le chitarre di David Gilmour

David Gilmour ha deciso di vendere 120 delle sue chitarre. Per me 120 chitarre sono un’enormità ma credo che per un professionista di fama internazionale sia il pane quotidiano. Come un pilota di formula uno che possiede e usa tante macchine. Alcune chitarre sono sconosciute ai fan ma c’è anche la mitica, e personalizzata, Black Strat con cui ha suonato pezzi immortali ascoltati infinite volte: Money, Shine On You Crazy Diamond e Comfortably Numb. Poi c’è quella di Wish you were here.

L’operazione ha finalità umanitarie  poiché il ricavato è destinato a finanziare la sua società benefica che si occupa di senza tetto, di ridurre la fame nel mondo e altre cose.

Mi interessano le giustificazioni con cui presenta la cosa: David sostiene, con il suo fare sornione, che “Everything has got to go” e aggiunge scherzando “It’s the spring sale”. Ovvero “Ogni cosa deve andare” e “Sono i saldi di primavera”. Mi pare che ci sia la consapevolezza dello svanire della vita, e con essa del successo e del ricordo del mondo. Mi apre si stia preparando a morire.

Dice che le chitarre gli sono state amiche, gli hanno dato molta musica, molto piacere e che è giunto il momento che vadano per il mondo a dare piacere ad altri.

Sarà che amo da sempre i Pink Floyd, ma ammiro questo chitarrista che prende congedo da ciò che più di ogni altra cosa gli ha dato successo, emozione, vita, denaro, piacere, creatività. E nel farlo augura che qualcuno possa trarre lo stesso piacere dalle sue chitarre. Un passaggio di consegne e una presa di distanza dalla vita che rivela saggezza.

In fondo il rock insegna che non sempre si può avere ciò vuoi ma che nel frattempo scopri ciò di cui hai bisogno.

Annunci

anna e marco, lucio dalla

Una storia semplice, che più semplice di così non si può: una ragazza, Anna, e un ragazzo, Marco, si incontrano in una discoteca e si innamorano. Quante volte è successo? Roba che la rima “cuore/amore” è lì pronta a spargere il suo miele velenoso.

Ma Lucio Dalla è Lucio Dalla ed è capace di trasformare una storia al limite dello squallido, ambientata “in un locale che è uno schifo/poca gente che li guarda/c’è una checca che fa il tifo”, in una storia d’amore profonda, che sfiora con gentilezza l’intreccio di amore e morte. I due, di cui ignoriamo l’età ma li immaginiamo giovani, conducono una vita al limite della disperazione e non perché drogati, delinquenti o altro. Sono al limite perché la permalosa Anna sta perdendo il suo bel sguardo e Marco vive con la madre e la sorella, perché la vita è sempre quella e forse stanno scoprendo che non bastano più a sé stessi. Per caso qualcuno trova una moto e si riesce ad andare in città, in una discoteca mezza vuota dove Anna e Marco ballano e “si scambiano la pelle e cominciano a volare”. E mentre la luna, misteriosa, lontana e spaventosa come l’America, scende a terra, accade qualcosa.

Il finale chiude e apre ogni cosa:

Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
qualcuno li ha visti tornare
tenendosi per mano

L’intreccio fra amore e morte è vecchio quanto il mondo, tutto il Simposio di Platone ne è dominato e solo a fatica Diotima, la Maestra di Socrate, riesce a dire che l’amore è una vittoria sulla morte perché è legato al desiderio di immortalità e quindi non va a braccetto con la morte o il sacrificio degli amanti. Lucio Dalla canta qualcosa di analogo: l’amore unisce i due perché sono al confine della morte. Ma, c’è un ma. Per Diotima, e forse per Socrate e Platone, l’amore apre al trascendente mentre in questa piccola storia d’amore, nata e sviluppata grazie al caso di una moto trovata all’ultimo momento, ci dice che amando l’altro salviamo noi stessi e salvando noi stessi amiamo l’altro. Ma che questo accade se si è stati toccati dall’ala sinistra della morte.

Piccola nota musicale: l’apertura è un timido e solitario organo lunare che alla fine è immerso nel finale fastoso e solare.

Ultima nota: e se nelle discoteche nascessero davvero amori?

realtà e demoni

Un uomo ha sparato con un fucile ad aria compressa e colpito una bambina di neanche 1 anno che per effetto del proiettile rischia la paralisi. Indipendentemente dai sentimenti esiste un rapporto di causa ed effetto fra il dito dell’uomo, il proiettile partito, la vita distrutta della bambina. E purtroppo in giudizio si deve tenete conto dei rapporti di causa ed effetto non delle intenzioni.

Chissà cosa pensava quando ha comprato l’arma; chissà cosa vedevano i suoi occhi quando ha schiacciato il grilletto; chissà dove era finita la realtà quando si è appostato al balcone. Chissà in quanto tempo ha deciso di sparare.

Cartesio fece un’ipotesi radicale e paradossale: e se tutto ciò che vedo, sento, tocco e penso non fosse altro che l’inganno di un genio maligno? Come fare a trovare qualcosa di reale e vero? Cartesio poi tira in ballo Dio. Ma io per me, abituato ad aspri limoni che riescono a fossi ombrosi, preferisco coltivare il sentire, sviluppare la conoscenza sperimentale, provare la faticosa e umana compassione, ipotizzare le conseguenze più odiose e dolorose dei miei atti per attenuare quel senso di onnipotenza sognante dell’irrealtà in cui persone e fatti non hanno origine, prosecuzione e si piegano al ritmo della mia volontà.

parlare a un malato grave

Se viene riconosciuto il diritto a porre fine alla propria vita, qualora le condizioni siano tali da annullare la dignità dell’individuo o le sofferenze insostenibili e l’esito infausto, allora ne deriva un obbligo stringente anche per medici, parenti e amici. L’obbligo a dire la verità sulla malattia, sul suo decorso e sull’esito al paziente, al parente e all’amico/a. Il mio nascondere priva la libertà dell’altro.

Le frasi, a metà fra il compassionevole e lo spaventato, del tipo “Non glielo hanno detto, perché … sapete com’è…” non possono più avere cittadinanza. Ne va del diritto di scelta del malato terminale, quale sia la decisione che prende.

Certo si pone il problema del dire e del come dire. Ma non si potrebbe più derogare e nascondere. Credo che anche le persone che sentano il bisogno di parlare della propria morte, anche se non sono malati terminali o distrutti dalle sofferenze, potranno parlare di ciò che pensano alla vista della morte. Chissà che non trovino possibilità di parlare anche coloro che pensano al suicidio, così che la parola permetta loro di trovare nuove speranze.

Forse il poter parlare di queste cose può ridare prospettiva, e forza, alle nostre vite.

Aggiunta successiva alla prima pubblicazione, 6/3/2017.

Rileggendo il post mi sono accorto di essere stato troppo perentorio. Credo che il ragionamento sia corretto perché, in generale, assegnare nuovi diritti agli individui aumenta l’impegno di tutti, ma allo stesso tempo so che nel caso dei malati le implicazioni logiche debbano essere misurate con la complessità della realtà e la carne viva delle persone. Anche per evitare una sorta di “accanimento sociale in nome della verità sulla morte”.