let it be

Beatles, autore Paul McCartney, disco Let it be del 1970. E’ l’ultimo disco dei Beatles e segna la fine di un’epoca. Il titolo del disco è anche il titolo della canzone: Let it be, lascia che sia. Le registrazioni avvennero nel 1969 prima delle sessioni che portarono alla luce Abbey Road. Il disco ha lo struggimento delle altre canzoni dei Quattro di Liverpool. Ma è un addio.

La canzone fa riferimento a madre Maria, che però non è da interpretare religiosamente in quanto, per dichiarazione dello stesso McCartney, allude a un sogno di McCartney avvenuto mentre passava un periodo di confusione e di crisi. Nel sogno la madre invitava Paul a non disperarsi, ad avere fiducia che le cose si sarebbero appianate.

Il testo ha linguaggio semplice e diretto; la struttura è circolare. La strofa centrale è

And when the broken hearted people
living in the world agree
There will be an answer, let it be.
For though they may be parted there is
Still a chance that they will see
There will be an answer, let it be.
Let it be, let it be. Yeah
There will be an answer, let it be.

Le risposte si troveranno, i misteri si chiariranno, chi non vede vedrà, ci sarà accordo. E’ la versione riflessiva di All you need is love (1967), in cui i Beatles esaltavano le forze dell’umanità e dell’individuo cantando There’s nothing you can do that can’t be done. Ma qui l’ottimismo sembra esaurito, i sogni svaniti ed è ora di fare i conti con i cocci rotti delle facili speranze. Il mondo non migliora rapidamente; gli uomini non cambiano per incanto; la realtà è dura, spigolosa e ostinata.

Dylan aveva cantato in Like a Rolling Stone il cambiamento della coscienza liberata dalle illusioni. Se per Dylan questo passaggio è dolente ma colloca l’individuo in una condizione di verità che nella riduzione all’essenziale trova una ruvida onestà, in Let it be la disillusione sfocia in un bisogno di consolazione e rassicurazione. Let it be commuove, Like a Rolling Stone ti fa uscire nel mondo. Credo che qua si colga una delle differenza fra cultura americana e inglese, poiché la prima risponde allo scacco della vita con la ricerca di nuove frontiere mentre la seconda con introspezione.

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the great curve

Il mondo è inafferrabile e si muove danzando sui fianchi di una donna.

Sometimes the world has a load of questions
Seems like the world knows nothing at all
The world is near but it’s out of reach
Some people touch it…but they can’t hold on.

(…)

The world moves on a woman’s hips
The world moves and it swivels and bops
The world moves on a woman’s hips
The world moves and it bounces and hops
A world of light…she’s gonna open our eyes up
A world of light…she’s gonna open our eyes up
She’s gonna hold/it move/it hold it/move it hold/it move it hold/
it move it
A world of light…she’s gonna open out eyes up
She is moving to describe the world
Night must fall now-darker, darker.
She has messages for everyone
Night must fall now-darker, darker.

how many more times

Una potente canzone dei Led Zeppelin dal loro primo disco Led Zeppelin I. E’ l’ultimo brano di un disco che ritengo un concept album non so quanto volontario sull’eros e sui rapporti d’amore fra uomo e donna: la scoperta, il desiderio, la convivenza, la paranoia, la gelosia, il crollo comunicativo. Quando lo ascoltavo da ragazzo pensavo anche che si accennasse a una violenza maschile contro la donna e che questa canzone fosse cantata dal protagonista imprigionato dopo aver picchiato o ucciso la donna.

I brani descrivono, sempre dalla voce maschile, l’incontro, l’esplosione del desiderio, le incomprensioni e la gelosia di un uomo, forse giovane, per una ragazza, forse coetanea. La voce femminile non si ascolta mai. How many more times è l’ultimo brano e suggerisce che il ciclo, alle volte infernale, fra Eros e Thanatos si ripeterà ancora e ancora. Ai tempi della pubblicazione forse la domanda invitava a non ripetere tali errori, in nome di un amore purificato e liberato dall’egoismo. Ora sappiamo che la risposta alla domanda è: si ripeterà per infinite volte. Almeno una volta nella vita per ogni uomo o donna nati, nascenti e nascituri. Fino alla fine dei giorni.

