mano sulla coscienza

Ci sono dei modi di dire che mi irritano. L’altro giorno ho aggiunto “mettersi una mano sulla coscienza” alla lista.

In genere i modi di dire sono accompagnati da gesti perché il linguaggio è anche pragmatica. In questo caso, la mano viene portata al cuore mentre la voce si fa grave, solenne, come se la persona si preparasse a un cruciale momento di esame morale. Il tutto condito in salsa melodrammatica e sentimentale. E la mano sulla coscienza è più un modo per iniziare a tacitarla che non a darle spazio nel discorso e negli atti.

Si dice che la coscienza abbia una voce e non è una cosa. Perciò mettere le mani sulla coscienza mi pare un modo per fermarla e metterla a tacere.

Poi cosa significa?

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il primo spettacolo teatrale

Arrivo al primo spettacolo teatrale della mia vita: Aldo dice 26 X 1. Il titolo fa riferimento al messaggio inviato dal CLNAI per ordinare che il 26 aprile all’una di notte sarebbe iniziata la fase finale delle operazioni militari contro i fascisti e i nazisti.

Lo spettacolo si tenne a Rivoli in piazza Fratelli Piol. Se non ricordo male le prove si tenevano nell’aula magna del mio liceo e poi nella piazza. Correzione: Antonella Bellan mi fa sapere che lo spettacoli si a Rivoli ma in Piazza Bollani e che le prove furono nella scuola E18 in Strada Antica di Collegno.

In quei giorni vidi Alberto all’opera per la prima volta. Mi colpì la sua capacità di mettere assieme persone provenienti da mondi diversi che in altre situazioni avrebbero forse perfino litigato. C’erano studenti di liceo, attori professionisti, un procacciatore d’affari, un trio di cantanti e musicisti. E tutti questi non solo lavoravano assieme ma sentivano di partecipare a qualcosa di significativo. Soprattutto allestì uno spettacolo che risultò professionale con attori che non erano attori professionisti. Ma non seguiva lo stile di Pasolini che sceglieva volti “popolari” da mostrare come archetipi umani incorrotti. Piuttosto sgrossò gesti e parole adattando le scene alle persone in modo tale che emergesse qualcosa di essenziale della vita dei partigiani.

Del resto, per preparare lo spettacolo, Alberto e Antonella avevano intervistato dei partigiani dalle cui storie erano stati presi episodi reali poi montati in una storia.

Fu un successo. I partigiani che lo videro si commossero perché era stata rappresentata la verità umana e storica. Ci furono un paio di repliche. Non mi pare ci sia un filmato ma solo delle foto di scena. Conobbi il teatro che passa attraverso disperazione, estasi, commozione e gioia per poi essere dimenticato appena spente le luci. Questa forza immediata che incide la mente e il cuore delle persone e poi scompare.

laboratorio teatrale

Mi iscrissi al laboratorio teatrale tenuto dalla, per me, misteriosa “Anonima teatro studio”. La compagnia era composta da Alberto Negro, il regista, e da Antonella Bellan, la sua compagna. Poi c’era il cane Cucciolo. C’erano anche altri ma al laboratorio solo Alberto e Antonella. Il laboratorio si teneva alla Tesoriera. Facevo terza liceo o giù di lì.

Non ricordo quando il corso iniziò, per quanti giorni alla settimana e neanche la durata. Gli esercizi erano le attività tipiche del teatro di quegli anni: mimo, espressione corporea, essere lo specchio di un altro. Dopo di noi, la sala in cui si teneva il corso ospitava la corale universitaria. Oggi  ricordo una sera di primavera, eravamo fuori dalla sala, in uno spiazzo con delle sedie e un tavolino. Si vedevano gli alberi del parco. Il sole per la prima volta da anni mi scaldava le ossa. Il freddo mi accompagnava da anni: estate, inverno, autunno o primavera sentivo un cerchio gelido come l’acciaio che mi torceva il cuore e la gola. Io lo dicevo freddo di morte: c’era il terrorismo per le strade, l’eroina che uccideva gli amici, la solitudine. Ma quel tardo pomeriggio primaverile era tutto così dolce e tiepido. Alberto parlava di teatro e c’era una donna che diceva di essere stata a Woodstock, chissà se era vero. Per un attimo provai lo stupore della vita. In verità quella donna era un po’ antipatica ed era stato solo uno scorcio ma mi si era aperta la possibilità della libertà, dell’emozione espressa, del calore della vita. Quel ferro ostile che mi bloccava dentro per un attimo era svanito e al suo posto trovavo qualcosa d’altro. Negli anni successivi avrei parlato e discusso con Alberto di teatro e di cinema.

Alla fine del corso Alberto mi chiese se volevo partecipare come attore a uno spettacolo che si sarebbe tenuto a Rivoli per commemorare la resistenza: “Aldo dice 26 X 1”, che poi era la parola d’ordine per lanciare l’attacco finale contro i tedeschi.

Per me era la felicità. Recitare era ciò che volevo fare.

teatro da ragazzo

Da ragazzo ho fatto teatro. Erano gli anni Settanta, facevo il Liceo, c’erano le Brigate Rosse, i coetanei che morivano giovani per droga, la mia famiglia che c’era e non c’era. La mia vita era fatta di sopravvivenza scolastica, di genitori travolti da altri problemi, di amici le cui vite iniziavano a delinearsi su percorsi diversi dal mio.

Insomma, solitudine e angoscia mescolate alla confusa felicità della giovinezza. In alcuni momenti mi sarei schiantato contro un muro, in altri leggevo come un disperato.

Poi lessi la locandina di un laboratorio teatrale tenuto da una compagnia a me del tutto ignota: “Anonima teatro studio”. Non lo sapevo, ma sarebbe stata determinante per gli anni successivi. E forse per la vita.

perché sono un disadattato 

Capite che se a 17 anni ascolti musica composta da artisti che hanno questa idea è difficile adattarsi a certe cose che vanno ora.

Poi mi chiedo, se la vetrina che mette in mostra questo è la biblioteca civica di Udine, quanto è diventato istituzionale quello che ieri era trasgressivo? E soprattutto, vista l’età media dei frequentatori della biblioteca, “oh my God, what have I done?” e “once upon a time you dressed so fine”.

“Do I want to make a deal?”

litigare, anche violentemente 

Poi ci sono quelle volte in cui ci sono due persone, anche preparate e competenti, ma così simili nel modo di accostarsi ai problemi ed entrambe così drasticamente decisioniste che corrono verso l’unico esito possibile: il reciproco rimprovero perché l’altro è proprio ciò che io stesso sono. Ovvero si litiga e ci si fa la guerra quando due persone occupano lo stesso spazio politico, concreto o psicologico.

Non è la diversità il problema ma quando scopro che l’altro è nel o minaccia il mio spazio.

Insegnare filosofia, di nuovo

Niente da fare è difficile. Uno può partire dal web, dal libro di testo, dai testi originali o dalla vetusta “lezione frontale”, che poi è quella ancora largamente usata dai colleghi, quale sia la strada intrapresa alla fine resta uns domanda dal sapore amaro: fra le pagine chiare e le pagine scure, di tutta la saggezza e la follia dei filosofia, delle parole liberatorie e prigioniere, delle analogie imprigionate, cosa resta di tutto ciò, e dell’altro che c’è stato, nella persone a cui ho parlato e con cui ho discusso per anni? 

Quando saranno nel momento cruciale della scelta, quando sarà difficile districarsi fra le possibilità da cui dipenderà il loro destino, quando le parole sembrare ed essere avranno un significato molto reale, ci sarà ancora anche una sola delle parole che ci siamo scambiati?