storia e Trump

Ha fatto una serie di disastri e danni, alcuni dei quali profondi. Ma attribuire solo al narcisismo patologico l’origine delle sue scelte e dei suoi comportamenti è profondamente sbagliato, come lo è assegnare alle patologie di Hitler la responsabilità del Nazismo o all’autoritarismo di Mussolini il Fascismo. Cercare i fili della storia serve a capire. Dal libro Liberal e conservatori. L’America da Nixon a Bush, di Giuseppe Mammarella, Laterza, Roma-Bari, 2004, pag. 14. Contesto: America dopo gli anni Sessanta:

Più che merito dei suoi leader e dei suoi presidenti il recupero dei repubblicani è la conseguenza di una vera e propria rivoluzione nella filosofia politica del paese. Dal riformismo progressista, di cui quasi per un quarantennio si è fatta interprete la politica liberale, l’America si sposta sulle posizioni di un conservatorismo non privo di tentazioni populistiche, in nome del ritorno alle origini. Le idee conservatrici, rimaste marginali nel dibattito politico per almeno due generazioni, ritornano, prima in sordina poi sempre più prepotentemente, fino ad affermarsi come quelle dominanti in cui si riconosce la maggioranza degli americani. Anche il partito democratico deve prenderne atto ed è costretto ad adeguarsi al clima prevalente, perdendo la sua identità originale senza riuscire a darsene una nuova.

a fairytale of new york, the pogues

I’ve got a feeling
This year’s for me and you
So happy Christmas
I love you baby
I can see a better time
When all our dreams come true
[…]
You took my dreams from me
When I first found you
I kept them with me babe
I put them with my own
Can’t make it all alone
I’ve built my dreams around you

didattica della filosofia: il linguaggio

In un altro articolo ho descritto un percorso dedicato alla compassione che ho tenuto durante il lockdown. Ora ne espongo un secondo che riguarda il linguaggio.

Perché questa riflessione?

Esiste una relazione generale fra linguaggio, individuo e democrazia. Negli ultimi decenni ci si è concentrati sul rapporto fra democrazia e media, televisione, giornali e poi il “web”. Per questo sembra di ripetere un discorso già tenuto e come tutti i discorsi già ascoltati, può perdere di mordente. Ma qui ho voluto che gli studenti considerassero un aspetto lasciato in ombra, per quanto in fondo sotto gli occhi di tutti: i media, e il web sopratutto, fioriscono grazie al linguaggio, colloquiale, colto o schematico. Per introdurre l’argomento ho usato l’audio di un filosofo italiano vivente, Salvatore Natoli, per il quale la sopravvivenza della democrazia dipende da una sorta di costante apprendimento linguistico.

In aggiunta alle parole di Natoli, le osservazioni sulla neolingua che George Orwell aggiunse in coda al suo romanzo 1984. La neolingua di 1984 è pensata per eliminare metafore, per essere semplice, per stigmatizzare, per esprimere concetti opposti con il medesimo termine. Semplificare il linguaggio per ridurre le capacità interpretative delle persone.

Linguaggio e musica

La trattazione ha inizio dopo l’introduzione generale e poi propongo delle musiche per stimolare la riflessione e la partecipazione dei ragazzi. Invito ad ascoltare tre canzoni che citano il linguaggio pur essendo diverse fra di loro per stile, periodo.

  • No language in our lung, del gruppo inglese XTC. Quando mancano le parole: nei nostri polmoni c’è il fiato per dire ma le parole falliscono proprio quando dovrebbero dare il meglio di sé.
  • Don’t talk (put your head on my shoulders), degli americani Beach Boys. Le parole possono essere superflue perché ascoltare il battito del cuore è arduo e richiede il silenzio. Ma se non ci fosse un discorso e il linguaggio, esisterebbe il silenzio?
  • Language is a virus, della cantante e compositrice americana Laurie Anderson. A disease is spreading worldwide. But what if also language itself were a virus.

Linguaggio e quarantena

Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore. La metafora della guerra è la più usata per raccontare il coronavirus. Ma cosa si annida nelle metafore? Il mutamento (linguistico) del coronavirus. Per conoscere i risvolti linguistici del Corona Virus discutiamo in videoconferenza alcuni articoli che analizzano la lingua della pandemia ovvero come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare, dall’ossessione per i termini medici a quella per la panificazione.

Linguaggio e realtà

Un rapporto difficile da sempre.  Una parte consistente della filosofia del Novecento si è occupata del linguaggio, inteso come l’orizzonte trascendentale di senso dell’uomo. Per Wittengstein “I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo”. Prima il linguaggio o prima le cose? E’ il linguaggio a determinare la realtà o la realtà a modificare il linguaggio? Metafore: fra linguaggio e pensiero. Per illustrare le caratteristiche della metafora ho fatto un video.

I principi regolativi della comunicazione

In conclusione le quattro massime della comunicazione di Grice. Con esercizio pratico di analisi di articoli valutati in base alle massime di Grice.

enigma e storia

Un quadro che riassume l’origine e le conseguenze di un atto mitologico terribile che ha innervato la nostra storia.

Il volto di Edipo che interroga. Il suo corpo nudo, inconsapevole. Glabro.

La Sfinge fra le rocce in montagna o in un luogo impervio.

Resti umani che affiorano.

Un uomo che vuole fuggire.

