Walt Whitman: educazione

Troppo a lungo hai sognato sogni meschini,
Ora ti lavo la cispa dagli occhi,
Devi abituarti al fulgore della luce e di ogni momento della tua vita.

W. Whitman, Foglie d’erba, “Canto di me stesso”, 1228-1230, Mondadori, Milano, 2017.

Golden Slumber, Beatles

Da Abbey Road

Il vero ultimo disco dei Beatles. Paul McCartney, su pressione del produttore Martin che spingeva affinché pensassero «in modo sinfonico», inventa una suite che copre la facciata B quasi per intero. La parte finale, una manciata di minuti tirati all’estremo in cui rock, musica classica, côté indiano, ironia, dramma, chitarre e batterie soliste, rabbia, risentimento, domande senza risposta e amore si mescolano lasciandomi attonito. Il crescendo ti lascia con il sentimento confuso che si prova quando si è assistito e ascoltato a un evento conclusivo, come in A Day in Life. Un evento che sovrasta le parole e il pensiero analitico. Tutto comincia da Golden Slumbers perché ha un nucleo, personale, dei Beatles e generazionale, ostico:

Once there was a way
To get back homeward

Once there was a way
To get back home

Una volta, Yesterday, c’era una strada per ritornare a casa, quale che fosse. Una volta c’era modo di tornare. Ora non c’è più e perciò ci resta la consolazione di una ninna nanna, dolente, di qualche assolo di chitarra elettrica e batteria messe lì a sintetizzare un decennio salutato con affetto. Ma sopratutto una sorta di misura universale, espressa in The End:

Oh yeah, all right
Are you going to be in my dreams
Tonight?

And in the end
The love you take
Is equal to the love you make

Nel sogno apollineo di fronte allo smarrimento totale l’amore può darci un riconoscimento?

Fra le due Carry that Weight: il peso della vita, dello scioglimento dei Beatles, della casa che non c’è più, delle domande mai risposte e delle risposte mai date.

STORIA COMPOSITIVA

Il testo di Golden Slumber riprende, modificandola, una poesia scritta del 1603 da Thomas Dekker; McCartney improvvisò la musica per la sorellastra Ruth. E’ utile ricordare McCartney non sapeva leggere la musica. Con quella improvvisazione andò in studio di registrazione.

Gli assoli di chitarra sono di Lennon, Harrison e si può ascoltare l’unico assolo di batteria di Ringo Star.

Fonti

https://www.beatlesbible.com/songs/golden-slumbers/
http://www.beatlesebooks.com/golden-slumbers
https://www.songfacts.com/facts/the-beatles/golden-slumbers

Red House. Hendrix

La canzone è un blues che riprende e sviluppa temi musicali, e non solo, della tradizione. Da un lato canta la delusa desolazione di un uomo che, dopo un’assenza di 99 giorni e mezzo, torna a casa, Red House, per incontrare la propria donna che nel frattempo è andata via. Nel testo l’uomo scopre che la chiave non entra nella toppa. La conclusione è, però, inaspettata: l’uomo si consolerà con la sorella dalla donna. In un inserto parlato Hendrix aggiunge che “thats alright i still got my guitar”: “va tutto bene perché ho ancora la mia chitarra”, proclamando così la sua poetica: la musica è libertà, eros, distruzione, dramma, esperienza della soglia. Il tutto espresso con una maestria tecnica e musicale eccezionale. E la sua genialità prorompe da ogni nota.

La canzone ha diversi strati. Dal bassista Noel Redding sappiamo che riguardava una ragazza che Hendrix frequentò al liceo, Betty Jean Morgan; secondo il fratello del chitarrista, Leon Hendrix, la canzone si riferisce anche la sorella Maddy; secondo altri (Shadwick) fu ispirata da Linda Keith, la ragazza di Keith Richards e una fra le prime sostenitrici di Hendrix. Keith riferisce che nell’estate del 1966 lei ed Hendrix passarono molto tempo assieme in un appartemento di Manhattan, che aveva muri e decorazioni rosse.

Ma ci sono anche altri significati. La “casa rossa”, che per alcuni non esiste o è il termine con cui si indicavano i bordelli, ha anche un risvolto ulteriore, meno evidente e più simbolico. Nella mitologia Hopi, ricodiamoci che Hendrix era di origini indiane, un tema ricorrente è la “casa Rossa del Sud”, un centro religioso in Messico noto come Palatkwapi. La città era divisa in tre settori il primo dei quali, con una rozza struttura piramidale era riservato alle pratiche religiose. Gli iniziati al cerimoniale religiosi venivano istruiti da esseri incorporei, i Kachina, e quanto più crescevano in sapienza tanto più salivano all’interno della piramide. Al quarto livello gli adepti imparavano a conoscere i pianeti, le stelle, e “la porta aperta” che si trovava nel punto più alto della testa e che non doveva mai chiudersi per permettere loro di parlare con il creatore. Se si prende la via che devia verso sinistra, ovvero si perde la fede, allora lo spirito umano non può più uscire e conoscere il Cosmo. Hendrix non può più entrare alla “Red House” e gli resta la sorella della prima amante e la musica. La poetica di Hendrix si rivela molto meno “canzonettara” di quello che potrebbe sembrare in quanto si inserisce in piena modernità, con la sua consapevolezza dell’impossibilità di un ritorno al tempo consolante e allo spazio ordinato del mito.

