portarsi avanti: primavera e crudeltà

Il 21 marzo è ufficialmente iniziata la primavera e fra poco è aprile. Poi c’è Pasqua con le sue pulizie. Quindi è opportuno portarsi avanti con il lavoro e chiarire subito le cose: aprile non è il periodo migliore dell’anno. Per dimostrare che qualsiasi sua priorità, rispetto ad altri mesi o periodi, è sfruttamento della credulità, riporto la voce della poesia.

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con un scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.

T.S. Eliot, La terra desolata, “La sepoltura dei morti”, da Poesie, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani, Milano, 2019

divagazioni letterarie e non solo

Senza argomenti particolari scrivo. Riporto una lettura in corso: la presenza del sublime nella poesia e letteratura moderne. Moderne nel senso che si rifanno al Modernismo. Mi accorgo di sembrare un po’ intellettuale ma mi interessa.

Ma non solo di letteratura vive l’uomo. Quindi leggo anche il libro pubblicato nell’autunno 2020 dall’attuale Ministro dell’istruzione. Fino a ora una sintesi dell’economia e dello sviluppo industriale italiano. E poi rivoluzione digitale scandita dalle tecnologie XG.

Ascolto Spotify. Anna e marco di Lucio Dalla e i Pantera. Ma anche i Dreamtheater.

Discussione con una classe che non affronta apertamente i problemi.

E sotto il cielo vita e morte si susseguono, come sempre. E questi momenti riflettono in migliaia di migliaia di fili i mondi possibili, reali e quelli impossibili, con le loro lacrime e risa che vivono nel silenzio.

Il brusio fermo dell’universo sussurra con tenerezza all’orecchio. E ci si può commuovere.

Lamia di Keats

Un lungo poema scritto da Keats nel 1819 , due anni prima della morte. Keats sta male ed è in grandi difficoltà economiche. Per guadagnare scrive una tragedia e poi Lamia. Questi sono anni fertili e creativi per Keats che scrive le sue opere più belle: La Belle Dame Sans Merci, Ode to Psyche, Ode on a Grecian Urn.

Lamia appartiene alla mitologia greca ed è un demone malvagio. Secondo la leggenda sarebbe stata in origine una fanciulla libica amata da Zeus; Era, per gelosia le uccise i figli e Lamia impazzisce e giura che le avrebbe ucciso i propri figli. Resa deforme dall’orrore, andrebbe da allora cercando di uccidere i bambini altrui. Si riteneva che come un vampiro succhiasse il sangue e divorasse il cuore delle persone cui si attaccava. Creatura notturna, in parte umana e in parte animale, rapitrice di bambini e seduttrice di uomini. Di orribile aspetto, abita in boschi o crepacci.

Lamia è metà donna e metà serpente, seduce gli uomini nascondendo le sue sembianze rettili e poi uccide gli uomini dopo averli sedotti. Keats riprende il mito greco cui aggiunge idee e suggestioni da Anatomy of Melancholy di Burton. Nella versione di Keats, la Lamia può essere interpretata come la poesia, l’immaginazione ed è la storia di una donna serpente che si innamora di un giovane di Corinto, Licio, che la ricambia. Lamia e Lucio vivono assieme a Corinto in una condizione di fusione simbiotica. Mentre i due sono assieme fusi l’uno nell’altra, Apollonio passa loro vicino; Apollonio, amico di Licio, è l’esemplificazione del filosofo razionalista. La sua presenza è sentita da Lamia che ne è turbata e presente che l’unione con l’amato è a rischio e Lucio la rassicura rievocando i baci che si sono dati. I versi che riporto sono le parole di Licio e rappresentano la forza del bacio che si insinua profondamente nelle pieghe del corpo, e di quella cosa chiamata anima, degli amanti.

D’avviluppare, imbrigliare, allacciare l’anima tua
alla mia, e perderla poi in un labirinto
come il profumo nascosto in una rosa
non ancora sbocciata? Sì, un dolce bacio
ecco, i tuoi grandi affanni!

