perché la poesia?

Spesso mi soffermo a leggere o cercare poesie. Anche nelle librerie.

Non so perché mi fermi a cercare di capire qualcosa di incomprensibile.

Curiosità morbosa?

Morbosa oziosità?

Ozioso vagabondo che non sono altro?

Le scrivevo da giovane. Ora non saprei da che parte cominciare.

Novembre è sempre stato un mese crudele con i marinai che tornano e ti bloccano pet strada.

Con quelle cose che d’estate dovevi dimenticare o nascondere con la crema solare odorosa.

Che odore ha una poesia non scritta?

Aulente dolore riscritto con dita rosate.

non andartene docile in quella buona notte

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perché dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire;
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, la sulla triste altura maledicimi
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Dylan Thomas, Poesie, Einaudi, Torino, 2016, pag. 231.

Catullo, ma non per Lesbia

69

Non ti stupire, o Rufo, perché non c’è donna
che voglia stendere sotto di te le delicate sue cosce,
neppure (se) la facessi crollare col dono di una veste preziosa
o con la tentazione di un trasparente brillante.
Ti nuoce una cattiva diceria: si dice
che nell’avvallamento delle tue ascelle ti pascola un puzzolente caprone.
Tutti ne hanno paura. Non c’è da stupire: la bestia è così repellente
e nessuna ragazza carina ci si corica insieme.
Perciò o elimini la pestifera sofferenza dell’olfatto
oppure non stupirti perché le donne ti evitino.

Catullo, Poesie, Mondadori, Milano, 1982, pag. 183

Oh, non arrossir così, non arrossire!

1
Oh, non arrossir così, non arrossire!
Penserò, altrimenti, che sei troppo ben informata:
Sorridere, mentre arrossisci, è come dire
Che la verginità se n’è già andata.

2
C’è un rossore per il non voglio, e un rossore per il non lo fare,
C’è un rossore per l’averlo fatto
E un rossore che viene dal presente, c’è un rossore senza scopo
E il rossore di chi sta per cominciare.

3
Non sospirare così, non sospirare!
Della dolce mela d’Eva sento il sapore:
Con quei fianchi così rilassati, i tuoi spicchi certo li hai già assaggiati,
E combattuto hai anche, a morsichi d’amore.

4
Gioca ancora una volta, arriva fino al torsolo bello!
Durerà il tempo solo della nostra giovinezza:
E’ la stagione dolce dei baci
Quando i denti rapaci sono ancora all’altezza.

5
C’è un sospiro per il sì e uno per il no,
E un sospiro esiste anche per il non lo sopporto:
Che facciamo? Stiamo o corriamo?
Su, mordi la dolce mela, diamoci conforto.

John Keats (1795-1821), Poesie, Mondadori, Milano, 2016, pp. 171-173, traduzione di Silvano Sabbadini