Storia compositiva

La prima apparizione ufficiale si ha con la Jimi Hendrix Experience con Noel Redding e Chas Chandler nel 1966 (13 dicembre) e fu scritta a partire da una canzone composta nel 1965 quando ancora suonava nella band di Curtis Knight and the Squires. La prima edizione fu nella versione inglese dell’album di debutto Hendrix, maggio 1967 “Jimi Hendrix Experience”, e nel luglio del 1969 apparve nella versione americana Smash Hits. Hendrix la suonò durante quasi tutti i suoi concerti, compreso l’ultimo tenutosi a nell’isola di Fehmarn per il “Love and peace festival”, il 6 settembre 1970.

Fonti

H. Shapiro, C. Glebbeek, Jimi Hendrix. Una foschia rosso porpora, Arcana, Roma, 2010.
E. Assant, G, Castaldo, Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano, Einaudi, Torino, 2004.
Song meaning: https://songmeanings.com/songs/view/18293/
Song fact: https://www.songfacts.com/facts/jimi-hendrix/red-house
Red House: https://jimihendrix.fandom.com/wiki/Red_House

Dell’arte poetica: inizio e conclusione

Ora trattiamo dell’arte poetica in sé e delle sue forme, quale capacità possiede in virtù di ciascuna, e in che modo esse deve costruirsi i racconti se vuole che l’opera di poesia riesca bene, e ancora di quanti e quali è costituita; inoltre diremo di tutte le altre questioni che appartengono alla medesima indagine. Secondo l’ordine naturale delle cose, incominciamo prima dai principi generali.

Questi sono dunque gli argomenti che abbiamo svolti intorno alla tragedia ed epopea, su di queste in generale e sulle forme ed elementi loro, e quanto e come differiscono, e quali sono le cause della buona o cattiva composizione, e ciò che si è detto su problemi esegetici e soluzioni. Ora trattiamo di seguito intorno ai giambi e alla commedia.

Aristotele, Dell’arte poetica, a cura di Carlo Gallavotti, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori.

Iliade: inizio e conclusione

Canta, Musa, l’ira di Achille Pelide,
l’ira sciagurata che lutti innumerevoli impose
agli Achei precipitando alla casa dei morti molte
anime forti di eroi e facendo dei loro corpi
la preda di cani, il banchetto di rapaci: si attuava
il piano di Zeus da quando, scontratisi, si separarono
l’Atride capo di genti e Achille divino.
Quale dio li spinse a scendere in lotta?

Presero una cassa d’oro in cui deposero
le ossa avvolte in morbide vesti vermiglie
e subito la interrarono in una buca profonda coprendola
con grosse pietre strettamente serrate fra loro.
In fretta eressero un tumulo con le guardie disposte
tutt’intorno perché non venissero all’attacco gli Achei
dalle forti gambiere ed eretto il tumulo tornavano indietro.
Poi, radunatisi, partecipavano a un banchetto magnifico
nella casa di Priamo, il sovrano nipote di Zeus.
Così celebravano il funerale di Ettore domesticatore di puledri.

Omero, Iliade, Mondadori, Milano, 2018.

La nascita della tragedia: inizio e conclusione

Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’Apollineo e del Dionisiaco, similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente.

Ma un vecchio Ateniese, guardando con il sublime occhio di Eschilo chi avesse tali sentimenti, potrebbe però replicare: “Ma aggiungi anche questo, tu, bizzarro straniero: quanto dovette soffrire questo popolo, per poter diventare così bello! Ora però seguimi alla tragedia e sacrifica con me nel tempio delle due divinità!”.

F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 1989.

Metafisica: inizio e conclusione

Inizio

Tutti gli uomini sono protesi per natura alla conoscenza: ne è un segno evidente la gioia che essi provano per le sensazioni, giacché queste, anche se si metta da parte l’utilità che ne deriva, sono amate di per sé, e più di tutte le altre è amata quella che si esercita mediante gli occhi. Infatti noi preferiamo, per così dire, la vista a tutte le altre sensazioni, non solo quando miriamo a uno scopo pratico, ma anche quando non intendiamo compiere alcuna azione.
Libro primo, 980a.

Fine

I risultati di siffatte teorie sono, dunque, questi, e se ne potrebbero raccogliere anche di più; ma il fatto stesso che quei filosofi si sobbarcano a tante sofferenze per spiegare la generazione dei numeri, senza riuscire, per altro, a pervenire a nessuna conclusione, sembra testimoniare che gli enti matematici non hanno una esistenza separata, come alcuni pretendono, dalle cose sensibili, e che i principi della realtà non sono affatto questi.
Libro XIV, 1093b-25

Aristotele, Metafisica, in Opere vol 6, Laterza, Bari – Roma, 1988, traduzione di Antonio Russo.