le mie elementari, seconda puntata

Ricostruire la storia delle elementari mi è quasi impossibile. Troppo piccolo allora per concettualizzare una storia compiuta, ho degli episodi e mille buchi nella memoria.

Primo giorno di scuola, io e il mio amico d’infanzia Andrea assieme in un’aula che sembrava enorme. Le famiglie ci avevano accompagnato fino all’aula, suppongo. Grande confusione e ricordo Andrea che ripeteva allarmato che presto le nostre madri sarebbero andate via e spaventato fissava la sua mentre era ancora sulla porta in attesa del momento in cui sarebbe uscita. Per lui il cambiamento fu drammatico per me un po’ meno. Fissava agitato la porta e quando la sua mamma uscì avvenne il taglio netto.

Alla faccia di tutte le norme attuali, la classe era composta da 36 alunne e alunni. Parlando con amici non era un caso isolato e anzi esistevano classi con 40 persone. Una sola maestra che gestiva una quarantina di persone. Roba da domatrice di leoni al circo Barnum. La maestra era anziana, o per lo meno prossima alla pensione. La nostra classe sarebbe stata l’ultimo ciclo, ma a partire dalla quarta mostrò segni di crisi e si congedò prima della fine del ciclo. Era una persona buona ma stanca, ricordo che le volevo bene. Una volta si arrischiò in un parallelo geopolitico fra le Langhe, sua terra d’origine, e la Russia, paragone che già ai tempi mi parve arrischiato in quanto la Russia appariva come un microcosmo delle Langhe.

L’ultima volta che la vedemmo uscì dall’aula di corsa lasciandoci da soli. La classe era esaltata e faceva rumore. Io ero spaventato e gridai di smetterla perché la maestra stava male e mi sembrava fossimo impietosi. Poi arrivarono delle maestre più giovani e carine. Alcune non erano il massimo della capacità pedagogica ma nel complesso se la cavarono. Una parte del mio profilo di uscita era, come dire, a metà strada fra il lusinghiero e il preoccupante: “Ragazzo anticonformista. Si coglie l’anticonformismo dal livello di pulizia.”

Per un certo periodo fecero sedere me e un compagno chiamato Alberto ai lati della cattedra, uno per ciascun lato. La scelta non fu felice perché ridevamo come dei matti per ore, bastava che ci sporgessimo un po’ per dire o fare qualcosa e si scatenavano le risate.

Iniziai a vedere le compagne di classe come genere diverso dal mio, sopratutto dalla quarta. Negli anni precedenti erano presenze indifferenziate, ma da un certo momento notai che avevano capelli lunghi, le gonne, che erano pulite, a conferma del mio anticonformismo. E non sapevo cosa fare e allora mi agitavo. Erano un mondo misterioso e attraente. Alcune mi intimidivano per quanto erano belle e brave. Con una, occhi gentili e profondi, mi feci coraggio e la presi per mano un giorno mentre eravamo in fila nel corridoio. E lei non la ritrasse.

Ancora due cose: una sulla religione e l’altra sulla varietà delle persone.

L’insegnamento della religione era pervasivo e costante. C’erano fioretti, occorreva conoscere a memoria le preghiere, ogni mattina tutta la classe in coro ne recitava una. All’esame fra la seconda e la terza venne un prete ad ascoltare e certificare che sapessimo una preghiera, se non ricordo male recitai stentatamente l’Ave Maria. Una volta la maestra organizzò una sorta di preghiera pubblica. Ciascuno di noi avrebbe chiesto a Dio qualcosa di fronte a tutta la classe così che tutti pregassero per ognuno. Quando toccò il mio turno chiesi a Dio che i miei genitori smettessero di litigare. La preghiera non ebbe alcun effetto ma sopratutto mai nessuno, dalla maestra ai compagni, mi chiese cosa stesse accadendo.

36 persone: alcune segnate dalla miseria del paese d’origine, altre con famiglie solide e apparentemente solari, ricchi e poveri, ignoranti e colti. C’erano figli di contadini e di professionisti, ragazze per bene e bambine rabbiose, bambini aggressivi e riflessivi. Ma nessuno era pronto a maneggiare il calore e il gelo della realtà che si stava formando e per quanto maestre, direttore, bidelli cercassero di mantenere forme, regole e comportamenti accettati fino al 1969, le voci del mondo nuovo in arrivo frantumavano ogni cosa.

Dischi pubblicati nel 1969: Abbey Road, Ummagumma, Aoxomoxoa, Uncle Meat e Hot Rats, Led Zeppelin, Led Zeppelin II, I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!, Live/Dead, Il meglio di Bobby Solo, Nina Simone and Piano!, Stand Up, Space Oddity, Soundtrack from the Film More, The Soft Parade, Rita Pavone presenta Pierino e il lupo/Storia di Babar l’elefantino, Volunteers, Le robe che ha detto Adriano, Let It Bleed, Nashville Skyline, From Genesis to Revelation.

Film del 1969: Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà, L’Amour fou, La mia droga si chiama Julie, Il ragazzo selvaggio, Z – L’orgia del potere, Orgasmo, Brucia ragazzo, brucia, La caduta degli dei, Il clan dei siciliani, Dillinger è morto, Dove vai tutta nuda?, Easy Rider – Libertà e paura, Gorgo Versus Godzilla, L’investigatore Marlowe, Il mucchio selvaggio, Non si uccidono così anche i cavalli?, Fellini Satyricon.

