e cantanti. 

Ma la solitudine non è solo nell’essere isolato dagli intonati, ma anche nel non poter riportare in qualche modo le musiche che mi ricordo o mi pare di sentire.

sole, settembre e ricordi

E’ possibile descrivere e raccontare la vita vissuta fra i 7 e i 13 anni? Di quegli anni ricordo le vacanze, che passavamo da giugno a settembre, in Valle Gesso, Cuneo. Tornavamo a Torino il giorno prima dell’inizio della scuola in una condizione di completa e irrimediabile impreparazione scolastica.

Era una località fuori mano e questo permetteva ai nostri genitori di lasciarci liberi di scorrazzare per la strada del paese e sulle montagne. Erano mesi felici e forse lo sapevamo. E’ quasi impossibile descrivere cosa sia la felicità a 10 anni o a 11 o a 8. Il sole, la libertà, la bicicletta, una audio cassetta con della musica, gli amici con cui giocare. Mangiavamo del pane all’olio con la Nutella che ci preparavamo da soli. Scalavamo gli alberi e risalivamo il fiume. Durante le gite cercavamo cespugli di lamponi e more e le mangiavamo con metodo e concentrazione. Incuranti di tutto.

Ciò che resterà per sempre in me sono il sole del tardo pomeriggio e gli odori dei boschi. Se a settembre c’era il sole trascorrevamo un mese pressoché estatico fatto di giornate che si accorciavano, limpide e con le foglie che si ingiallivano. L’odore della resina dei pini mescolata alla terra umida e fungosa. Il freddo la sera e il caldo il giorno. Le strade senza auto e il silenzio sovrastante.

Ricordo con struggimento il tardo pomeriggio, il sole caldo e i villeggianti della domenica che andavano via. La montagna e la sua luce erano nostalgià già allora. Non c’era il tempo per pensare, ma neanche il desiderio di farlo. Solo l’impulso vitale a slanciarsi verso il giorno successivo nell’impressione che l’eternità fosse a portata di dita.

Quell’odore mi accompagna da allora. Mi stordisce e mi entusiasma ancora, come se potessi ancora immergermi e amare la terra, il sole e gli alberi. Talvolta camminando per alcuni posti di montagna lo sento, allora mi giro di scatto sperando che l’aria si squarci e mi faccia ancora vivere quella luce e quella nostalgia.