How to entangle, trammel up and snare
Your soul in mine, and labyrinth you there
Like the hid scent in an unbudded rose?
Ay, a sweet kiss—you see your mighty woes.

J. Keats, Lamia, Marsilio, Milano, 1996, pg. 96 – 97.

Keats: benvenuti gioia e dolore

Sian benvenuti la gioia ed il dolore,
L’erba del Lete e la piuma d’Ermes,
Dell’oggi le ore e quelle del domani:
Amo tutti gli opposti!
Mi piace contemplare volti tristi nel sereno
E tra i tuoni risate allegre ascoltare:
Il bello e il brutto assieme amo amare.
I prati dolci scavati da fiamme ardenti,
Le risa dementi di fronte alla meraviglia
E il volto serio a una pantomima,
Un funerale e le campane a festa,
Un bambino che gioca con un teschio,
La bella mattina e la nave spazzata dalla tempesta,
La belladonna che si bacia con il caprifoglio,
I serpenti che fischiano tra le rose rosse,
Cleopatra regalmente vestita
Con l’aspide al seno,
La musica da ballo e quella che dà malinconia,
Le serenità e la follia,
Il fulgore delle Muse e il loro pallore,
Saturno triste e Momo vigoroso,
I singhiozzi e il riso generoso.
Oh, lo dolcezza del dolore!
Muse splendenti, Muse severe,
Il velo spezzate
E lasciatemi vedere,
Del giorno voglio scrivere e della notte insieme,
Sino a finalmente spegnere la mia sete
Di dolce mal d’amore!
Di tasso sia la mia dimora,
Intrecciato con mortilli nuovi e
Pini e tigli in fiore,
Il mio letto d’erba umile abbia il funereo onore.

J. Keats, Poesie, Mondadori, Milano, 2017, pag. 270-271

Keats: cosa è la vita?

Fermati. Pensa. Solo un giorno è la vita;
Una fragile goccia di rugiada che scende
A fatica dalla cima d’un albero; il sonno
D’un povero indiano su una barca
Trascinata verso le acque mostruose di Montmorenci.
Perché piangere tristi? La vita
E’ la speranza della rosa non ancora sbocciata;
La lettura di un mutevole racconto,
Il lieve aprirsi d’un velo di fanciulla,
Un colombo che tumultua nell’aria chiara d’estate,
Un ragazzo che ride, spensierato,
Accovacciato sui rami agili dell’olmo.

J. Keats, Sleep and Poetry, tratto da Poesie, Mondadori, Milano, 2017, traduzione di Silvano Sabbadini, pag. 99-101, versi 85 – 95.

The Waste Land, Eliot

I. La sepoltura dei morti

Aprile è il mese più crudele, genera
Lilà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.

V. Ciò che disse il tuono

Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
Poi s’ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon
– O rondine rondine
Le Prince d’Aquitaine a’ la tour abolie
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih

estate calda e luminosa

Estate calda e luminosa come spesso accade all’estate. Ma è chiaro a tutti che quest’anno è diverso perché a settembre non sapremo cosa sarà.

E’ bello ricordare il settembre di tanti anni fa, quando il sole aveva cessato la sua violenza e le ombre del freddo anno morente non avevano ancora conquistato i campi del giorno. La vita era ancora palpitante.

Ma per ora abbiamo questa estate torrida che illumina le incertezze seminate d’inverno e fiorite in primavera.

E a ottobre cosa marcirà?

vietato o incommensurabile?

Ho delle iniziative strane, nessuna delle quali mi lascia sereno con me stesso. Per esempio, il lockdown mi ha fatto riscoprire la poesia. Sull’onda dell’entusiasmo ho ripreso in mano The Rime of the Ancient Mariner e poi ho iniziato a leggere Kubla Kahn di Samuel Taylor Colerdige. Avevo due versioni di The Rime e una di Kubla Kahn. Per capire meglio ho acquistato la traduzione di Mario Luzi, pubblicata per SE nel 2020. Il volume, oltre ai due capolavori, raccoglie altre poesie e delle prose su poesia e arte. La cosa pare goduriosa, e questo la dice lunga sulla stranezza delle mie iniziative e su quanto poco possa rasserenare me stesso.