 

like a rolling stone: disillusione e libertà

Siamo nel 1965. Bob Dylan è un acclamato autore folk. Alcune sue canzoni sono già storia e rivoluzione: Blowing in the wind, A hard rain is gonna fall, Tamburine Man e altre. Dylan accarezza l’idea di dedicarsi alla letteratura. Si mette a scrivere in prosa ma non abbandona la musica. Arriva in studio di registrazione con un lungo racconto che doveva essere lava allo stato puro, ne estrae una manciata di strofe forti, taglienti, dolci, feroci. La composizione è tormentata ed è all’origine di un’esplosione rivoluzionaria.

Prima rivoluzione

Il brano dura 7 minuti ed è troppo lungo per stare su una facciata dei dischi a 45 giri: le canzoni dovevano rispettare il limite dei 3 minuti per essere pubblicizzate e passare alla radio. Di ridurla non se ne parla neanche e allora Dylan la divide in due parti, una per lato. Dopo le canzoni rock saranno svincolate dai 45 giri.

Seconda rivoluzione

Rolling stone nello slang americano indica il vagabondo, senza soldi ma libero, che è come una pietra su cui non si ferma il muschio perché rotola sempre. Poi c’è una canzone, quasi autobiografica, di Muddy Waters, intitolata Rollin’ stone, la quale canta di un uomo che si incontra con l’amante, quando il marito è via. Dylan cambia il ruolo della canzone che non è lirica o autobiografica; non è il lamento del vagabondo ma la voce di un testimone che assiste a un cambiamento interiore, morale ed esistenziale. Il protagonista è “come”, non è “una” rolling stone. Tutto nella musica e nelle parole converge verso un altro luogo della mente.

Terza rivoluzione

L’apertura di batteria è come un colpo di pistola nel silenzio; come nei riti e nei miti più antichi la coscienza nasce con un suono terribile e improvviso. La chitarra elettrica, la batteria, le tastiere, il basso e la voce catturano l’attenzione. Dopo quel colpo sul rullante il repertorio di Dylan di canzoni folk classiche – canto e chitarra acustica – sarà arricchito di brani elettrici. Verrà insultato pubblicamente per questo passaggio all’elettricità: durante un concerto tumultuoso e violento un fan lo insulterà urlandogli “Giuda”. Ma l’emergere della coscienza è sempre un tradimento.

Il primo verso: Once upon a time è la frase con cui si iniziano le favole “C’era una volta un regno felice” e le strofe cantano della caduta di qualcuno (una donna? Dylan stesso?) che dressed so fine viveva circondato da una corte che lo distraeva e lo adulava. Alcuni prendevano perfino calci al suo posto. E si prendeva gioco dei pezzenti che facevano l’elemosina. Fino a che un ladro ruba tutto e lo scopriamo per strada like a rolling stone che si accorda con un vagabondo dagli occhi vuoti che non concedono alibi. Privo di protezioni, ridotto all’osso si compromette impegnando i gioielli che restano; avendo perso tutto, non ha più nulla da nascondere e diventa invisibile. La sognante, spensierata e crudele vita precedente è del tutto preclusa e non ha più una direzione verso casa.

Il chiunque, nowhere man/woman, della canzone, prova la sofferenza del tradimento, della disillusione ma sopratutto la dolorosa felicità di vivere con il dono di una libertà inaspettata, aspra e dolce, che scuote intimamente il corpo e l’anima. E quella domanda chirurgica posta in forma impersonale – How does it feel? Come ci si sente? che scava nel cuore e nella mente. Forse non è così male; forse cadute le illusioni e le menzogne c’è finalmente la possibilità di essere.

Come ci si sente a essere like a rolling stone? Fottutamente bene.

tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare

C’è questa canzone presente nel film Blues Brothers, Everybody Needs Somebody to Love. I Blues Brothers non sono gli autori che sono invece Bert Berns, Jerry Wexler e Solomon Burke.

Il concetto è semplice, ma non per questo banale: ogni persona ha bisogno di qualcuno da amare. Anche le persone che non ci piacciono, perché magari ci sono ostili, ci hanno ferito o chissà che altro hanno lo stesso bisogno nostro: abbracciare, accarezzare, baciare.

