esami di stato

Ecco che la cosa ritorna, inesorabilmente. Questa volta 3 classi. Ma non è la prima volta. Mi è capitato di averne anche su scuole diverse, statali e private.

Ma ogni volta è un’esperienza nuova. Membri della commissione, studenti, prove: tutto congiura per fare della stessa cosa un evento diverso ogni anno. Lo schema istituzionale fa emergere delle differenze tutte umane e casuali.

Il ritorno dell’identico

  • Le tesine completate all’ultimo minuto utile.
  • L’ansia del registro online degli esami: funziona o non funziona? Dopo il primo giorno funziona.
  • La documentazione da consegnare al Presidente della Commissione.
  • La presentazione della classe alla Commissione con i sufficienti, i bravini e quelli eccezionali.
  • I giornali e la discussione sulla prova l’italiano.
  • Lo studente che arriva in ritardo.

Le novità dell’anno

  • Delle tesine promettenti.
  • Che sarà dell’Alternanza Scuola Lavoro?
  • È l’ultima volta dell’esame organizzato in questo modo.
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AIDS e rivoluzioni

C’è questo sito, American Rethoric, che contiene discorsi significativi della vita politica e sociale americana. Di molti c’è la registrazione e la trascrizione. Tutta roba interessante. C’è anche il famoso discorso di Martin Luther King “I have a dream”. Per caso a scoperto un discorso emozionante.

19 agosto 1992, Republican National Convention. In autunno ci saranno le elezioni presidenziali e i contendenti sono Clinton e Bush padre. Vincerà Clinton ma probabilmente i Repubblicani sanno che difficilmente Bush riuscirà  a spuntarla con Clinton e tentano tutte le carte per sottrargli elettorato. Alla Convention appare questa donna Mary Fisher, una che più White Anglosaxon and Protestant non si può. Carina come una Barbie vestita stile anni Ottanta. E fa un discorso eccezionale, che American Rethoric classifica come uno dei migliori del XX secolo.

Ha preso l’AIDS dal marito che l’ha tradita. E non parla rabbiosamente del marito, non si mette a chiedere compassione o maledire nessuno ma si rivolge alla platea dei bacchettoni del partito Repubblicano che etichettano l’AIDS come castigo divino per gay e drogati e a un certo punto dice:

We may take refuge in our stereotypes, but we cannot hide there long, because HIV asks only one thing of those it attacks: Are you human? And this is the right question. Are you human? Because people with HIV have not entered some alien state of being. They are human. They have not earned cruelty, and they do not deserve meanness. They don’t benefit from being isolated or treated as outcasts. Each of them is exactly what God made: a person; not evil, deserving of our judgment; not victims, longing for our pity — people, ready for support and worthy of compassion.

Altro che il “Buttateli fuori!” a cui siamo abituati in questi tempi tristi e moralisti che si nascondono per troppo tempo nei loro stereotipi: “I malati di HIV non sono entrati in una strana condizione aliena. Sono umani. Non si sono guadagnati crudeltà e non meritano cattiveria. Ognuno di loro è esattamente ciò che fece Dio: persone che meritano compassione”.

Conclude affermando che lei, bianca malata di HIV vive assieme a bambini e gay malati e di essere destinata a morire come loro.

C’è molto appello elettorale in questo discorso, ma è rivoluzionario: un appello lanciato oltre l’ostacolo del dolore e della paura della morte per prendersi cura gli uni degli altri nell’assurdità della vita.

 

generazioni

L’altro giorno inizio in una classe una serie di lezioni sul tema dello stato: Platone, Aristotele e giù di lì. Per introdurre l’argomento faccio un brainstorming a partire da una frase che ho scritto alla lavagna: “cosa rende migliore un governo?”

Chiedo a tutti uno per uno e ne emergono le seguenti aree:

  • organizzazione;
  • onestà;
  • multe progressive per reddito;
  • ordine.

Alla fine chiedo: “Ma avete paura della libertà?”

La classe resta in silenzio. Poi uno dichiara “Si” un altro chiede “Quale tipo di libertà?”

Per la mia generazione la parola chiave era libertà.

The Who, Slip kid. No easy way to be free.

poi un professore si stanca anche

Si stanca delle griglie di valutazione; della campanella che suona sempre sul più bello; del fantasma del “programma” che incombe come un avvoltoio sulle speranze di comprensione; di idee che non staranno mai nelle ore d’insegnamento; di voti che non dicono nulla se non la difficoltà di comprendere ciò che si è studiato; dei colleghi con cui non si riesce a parlare; della solitudine autoreferenziale in cui si contorce; del linguaggio povero con cui lotta; della mancanza di feed back; delle leggi che manco fai tempo a capirle che le hanno già cambiate; delle leggi scritte in base a chissà quali accordi; dell’ossessione tutta burocratica e paranoica di documentare ogni cosa perché “è sempre possibile un ricorso”.

Certo che un professore si stanca e vorrebbe portare la classe a fare un giro in montagna per parlare delle idee, dei bei libri che ha letto, delle cose belle e brutte che ha visto; guardare le montagne e sentire l’aria fresca entrare nei polmoni. Oppure ascoltare assieme un disco di quelli che gli sono nella mente e nel cuore da anni e che però non collimano con quella roba del programma e dei voti.

Certo che un professore si stanca e quasi vorrebbe perdere tempo con la classe per discorrere di cose oziose ma che poi sono le sole davvero importanti.

