64. E.E. Cummings

odio gonfia una bolla di sconforto
a immensità mondo sistema universo e bus
-paura sotterra un domani nel buio
e su spunta ieri giovanissimo e verde

piacere e pena non sono che facce
(una si mostra, si nasconde una)
ninna della vita unico vero valore
è l’amore che fa solida moneta.

venisse uno a chiedere a madame morte
subitanea e senz’inverno primavera?
ella torcerà quello spirito con le
sue dita dandogli nulla  (se non canta)

a noi tanto più di quanto ci basta
cara. E se canto tu sei la mia voce,

E.E. Cummings, Poesie, Einaudi, Torino, 1998, pag. 181. Traduzione di Mary De Rachewiltz.

da Foglie d’erba, Whitman

50

C’è questo in me – io non so che cosa sia  ma so che
c’è.

Contorto e sudato, bagnato di sudore – calmo, poi, e
rinfrescato il corpo
E dormo – dormo a lungo.

Non lo conosco – non ha nome – è una parola non
detta,
Non c’è in nessun dizionario, simbolo, espressione.

Qualcosa lo fa roteare più che la terra su cui io ruoto,
La creazione è l’amica il cui abbraccio mi sveglia a
contemplarlo.

Potrei dire di più, probabilmente. Abbozzi! Io difendo i
miei fratello e sorelle.

Vedete, miei fratelli e sorelle?
Non è né caos né morte – è forma, unione, disegno – è
vita eterna – è Felicità.

W. Whitman, Foglie d’erba, Rizzoli, Milano, 1996, pp. 273-275, traduzione Ariodante Marianni.

ancyent marinere

“Confessami, deh, confessami, sant’uomo!”
L’Eremita si segnò sulla fronte:
“Di’ dunque”, egli disse, “di’ dunque:
Che uomo tu sei?”

E d’un tratto questa mia carcassa fu scossa
Da spasimi atroci,
Che mi costrinsero a dire la mia storia
E solo allora m’abbandonarono.

E da allora quando il cielo trascolora,
Qualche volta o più di frequente
Quell’angoscia ritorna a farmi ripetere
La mia tremenda avventura.

Vago, come la notte, di paese in paese,
Dotato d’una strana facoltà di parola:
Non appena vedo un volto
So subito se è colui che mi deve ascoltare,
E a lui narro la mia storia.

Che frastuono s’ode dietro quella porta!
Gli invitati son riuniti là dentro,
Ma nel pergolato la sposa
E le sue damigelle stan cantando:
Rintocca la campanella del vespro
Che mi chiama alla preghiera.

O convitato! Questa mia anima solitaria
Ha vagato sul vasto mare sterminato:
Era così deserto che Dio stesso
Sembrava averlo abbandonato.

S. T. Colerdige, “The Rime of the Ancyent Marinere”, vv. 607 – 633, da Wordsorth, Colerdige, Ballate liriche, Mondadori, 1982, traduzione di Franco Marucci.

The Rime of the Ancient Mariner (text of 1834).

traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini, “Traducendo Brecht”, da Una volta per sempre (Foglio di via – Poesia e errore – Una volta per sempre – Questo muro) Poesie 1938-1973, Einaudi, Torino 1978. Tratto da Poesie scelte. (1938 – 1973), a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori, Milano,  1974, pag. 125.

Possibile riferimento a Brecht.

Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, 1939

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Origine degli dei

Dunque, per primo fu Caos, e poi
Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo,
e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,
poi Eros, il più bello fra gli immortali,
che rompe le membra, e di tutti gli dèi e di tutti gli uomini
doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.

Da Caos nacquero Erebo e nera Notte.
Da Notte provennero Etere e Giorno
che lei concepì a Erebo unita in amore.
Gaia per primo generò, simile a sé,
Urano stellato, che l’avvolgesse tutta d’intorno,
che fosse ai beati sede sicura per sempre.

Esiodo, Teogonia, BUR, Milano, 1998, introduzione, traduzione e note di Graziano Arrighetti. vv. 116 – 128, pp. 71-73.