Anche coloro che amano come noi non amiamo e magari ci fanno paura per questo.

Nella canzone Jack Elwood presenta la canzone accennando che anche i poliziotti che inseguono lui e il fratello hanno lo stesso bisogno di amare e di essere riamati.

Perché? Perché

Oh, sometimes I feel like
I feel a little sad inside

paint it black

I Rolling stones sono una rock band mitica e che forse è andata perfino oltre il mito. Negli anni Sessanta furono presentati come l’alternativa sporca, irriverente e scura ai Beatles. Nella contrapposizione c’era molto marketing ma è vero che i due gruppi erano molto diversi per stile, per le canzoni, perfino le facce erano agli antipodi. Il taglio a caschetto sui volti dei Beatles era accattivante mentre sui musi degli Stones emanava trasgressione, sesso ed emozioni forti. Comunque i due gruppi erano amici e c’è anche una leggenda per la quale il Beatles George Harrison promosse gli Stones alla Decca, la casa discografica che non aveva messo a contratto i Beatles all’inizio della carriera. Infine la vita degli Stones è costellata di eventi tragici: la morte misteriosa di un membro della band Brian Jones, l’uso di droghe, gli amori infelici.

Alcune canzoni degli Stones sono entrate di diritto nella storia, per esempio Satisfaction, un riff fulminante e ossessivo che comunica insoddisfazione esistenziale in modo unico. Ma gli Stones non sono musicalmente eccezionali e più che altro sono stati intelligenti a circondarsi di orchestrali e musicisti di alto livello.

Qua propongo una canzone del 1966 Paint it black, (composizione). Il testo è diretto e semplice, nel migliore stile rock: abbandonato dalla donna amata, forse morta, l’amante vuole che tutto il mondo e tutto del mondo sia dipinto di nero. Nero come una bara, nero come la morte. Perché eros e morte sono così intimamente connessi che occorre cantarli tutti e due per essere onesti: sia la sinfonia di desiderio, vita multicolore e stupore alla vista della persona amata sia lo sgomento disperato, mortale e scuro per la sua scomparsa. Da notare la scala orientale, che nelle canzoni psichedeliche dell’epoca era usata associata all’armonia universale, alla pace e all’amore incondizionato, qui usata in senso contrario.

 

a day in life

Questa non è una canzone rock. Qualche indicazione: è l’ultimo brano di un disco che è pietra miliare della musica rock e secondo alcuni della musica del Novecento Sgt Pepper Lonely Hearts Club Band; i Beatles, pieni di soldi per i successi degli anni precedenti, decisero di passare 5 mesi in sala di registrazione per creare questo disco disinteressandosi degli aspetti commerciali; usarono le tecnologie di registrazione all’avaguardia negli anni Sessanta; il brano è la sintesi di due canzoni, una di Lennon e una di McCartney unite da un passaggio orchestrale; la composizione del brano è ricca di episodi, eventi casuali, pianificati che sarebbe troppo lungo riportare qui. Il testo prende le mosse da un articolo di giornale sulla morte di un amico di Lennon ma poi si sviluppa con giochi di parole, ricordi, immagini surreali.

Un giorno nella vita in cui si susseguono morte, vita, sogni, amore senza logica ma il tutto sta assieme per la strana armonia dei suoni. Qualcuno ha rievocato il poeta Eliot per interpretare A day in life, e credo che ci sia un fondo di verità. Aggiungerei Joyce e Leopold Bloom che vaga per Dublino.

A ogni ascolto scopro qualcosa. In quello di oggi il piano: accompagna con sapienza e varietà le fasi della canzone. La fine è così netta e allo stesso tempo sfumata verso il nulla, come se la vita emergesse dal vuoto e dal nulla come una serie di risonanze autosufficienti e autonome per essere inghiottita di nuovo. In mezzo lo stupore attonito del caos e della bellezza.

Tre note finali.

Il filmato mostra Beatles, Rolling Stones e altri personaggi degli anni Sessanta.

Come quasi tutte le canzoni dei Beatles anche questa comunica melanconia, gioia e abbandono. Non riesco a capire come facessero.

Infine, la copertina. I Beatles hanno voluto raccogliere in quella immagine tutte le persone, gli autori, gli scrittori che li hanno ispirati.