Verona e la famiglia: costoro non sono martiri

In realtà pensavo che certe cose fossero acquisite, prima fra tutte la libertà individuale di scegliere la propria vita senza che la frase “Dio è con noi” venisse pronunciata con la fiera serenità del fanatico che trova nella provocazione il senso della propria esistenza. Del resto, se si vive nel mito della lotta fra il bene e il male, fra il Vero e il Falso, allora la provocazione violenta è un imperativo, finalizzato a assumere il ruolo di martire.

Quindi non voglio rispondere alle provocazioni che fanno il gioco di chi si crede dalla parte di Dio. Non voglio sottostare al loro delirio, confermandolo ai loro occhi.

Piuttosto, saluto gli e le omosessuali, gli e le divorziate, chi ha abortito, gli atei, le femministe, le donne che hanno scelto di non sposarsi, gli uomini e le donne che hanno scelto o stanno scegliendo di transitare. Saluto chi gode della vita.

Aggiungo, a scanso di equivoci sentimentalistici o di qualsiasi facile dichiarazione di fratellanza: non sono amico di tutti voi. E nessuno di noi si aspetta che si debba essere forzatamente amici per ribellarsi. Non è per amicizia che soffro e mi arrabbio a sentire i deliri dei fanatici riuniti a Verona. Per quanto avere amici e amiche omosessuali, divorziate e divorziati, atei, transessuali mi abbia aiutato a sentire e capire.

Mi ribello perché è lesa la vita; perché sono disprezzati i dolori e le gioie delle nostre scelte; perché ho paura di chi serenamente afferma che “Dio è con noi”, come era scritto sulle fibbie dei nazisti; perché diffido di chi vuole imporre un solo stile di vita, una sola verità, così da nascondere le proprie insoddisfazioni e inquietudini; perché ho cose più importanti e interessanti nella vita che frugare morbosamente fra le lenzuola di amici e sconosciuti per misurare la naturalezza e l’ortodossia della loro sessualità; perché non ci si deve vergognare dalla propria vita.

Ora mi appresto a rileggere Mill e On Liberty e mi preparo a difendere la laicità dello stato.

Concludo riportando che esiste anche un film intitolato Dio è con noi.

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è una cosa stupida ma reale

Quando scoppia una guerra, la gente dice “Non durerà. è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una cosa sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti in primo luogo, perché non hanno preso le loro precauzioni.

A. Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pag. 30.

Camus in classe

In una quinta stiamo trattando l’Esistenzialismo; dopo aver esposto alcune cose di Heidegger ho voluto far leggere qualcosa di Camus. Non di Sartre. Si sono rivelati più attenti di quanto mi aspettassi. Alla fine della lezione gli studenti avevano bisogno di scherzare, come accade ogni volta che sia esce da una prova impegnativa.

Ho letto brani da La peste e da L’uomo in rivolta. Da La peste, fasi iniziali, quando il protagonista, il dottor Rieux, si trova per la prima volta di fronte alla parola terribile “peste” e reagisce come tutti i suoi concittadini: “I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sula testa. (…) Quando scoppia una guerra, la gente dice : ‘Non durerà, è cosa troppo stupida’. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.” (A. Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pag. 30). Poi la conclusione, “Ma egli sapeva che questa cronaca non poteva essere la cronaca di una vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore, e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici.” (pag. 235).

Ovvero la rivolta dell’individuo contro la morte, la violenza per proteggere assieme agli altri ma senza eroismi la vita delicata che ci è capitata: “Il male che un solo uomo provava diviene peste collettiva. In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del ‘cogito’ nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. E’ un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo”” (A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 2012, Milano, pp. 26-27).

Uno studente ha trovato in un ragionamento di Camus un proprio pensiero. Una ragazza ha voluto capire meglio il rapporto fra rivolta dell’individuo contro l’ingiustizia e la difesa di qualcosa. Ho parlato della possibilità di prendersi cura senza per questo perdersi nelle inflazioni dell’eroismo ma impegnandosi in quel ritorno dell’identico che è la vita quotidiana.

leggere

In questi giorni sto leggendo. Un saggio di Castells, sulla nascita della società di rete: poderoso e interessante. Poi ho portato diverse cose di Camus: La caduta, Lo straniero, La peste, Caligola, Il mito di Sisifo, L’uomo in rivolta. Camus sapeva trovare dei titoli belli: semplici, diretti, suggestivi.

Mi affascina la scrittura di Camus. La caduta è il capovolgimento: dal significato corrente di una parola al suo opposto. È l’andamento del Mito di Sisifo: il pensiero sale per rotolare in basso, in un ciclo continuo e senza pietà.

Alle volte sembra più interessato ad arrivare a delle conclusioni che ad argomentare. Più le asperità dello scandalo che la sottigliezza degli argomenti. La sua grandezza risiede nella capacità di intrecciare la letteratura e la filosofia nella descrizione dei personaggi e delle situazioni.