Edipo che resta. Sicuro, estraneo a sé stesso e audace. Intelligente ma incapace di conoscere ciò che si cela fra le pieghe degli eventi e delle vite.

Tutto è terribile in questo quadro e in questo mito.

scuola che cambia: e le superiori?

Ho acquistato un periodico nuovo, Vita, che, come riporta nell’intestazione, è un portale di Sostenibilità sociale, politica ed economica. Ne ignoravo l’esistenza e dopo un passaggio sul sito, metto sito e rivista cartacea in quarantena: c’è un lungo articolo su Agamben e sul passaggio dalla biopolitica alla biosicurezza che mi lascia perplesso. Ma non è di questo che voglio scrivere perché è altro ciò che mi dà da pensare.

Il numero di settembre è dedicato alla scuola con tanto di titolo in copertina: “Una nuova scuola si può fare”. Condividendo la speranza acquisto la rivista. All’argomento “nuova scuola” sono dedicate 52 pagine su 98. Ben più della metà. Molti gli articoli e i temi toccati ma mi pare che qualcosa non torni, a parte un certo tono stucchevole che attraversa le descrizioni dei fantastici risvolti delle classi aperte, senza muri, con tecnologie avanzate, della collaborazione fra territorio, scuola, famiglie, associazioni, reti e altro ancora; a parte il sapore celebrativo legato alla totale mancanza di senso critico che almeno esponga un limite delle sperimentazioni o dei corsi innovativi. A parte queste e altre cose che posso sopportare nella misura in cui si tratta di fare breccia in abitudini, immagini e pregiudizi consolidati nei secoli per cui ora non è importante soffermarsi sugli aspetti problematici del cambiamento ma cambiare. Inoltre, mi dico, ben venga la diffusione di buone pratiche del mondo della scuola, altrimenti sommerso da luoghi comuni, semplificazioni sconcertanti e politiche superficiali. Dopo tutto questo resta un problema cui non so dare una risposta plausibile.

Dove sono le scuole superiori?

Nelle 52 pagine leggo interviste a dirigenti di scuole primarie, dell’infanzia, delle scuole medie. Ma dove sono i docenti e le esperienze delle scuole superiori? Possibile che non ci sia nulla di equivalente nelle scuole superiori? La mancanza dipende dai docenti delle superiori che “non sperimentano la scuola senza muri” oppure dai giornalisti che si soffermano alla fase della formazione dei ragazzi affidata al ciclo della scuola italiana con maggior riconoscimenti internazionali? Oppure i diversi ordini di scuola hanno mitologie proprie: le scuole elementari sono la curiosità fiduciosa dell’infanzia; le scuole superiori l’inquietudine colma di nostalgia di quasi uomini e donne in vista della “vita vera”.

Non so dare una risposta. Durante decenni di insegnamento nella scuola superiore, ho incontrato docenti conservatori, innovativi, rassegnati, spaventati, preparati, impreparati e altro ancora. E forse la mappa delle competenze e degli atteggiamenti nella scuola primaria non è così radicalmente diversa. Per me la maggior parte del lavoro in aula è consistito nella spiegazione e nella lettura di libri di testo, relativamente costosi, a studenti che legano la propria autostima al voto. Ho organizzato attività alternative (per esempio durante il lockdown), “fuori le mura della scuola” e ho avuto delle conferme, per esempio che gli studenti misconoscono la scrittura condivisa perché sono stati addestrati per anni a suddividere studio e lavoro di gruppo in ricerche individuali poi messe una dopo l’altra; che l’impegno delle persone non cambia a seconda della metodologia didattica, innovativa o tradizionale; che a proposte interessanti per me non necessariamente seguono risposte appassionate degli studenti. In sintesi, che fare previsioni e formulare leggi è sempre rischioso.

Detto tutto ciò, una domanda continua a frullarmi per il capo:

Dove sono i docenti che sperimentano nuove strade per le scuole superiori?

Keats: benvenuti gioia e dolore

Sian benvenuti la gioia ed il dolore,
L’erba del Lete e la piuma d’Ermes,
Dell’oggi le ore e quelle del domani:
Amo tutti gli opposti!
Mi piace contemplare volti tristi nel sereno
E tra i tuoni risate allegre ascoltare:
Il bello e il brutto assieme amo amare.
I prati dolci scavati da fiamme ardenti,
Le risa dementi di fronte alla meraviglia
E il volto serio a una pantomima,
Un funerale e le campane a festa,
Un bambino che gioca con un teschio,
La bella mattina e la nave spazzata dalla tempesta,
La belladonna che si bacia con il caprifoglio,
I serpenti che fischiano tra le rose rosse,
Cleopatra regalmente vestita
Con l’aspide al seno,
La musica da ballo e quella che dà malinconia,
Le serenità e la follia,
Il fulgore delle Muse e il loro pallore,
Saturno triste e Momo vigoroso,
I singhiozzi e il riso generoso.
Oh, lo dolcezza del dolore!
Muse splendenti, Muse severe,
Il velo spezzate
E lasciatemi vedere,
Del giorno voglio scrivere e della notte insieme,
Sino a finalmente spegnere la mia sete
Di dolce mal d’amore!
Di tasso sia la mia dimora,
Intrecciato con mortilli nuovi e
Pini e tigli in fiore,
Il mio letto d’erba umile abbia il funereo onore.

J. Keats, Poesie, Mondadori, Milano, 2017, pag. 270-271