Mi dico, Mario Luzi troverà delle soluzioni incredibili e strabilianti per rendere il complesso intreccio di suoni, concetti, rime ed evocazioni delle poesie di Coleridge. Massima ammirazione e rispetto anche solo per aver osato fare tanto. Quindi mi metto a leggere la traduzione di Kubla Kahn e resto perplesso. Per spiegarmi trascrivo il testo originale della prima strofa e poi la traduzione.

In Xanadu did Kubla Khan
A stately pleasure-dome decree:
Where Alph, the sacred river, ran
Through caverns measureless to man
Down to a sunless sea.

Traduzione:

Nel Xanadu alza Kubla Kahn
dimora di delizie un duomo
dove Alf, il fiume sacro, scorre
per caverne vietate all’uomo
a un mare senza sole.

La prima cosa che mi lascia perplesso è la scomparsa di stately, i cui sinonimi possono essere noble, digified ma che non trovo espresso in “dimora di delizie un duomo”, ma almeno riporta una certa sonorità con il gioco fra la “d” e le vocali in dim-, del- e duo-.

In secondo luogo, rendere “run down” con “scorre” mi pare troppo sintetico. Se è vero che riferendosi a un fiume “scorrere” implica “verso il basso” è anche vero che “run down” non solo suggerisce impeto ma porta in primo piano la discesa. Un fiume scorre, un torrente scende impetuoso. “Run down”, inoltre, ci porta in un mondo sotterraneo, ignoto. Fiume, lettore e poeta cadono in una vita nascosta, trascinati in un mondo sempre esistito, terribile e affascinante.

Ma l’ostacolo maggiore è altrove e precisamente nel passaggio “caverns measureless to man” tradotto con “caverne vietate all’uomo”. Da “measureless” a “vietato” mi pare ci sia una distanza concettuale ed emotiva enorme.

Coleridge qualificando come “measureless” la vastità delle caverne è nell’alveo del Sublime romantico che attrae in quanto respinge e respinge in quanto attrae. La smisuratezza, l’illimitato non implicano divieti, stabiliti da una qualche autorità superiore, poiché nell’infinito, nella vastità incommensurabile, l’individuo sperimenta se stesso nella propria contradditorietà e non si sottomette a potenze metafisiche che puniscono e castrano. Certamente non è il sublime kantiano, per cui nella potenza della natura l’individuo diviene consapevole della capacità razionale di pensare l’infinito. In Coleridge il sublime riguarda lo zampillare dell’orgasmo della vita.

Il linguaggio arcaico di Coleridge non deve trarre in inganno: il tempo mitico evocato dagli arcaismi funziona da levatrice per un nuovo modo di sentire non tanto per confermarne uno passato. Il sublime rimette in gioco ogni cosa con un nuovo inizio.

Western was in flame

Il mare a ponente era un incendio,
Il giorno volgeva quasi al tramonto!
A picco sul mare a ponente
Stava la sfera infuocata del sole;
Fu allora che la strana forma s’intromise
D’un tratto tra noi e il sole.

E presto il sole fu solcato da sbarre
(Soccorrici, madre del Cielo!)
Come se dalla grata d’una prigione ci guardasse
Con volto immenso e infuocato.

Ahimè! (io pensavo e martellava il mio cuore)
Come s’avanza veloce!
Son forse quelle tremolanti ragnatele
Le sue vele che balenano al sole?

Son questo nudo fasciame le sbarre che solcavano
Il sole, che di là dietro ci scrutava?
E son questi due l’interna ciurma,
Quella donna e il suo spettrale compagno?

S. T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio, v. 163 – 180, traduzione Franco Marucci da Wordsowrth, Coleridge, Ballate liriche, Mondadori, Milano, 1982.