Oh, non arrossir così, non arrossire!

1
Oh, non arrossir così, non arrossire!
Penserò, altrimenti, che sei troppo ben informata:
Sorridere, mentre arrossisci, è come dire
Che la verginità se n’è già andata.

2
C’è un rossore per il non voglio, e un rossore per il non lo fare,
C’è un rossore per l’averlo fatto
E un rossore che viene dal presente, c’è un rossore senza scopo
E il rossore di chi sta per cominciare.

3
Non sospirare così, non sospirare!
Della dolce mela d’Eva sento il sapore:
Con quei fianchi così rilassati, i tuoi spicchi certo li hai già assaggiati,
E combattuto hai anche, a morsichi d’amore.

4
Gioca ancora una volta, arriva fino al torsolo bello!
Durerà il tempo solo della nostra giovinezza:
E’ la stagione dolce dei baci
Quando i denti rapaci sono ancora all’altezza.

5
C’è un sospiro per il sì e uno per il no,
E un sospiro esiste anche per il non lo sopporto:
Che facciamo? Stiamo o corriamo?
Su, mordi la dolce mela, diamoci conforto.

John Keats (1795-1821), Poesie, Mondadori, Milano, 2016, pp. 171-173, traduzione di Silvano Sabbadini

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capacità negativa

Con Dilke abbiamo avuto una discussione, o meglio una disquisizione su vari temi; parecchie cose d’un tratto si sono combinate nella mia testa, e ho capito qual è la qualità che ci vuole per fare un Uomo di successo, in particolare in Letteratura, qualità che Shakespeare possedeva in massimo grado; intendo dire la Capacità Negativa e cioè quando un uomo è capace di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione.

John Keats, “A George e Thomas Keats” del 21 dicembre 2017, tratto da Lettere sulla poesia, Feltrinelli, MIlano, 1984, pag. 75.

Chi è il poeta? Lo voglio vedere

Chi è il poeta? Lo voglio vedere.
Su, Muse, fatemelo incontrare.
E’ l’uomo che d’ogni altro uomo è uguale,
Sia il più povero dei poveri
O di sangue reale; può assomigliare
A qualsiasi cosa degna d’ammirazione,
E sulla scala dell’essere sta tra la scimmia
E Platone, oppure è l’uomo che sospinti
Lo scricciolo e l’aquila che sono in lui,
Riesce sempre a dar via libera ai propri istinti.
Ha ascoltato il ruggito del leone,
E può raccontare quel che la sua aspra gola espone,
L’urlo della tigre per lui è armonia:
Risuona infatti al suo orecchio
Come fosse la sua lingua natia.

*  *  *  *  *  *  *

John Keats, Poesie, Mondadori, Milano, 2016. Traduzione di Silvano Sabbadini.

Charles Baudelaire, la musica

Come un mare la musica sovente
mi rapisce! E inalbero la vela
sotto nebbiosa volta o nell’azzurro
verso la mia pallida stella.
Petto in avanti, come una vela gonfio,
scavalco dei gran flutti accavallati
le creste, che la notte mi nasconde.
In me sento vibrare affetti opposti
come una nave che patisce. Il vento
che l’asseconda ed i convulsi strappi
della tempesta sull’immenso abisso
mi cullano. – Altre volte, poi, bonaccia:
grande specchio alla mia disperazione.

Musica e mare, anche in Francia.

navigare, mare e musica

Il tema del navigare appartiene alla cultura inglese, per evidenti ragioni geografiche e politiche. Inoltre il mare, il rischio e il desiderio del navigare oltre il confine terrestre del noto assume contorni metafisici. L’immagine di Doré per The Ryme of the Ancient Mariner in testa riassume il fascino colmo di terrore e ammirazione che il mare ispira. Ritroviamo il mare con il suo carico inquietante in alcune canzoni rock e di rock progressive.

Procul Harum, A salty dog, 1969. Un viaggio per nave e la scoperta di una nuova terra. La musica è sospesa nel racconto dell’approdo e dell’esplorazione della terra sconosciuta. C’è qualcosa di misterioso, attraente ma anche inquietante. E se la pace dell’isola fosse il fascino paralizzante della morte?

King Crimson, da Islands, 1971. Un disco che si rifà esplicitamente all’Odissea e molto dibattuto fra i critici perché diverso da quelli precedenti, come un viaggio per mare che abbandona le terre conosciute. Seleziono tre brani.

Sailor Tale. Un brano rock selvaggio, ruggente e aspro. Il tintinnare dei piatti all’apertura fa capire che il racconto del marinaio non sarà rassicurante ma ciò che perde in serenità guadagna di forza.

Prelude, Songs of the Seaguls. Un quartetto di musica classica. Gabbiani che si librano composti nel vento illuminando il mondo con una misura cristallizzata e in fondo lontana perché artificiale. Il gabbiano ucciso ne The Ryme qui diventa un ricordo lezioso.

Islands, un’isola così bella non si era sentita, e vista, mai. Si resta attoniti ad ascoltare l’estasi senza tempo che crescendo riempe ma incatena. Il dialogo alla fine, con una traccia fantasma, rompe l’incanto estatico. Island è il titolo e nelle isole si incappa in incanti sfuggenti.

Poi ci sono gli amati, e odiati, Pink Floyd. In due canzoni di The Wall.

In Another Brick in the Wall 1, l’oceano è il confine pauroso oltre il quale il padre di Roger Waters muore lasciando solo il figlio. Il mare ha un lato avventuroso, dai risvolti metafisici il cui contatto ha un costo doloroso per chi resta: il marinaio muore e lascia solo chi resta a terra.

Poi Confortably numb, mentre Pink è nella penombra della coscienza fra dolore, farmaci, droghe, ricordi e deliri emerge l’immagine una distant ship che evoca viaggi per mare. Ma l’attrazione del viaggio per mare, forse per ritrovare il padre morto, si scontra con l’immobilità dolente della consapevolezza degli scacchi dell’esistenza.

Il morto lieto

In un terreno grasso e di lumache
pieno, voglio scavarmi una profonda
fossa, dove distendere a mio agio
le mie vecchie ossa e nell’oblio dormire
come fa il pescecane in mezzo all’onda.
Detesto i testamenti, odio i sepolcri;
preferirei, piuttosto che implorare
dagli uomini una lacrima, da vivo
invitare a far scempio i corvi sopra
tutte le parti della mia carcassa
immonda. O vermi, miei neri compagni
senza orecchie e senza occhi, a voi venire
guardate un morto libero e gioioso;
filosofi gaudenti, figli della
putrefazione, andate dunque senza
rimorso per la mia rovina e ditemi
se qualche altra tortura ancora esiste
per questo vecchio corpo ormai senza anima
e morto tra il gran numero dei morti!