Umberto Saba,

Un marinaio di noi mi parlava,
di noi fra un ritornello di taverna.
Sotto l’azzurra blusa una fraterna
pena a me l’uguagliava.

La sua storia d’amore a me narrando,
sparger lo vidi una lacrima sola.
Ma una lacrima d’uomo, una, una sola,
val tutto il vostro pianto.

“Quell’uomo ed uno come te, ma come
possono sedere assieme all’osteria?”
Ed anche per dir male, Lina mia,
delle povere donne.

Umberto Saba, Antologia del “Canzoniere”, Einaudi, Torino, 1963, pag. 45

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sulla poesia, di nuovo

Leggere poesie non è facile. Anzi è proprio difficile: ci sono termini su cui si appoggia il significato di opere intere o di una vita. Poi ci sono i riferimenti alla vita dell’autore, alla storia, ad eventi prossimi e remoti.

Ma c’è un fraintendimento che spesso altera il rapporto con la poesia: che debba trovare la sua origine in quella cosa spettrale e indefinita chiamata “spirito”. Le parole oscillano nello spazio a pochi centimetri dalla pelle del corpo che siamo. Il corpo ferito, ciccatrizzato, colmo di desiderio e gioia. Perché il terrore della vita non sono i chilometri che colmiamo con pensieri ma i dieci centimetri che ci separano dal nostro vicino.

Dall’oscillazione fra intimo e pubblico.

Profeta nato ad Harlem

Non fidarti mai

di un uomo

che viene

da te

con storie di

cazzo e

sorride

Implorando di

poterti dare

diamanti per

il tuo io

cosíííí talentuoso

Strappargli la maschera

dal viso

finché non vedi

il sangue colare

come il tuo

Parla del

vero problema

E non aver

paura di usare

parole di quattro lettere:

L-O-V-E

Funziona meglio di

una pallottola

baby

Willie Perdomo da Nuovi poeti americani, Einaudi, Torino, 2006, pag. 255.

Oh, non arrossir così, non arrossire!

1
Oh, non arrossir così, non arrossire!
Penserò, altrimenti, che sei troppo ben informata:
Sorridere, mentre arrossisci, è come dire
Che la verginità se n’è già andata.

2
C’è un rossore per il non voglio, e un rossore per il non lo fare,
C’è un rossore per l’averlo fatto
E un rossore che viene dal presente, c’è un rossore senza scopo
E il rossore di chi sta per cominciare.

3
Non sospirare così, non sospirare!
Della dolce mela d’Eva sento il sapore:
Con quei fianchi così rilassati, i tuoi spicchi certo li hai già assaggiati,
E combattuto hai anche, a morsichi d’amore.

4
Gioca ancora una volta, arriva fino al torsolo bello!
Durerà il tempo solo della nostra giovinezza:
E’ la stagione dolce dei baci
Quando i denti rapaci sono ancora all’altezza.

5
C’è un sospiro per il sì e uno per il no,
E un sospiro esiste anche per il non lo sopporto:
Che facciamo? Stiamo o corriamo?
Su, mordi la dolce mela, diamoci conforto.

John Keats (1795-1821), Poesie, Mondadori, Milano, 2016, pp. 171-173, traduzione di Silvano Sabbadini

capacità negativa

Con Dilke abbiamo avuto una discussione, o meglio una disquisizione su vari temi; parecchie cose d’un tratto si sono combinate nella mia testa, e ho capito qual è la qualità che ci vuole per fare un Uomo di successo, in particolare in Letteratura, qualità che Shakespeare possedeva in massimo grado; intendo dire la Capacità Negativa e cioè quando un uomo è capace di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione.

John Keats, “A George e Thomas Keats” del 21 dicembre 2017, tratto da Lettere sulla poesia, Feltrinelli, MIlano, 1984, pag. 75.

Chi è il poeta? Lo voglio vedere

Chi è il poeta? Lo voglio vedere.
Su, Muse, fatemelo incontrare.
E’ l’uomo che d’ogni altro uomo è uguale,
Sia il più povero dei poveri
O di sangue reale; può assomigliare
A qualsiasi cosa degna d’ammirazione,
E sulla scala dell’essere sta tra la scimmia
E Platone, oppure è l’uomo che sospinti
Lo scricciolo e l’aquila che sono in lui,
Riesce sempre a dar via libera ai propri istinti.
Ha ascoltato il ruggito del leone,
E può raccontare quel che la sua aspra gola espone,
L’urlo della tigre per lui è armonia:
Risuona infatti al suo orecchio
Come fosse la sua lingua natia.

*  *  *  *  *  *  *

John Keats, Poesie, Mondadori, Milano, 2016. Traduzione di Silvano Sabbadini.

Charles Baudelaire, la musica

Come un mare la musica sovente
mi rapisce! E inalbero la vela
sotto nebbiosa volta o nell’azzurro
verso la mia pallida stella.
Petto in avanti, come una vela gonfio,
scavalco dei gran flutti accavallati
le creste, che la notte mi nasconde.
In me sento vibrare affetti opposti
come una nave che patisce. Il vento
che l’asseconda ed i convulsi strappi
della tempesta sull’immenso abisso
mi cullano. – Altre volte, poi, bonaccia:
grande specchio alla mia disperazione.

Musica e mare, anche in Francia.