Certo che a un professore succedono queste cose, sopratutto se insegna filosofia.

ne ho piene le mail

Mi capita spesso e ci casco sempre.

Mi accordo con gli studenti per usare la piattaforma Moodle nelle lezioni. Illustro le pagine, l’accesso, indico loro come scaricare l’applicazione. Poi c’è il momento cruciale: mi devono inviare una mail da un loro account così che io possa dare le chiavi d’accesso. A parte l’inventiva dei ragazzi – si parte da “fiorellino89” (che può significare che ci sono almeno altri 88 fiorellini precedenti) e passando dall’inevitabile “supermario78” si atterra su “20002001200220012000” – mi stupisce che le loro caselle di posta sono, in molti casi, piene zeppe. Così piene che se scrivo una mail spesso è non consegnata perché “user quota exceeded”, ovvero la casella del destinatario ha raggiunto il limite massimo di spazio disponibile e non può ricevere altre mail. Sono ragazzi, mi dico. Più abituati a usare Facebook, Istagram, Whats’up, Snapchat. Neanche sanno cosa sia la memoria, neanche sanno comunicare e non hanno coscienza delle buone maniere in fatto di relazioni e comunicazione.

Ma poi ci sono i colleghi. Gente maggiorenne, vaccinata, laureata, che parla, discute. Persone che sanno stare al mondo. O così sembra perché al momento buono appare il messaggio “user quota exceeded” ad avvisarmi che anche loro sono degli analfabeti comunicativi.

Una differenza: i giovani sono nativi digitali mentre i colleghi spesso sono “critici verso questa moda del digitale che tanto fra poco passa”. In tutti i casi, c’è una negazione della propria cittadinanza digitale.

segreti: nello stato e nella persona

Questa volta non parlo delle intrusioni dei servizi segreti nella vita dei privati cittadini o nelle dinamiche politiche pubbliche. Questa volta riporto un documento che ho trovato per caso qualche tempo fa e che mi ha incuriosito perché tocca un aspetto della prassi comunicativa del web. Inoltre mi porta a proporre un’analogia fra condivisione dei dati fra agenzie di intelligence e pubblicazione dei segreti personali.

Scopro un testo della CIA sull’uso di blog e wiki nella comunità dei servizi segreti statunitensi. L’articolo fa riferimento a uno studio del 2005 “The Wiki and the Blog: Toward a Complex Adaptive Intelligence Community“, Studies in Intelligence, Vol 49, No 3, September 2005. La tesi è che le attività di intelligence sono più efficaci se gli agenti condividono le informazioni. La ventata costruttivistica, perciò, dovrebbe travolgere anche gli steccati fra i diversi uffici degli agenti segreti ed elevare la qualità delle operazioni.

Snowden in quegli anni lavorava o i iniziava a lavorare per i servizi segreti. Ma la sua storia dice altro rispetto alle intenzioni dichiarate. L’agente segreto non solo operava spesso da solo ma quando lavorava con altri doveva tacere sulla propria missione e lo stesso facevano i colleghi con lui.

Alcune riflessioni interrogative:

  1. È auspicabile che gli stati rinuncino a un livello significativo di segretezza e opacità in alcune aree delle proprie funzioni, anche quando tecnicamente possibile rendere pubblico eventi e persone?
  2. Ammettendo che si dia una risposta negativa alla 1, entro quali limiti la riservatezza deve essere garantita e quando si deve o può sollevare il velo del segreto?
  3. Qualunque sia la risposta a 1, James Bond è morto e sepolto. Se mai è esistito.

Infine, una riflessione sulla psicologia dell’individuo. Forse uno stato, e i suoi cittadini, possono accettare che vi siano aree di segretezza, ma se riportiamo queste considerazioni alla vita dell’individuo la prospettiva cambia. In questo caso, mi pare che tenere nascosti eventi della vita individuale, generi dolore ed estraneità nei rapporti fra le persone. Parlare pubblicamente eventi o aspetti di sé significa introdurli in un processo dinamico linguistico e argomentativo che soppesa le pretese e i portatori di verità, le implicazioni personali, le implicature e così via. Insomma assorbe in un discorso lo scandalo da tenere segreto diffondendo attorno a sé e in generale nel mondo gli echi del discorso.

Quando ciò non accade, il segreto resta blindato in una echo chamber dell’immagine negata. Lo spirito di Banquo che appare a tavola.

wiki di storia

Ci riprovo con la didattica digitale. Questa volta con storia.

Studenti e studentesse di una terza hanno raccolto in una scheda delle informazioni sulla propria città di residenza: nome, anno di fondazione, fotografie dei resti medioevali. La scheda deve contenere anche almeno un dato personale: da quando sono residenti nella città.

Inizialmente avevo pensato di far fare una timeline online ma non ho trovato dei servizi online che mi soddisfacessero. Allora sono atterrato sulla piattaforma MOODLE della scuola. La classe scriverà un wiki cronologico delle città aggiungendo foto, informazioni, link e citazioni a mano a mano che procederemo con il programma. L’idea è mettere in relazione i grandi processi storici con la realtà vicina e allo stesso tempo abituare al lavoro di gruppo. Il massimo sarebbe che il progetto andasse avanti per tutto il triennio. Vediamo che sarà, nel frattempo ho creato il corso, caricato l’elenco dei ragazzi e delle ragazze su MOODLE.

Ci sono alcune cose da decidere con la classe. Riprenderò il discorso.