you can’t always get what you want

Canzone dei Rolling Stones nel disco del 1969 Let it bleed, (Lascia che sanguini). Credo che sia una delle poche canzoni degli Stones che meriti di essere ricordata. Le maggior parte essendo piccoli capolavori di inconsistenza musicale condita con pose da artisti maledetti.

Canta una cosa semplice: non puoi sempre avere quello che desideri. Ovvero che il desiderare qualcosa non implica averla. E’ la cosa più banale da dire e la più difficile da ripassare quotidianamente. Alla base della maggior parte delle religioni, delle dottrine morali, delle concezioni della realtà e della fantasia, ci facciamo i conti tutte le sere, quando si fa il riassunto della giornata e il “calcolo dei dadi non torna”. E si deve lasciare andare come perduto per sempre quello che manca all’appello, altrimenti perdi il presente mentre insegui il passato. Ogni sera si lascia andare ciò che oggi non è stato per lasciare spazio a ciò che forse sarà ma che si dovrà comunque lasciare andare. Di contro, la frustrazione ci riporta all’essenziale di ciò di cui abbiamo bisogno, senza capricci o fronzoli isterici.

Nella canzone si parla di donne sanguinarie, di uomini prossimi alla morte, di manifestazioni in cui si viene picchiati e così via. Nel video Mick Jagger fa dei gesti decisamente irritanti: ma perché si dimena in quel modo? Ma che senso hanno quelle braccia agitate così? Però la canzone è bella. Molto bella. Nella versione originale su disco un coro di voci bianche come se fosse un coro di angeli scesi a rasserenare l’umanità tormentata.

Nota

Ad ascoltare la canzoni dei “favolosi anni Sessanta” viene da pensare che siano stati meno entusiasmanti di quanto si dica. Sulle due sponde dell’Atlantico abbiamo: consolazione per dolore; incoraggiamento per quando si è soli in un mondo ostile; insoddisfazione impossibile da contenere; richieste d’aiuto; crisi nervose; verità che si tramuta in falsità. E così via.

paint it black

I Rolling stones sono una rock band mitica e che forse è andata perfino oltre il mito. Negli anni Sessanta furono presentati come l’alternativa sporca, irriverente e scura ai Beatles. Nella contrapposizione c’era molto marketing ma è vero che i due gruppi erano molto diversi per stile, per le canzoni, perfino le facce erano agli antipodi. Il taglio a caschetto sui volti dei Beatles era accattivante mentre sui musi degli Stones emanava trasgressione, sesso ed emozioni forti. Comunque i due gruppi erano amici e c’è anche una leggenda per la quale il Beatles George Harrison promosse gli Stones alla Decca, la casa discografica che non aveva messo a contratto i Beatles all’inizio della carriera. Infine la vita degli Stones è costellata di eventi tragici: la morte misteriosa di un membro della band Brian Jones, l’uso di droghe, gli amori infelici.

Alcune canzoni degli Stones sono entrate di diritto nella storia, per esempio Satisfaction, un riff fulminante e ossessivo che comunica insoddisfazione esistenziale in modo unico. Ma gli Stones non sono musicalmente eccezionali e più che altro sono stati intelligenti a circondarsi di orchestrali e musicisti di alto livello.

Qua propongo una canzone del 1966 Paint it black, (composizione). Il testo è diretto e semplice, nel migliore stile rock: abbandonato dalla donna amata, forse morta, l’amante vuole che tutto il mondo e tutto del mondo sia dipinto di nero. Nero come una bara, nero come la morte. Perché eros e morte sono così intimamente connessi che occorre cantarli tutti e due per essere onesti: sia la sinfonia di desiderio, vita multicolore e stupore alla vista della persona amata sia lo sgomento disperato, mortale e scuro per la sua scomparsa. Da notare la scala orientale, che nelle canzoni psichedeliche dell’epoca era usata associata all’armonia universale, alla pace e all’amore incondizionato, qui usata in senso contrario.

 

It’s only rock and roll

So che è a tratti banale; troppo semplice e rumorosa. So che si affianca a un’industria discografica che può fagocitare ogni novità e creatività. Ma resta l’unica musica che viene a dirti che “la tua anima non è morta”.

In chiusura: i Rolling Stone hanno azzeccato una manciata di canzoni, le altre non sono sempre un granché. Ma quelle 10/15, per Diana, stanno lì nel corpo e nei pensieri, come una pietra che brucia che non puoi buttare ma neanche tenere.