Libri del 1969: Il castello dei destini incrociati, Ubik, Ritorno a Roissy seguito del romanzo Histoire d’O.

Ma noi bambini eravamo ignoti a tutti.

Le mie elementari, prima parte: https://avventuredidee.wordpress.com/2020/06/29/le-mie-elementari-prima-puntata/

le mie elementari, prima puntata

Ho fatto le elementari dal 1969 al 1974 alla scuola Vittorio Alfieri, che da qualche anno si chiama Istituto Comprensivo Rita Levi Montalcini.

La scuola, che nel 2010 ha festeggiato il proprio centenario con una esposizione e una pubblicazione sulla propria storia, è nata come succursale della Boncompagni, in via Susa n. 5. Diviene autonoma nel 1903 quando, con delibera comunale del 3 aprile 1903, si stabilisce l’intitolazione del compartimento scolastico al noto poeta e drammaturgo piemontese Vittorio Alfieri (Asti, 1749 – Firenze, 1803). Sede di patronato che nell’anno scolastico 1905-1906 inizia la distribuzione della merenda ai 141 alunni ammessi all’assistenza, la scuola si trasferisce nel 1910 nell’attuale sede, costruita su progetto dell’ing. Ghiotti per conto del Comune e realizzata dall’Impresa Porcheddu con una spesa di 450.000 lire. Il progetto prevedeva un edificio di tre piani con 24 aule, sala direzione, sala insegnanti, alloggi per bidelli nel sottotetto, 2 palestre una maschile e una femminile e un edificio a un piano solo nella parte centrale adibito a refettorio. La struttura occupa metà di un isolato urbano (l’altra metà è stata gradualmente saturata sempre da edifici scolastici) adiacente a un area adibita a verde pubblico, che prima era sede del Mattatoio. Durante la prima guerra mondiale la scuola si trasforma in Caserma Vittorio Alfieri, sede dei soldati di artiglieria, e negli anni successivi, ritornata a funzione di scuola, ogni aula viene dedicata a un ex allievo caduto in guerra attraverso l’affissione di targhe commemorative. Parzialmente sinistrata e poi ristrutturata dopo il secondo conflitto mondiale, la struttura negli anni Sessanta e Settanta si trova a non riuscire più a soddisfare il crescente numero di alunni e, dopo aver subito il disagio dei doppi turni, la soluzione è portata dalla costruzione nel 1974 di una succursale in via Collegno 73. Quest’ultima, tutt’ora attiva, adotta metodi montessoriani. Fonte: Sistema Informativo Unificato per le Sopraintendenze Archivistiche.

Nel cortile della scuola c’erano delle casematte a forma di ogiva costruite durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo. Fra noi bambini si diceva che ci fosse un labirinto di gallerie in cui era possibile perdersi per sempre.

Del resto ai tempi si potevano ancora trovare bombe inesplose, munizioni come residuo della guerra.

Angolo della scuola Alfieri, inizio secolo.

L’edificio aveva tutte le tracce di un mondo che stava per scomparire: la divisione fra aule femminili e aule maschili, i corridoi lunghi, grandi con ai lati alte finestre dotate di grate spesse. I muri massicci sembravano fatti apposta per intimidire bambini e bambine. Alcune maestre, inoltre, avevano una fama terribile: severe nei comportamenti e ascetiche nel fisico.

Per un certo periodo facemmo i doppi turni: alcune classi la mattina e altre al pomeriggio. Non lo ricordo come un periodo disagiato o faticoso. Anzi per certi versi era divertente.

Ma c’erano anche altri segni del cambiamento epocale in cui eravamo coinvolti come attori inconsapevoli. La presenza di persone da altre regioni e il boom demografico: aule, maestre, il Direttore stesso, non erano preparati alla massa di persone che si riversavano nelle aule delle scuole. La quieta efficienza sabauda incorniciata nell’edificio di stampo giolittiano veniva messa a dura prova da cognomi calabresi, pugliesi, siciliani, campani, molisani, umbri portati da bambine e bambini che a fatica si aggiravano in quegli spazi enormi e istituzionali. I doppi turni furono la risposta immediata a un problema epocale.

Ma a me non interessava minimamente l’origine dei miei compagni e i doppi turni non furono un problema.

Seconda parte: https://avventuredidee.wordpress.com/2020/07/26/le-mie-elementari-seconda-puntata/

viaggiare in autobus

Oggi a mezzogiorno ho preso l’autobus. Faceva caldo, siamo in estate, c’è un sole violento e accecante. Le persone mi paiono nauseate dal caldo e dall’aria densa.

La suadente voce automatica del bus comunica il nome della fermata successiva. Si sente una musica da cellulare accendersi e spegnersi a caso. A una fermata sale una ragazza grassa dicendo a voce alta “Non è possibile”. Si siede e sbatte in terra un sacchetto di plastica da cui si intravedono delle bretelle marroncine di pantaloni da sci. Qualcuno parla.

La ragazza protesta. E’ vestita di nero e ha i leggins. Parla rabbiosamente e sottovoce. Ha un dialogo interiore sconnesso che forse risale a una scelta o un episodio che l’ha staccata dalla vita. Chissà quando e chissà come. Ogni tanto si alza per inveire contro una donna seduta poco avanti. La donna non risponde. La ragazza sembra arrabbiata per il cellulare della donna.

La voce automatica a caso interviene. Alcuni telefoni squillano.

Quando scende dal bus, la ragazza insulta dal marciapiede la donna sul bus.