chi è il colpevole?

L’italia è fuori dai campionati mondiali di calcio. Fuori dal calcio che conta; sconfitta da una squadra dallo stile di gioco dilettantesco; i volti virili di giocatori navigati liquefatti in calde lacrime. Ma sopratutto, come leggo su alcuni giornali, occorre rispondere a una domanda: chi è il colpevole? Chi uccidere mediaticamente e professionalmente per riscattare la vergogna della sconfitta?

Avendo analizzato in modo oggettivo la cosa sono giunto alla conclusione che qui espongo. La colpa è dei produttori degli scarpini usati dai giocatori. Basta riflettere sulla dinamica dell’impatto con il piede per capire che ogni minima piega dei lacci o del cuio degli scarpini influisce sulla traiettoria della palla. Un laccio nel punto sbagliato e la parabola del pallone segue un percorso imprevedibile non voluto dal calciatore al momento in cui ha colpito la palla. Ora la domanda cruciale: i produttori di scarpe da calcio sono scarpari incompetenti o hanno messo i giocatori nelle condizioni migliori per giocare?

P.s.

La sconfitta è dolorosa in sè e per le sue conseguenze. Carriere bruciate, giocatori emarginati perché collegati alla sconfitta, diritti televisivi persi, professionisti screditati, catene decisonali distrutte e così via. Ma chi cade può rialzarsi. Cercare un colpevole, che tanto sempre si trova, è come cercare una strega da bruciare per non pensare al dolore e alla casualità degli eventi umani. Ora è il momento di stare nell’oscuro dolore del perdente. Può far bene. Tutto ciò non toglie le responsabilità individuali ma spero non aggiunga l’inutile e cruenta caccia al colpevole.

P.p.s.

Se qualcuno la avesse buttata dentro entro i primi 20 minuti i giocatori avrebbero tramutato la paura della sconfitta che li paralizzava in un’angoscia individuale in rabbia e coraggio di squadra. Come diceva Al Pacino in un famoso monologo di Ogni maledetta domenica, la squadra non è diventata un insieme.

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evoluzione

Adesso le specie di Homo con cervelli piccoli sopravvissute fino a tempi recenti sono diventate due, smentendo la vecchia e consolidata idea (un altro paragrafo classico dei manuali che va riscritto) secondo cui nel genere Homo vi sarebbe stato un trend graduale di encefalizzazione accompagnato dalla crescita progressiva della complessità sociale e tecnologica. Più che un’ascesa graduale e inarrestabile delle specificità umane, i dati recenti mostrano come l’evoluzione umana sia stata piuttosto un’esplorazione molteplice di possibilità, con specie che hanno accelerato su alcuni tratti e meno su altri, ciascuna portatrice di un mosaico di caratteri provenienti dal passato e di caratteri nuovi, ciascuna figlia delle contingenze ambientali locali. Il risultato è che le transizioni fondamentali che hanno condotto all’umanità moderna (bipedismo, complessità sociale, tecnologie litiche, linguaggio, intelligenza simbolica) non sembra che siano state portate all’unisono da una sola specie per volta, ma siano passate attraverso una gamma di specie differenti e spesso conviventi. Finché 200 millenni fa è apparsa in Africa una specie fra le tante, Homo sapiens, portatrice, però, di una combinazione inedita di tratti anatomici e cognitivi che, a scoppio ritardato (non prima di 100 millenni fa), la renderà particolarmente flessibile, mobile, creativa, invasiva e loquace. Tanto da rimanere l’unica rappresentante del nostro genere, un’eccezione tardiva.

Telmo Plevani, Adamo ed Eva nati più volte, in MicroMega, 6/2017, pag. 11.

Fonte dell’immagine: http://humanorigins.si.edu/evidence/human-fossils/species/homo-heidelbergensis.

Chi è il poeta? Lo voglio vedere

Chi è il poeta? Lo voglio vedere.
Su, Muse, fatemelo incontrare.
E’ l’uomo che d’ogni altro uomo è uguale,
Sia il più povero dei poveri
O di sangue reale; può assomigliare
A qualsiasi cosa degna d’ammirazione,
E sulla scala dell’essere sta tra la scimmia
E Platone, oppure è l’uomo che sospinti
Lo scricciolo e l’aquila che sono in lui,
Riesce sempre a dar via libera ai propri istinti.
Ha ascoltato il ruggito del leone,
E può raccontare quel che la sua aspra gola espone,
L’urlo della tigre per lui è armonia:
Risuona infatti al suo orecchio
Come fosse la sua lingua natia.

*  *  *  *  *  *  *

John Keats, Poesie, Mondadori, Milano, 2016. Traduzione di Silvano Sabbadini.

Charles Baudelaire, la musica

Come un mare la musica sovente
mi rapisce! E inalbero la vela
sotto nebbiosa volta o nell’azzurro
verso la mia pallida stella.
Petto in avanti, come una vela gonfio,
scavalco dei gran flutti accavallati
le creste, che la notte mi nasconde.
In me sento vibrare affetti opposti
come una nave che patisce. Il vento
che l’asseconda ed i convulsi strappi
della tempesta sull’immenso abisso
mi cullano. – Altre volte, poi, bonaccia:
grande specchio alla mia disperazione.

Musica e mare, anche in Francia.

navigare, mare e musica

Il tema del navigare appartiene alla cultura inglese, per evidenti ragioni geografiche e politiche. Inoltre il mare, il rischio e il desiderio del navigare oltre il confine terrestre del noto assume contorni metafisici. L’immagine di Doré per The Ryme of the Ancient Mariner in testa riassume il fascino colmo di terrore e ammirazione che il mare ispira. Ritroviamo il mare con il suo carico inquietante in alcune canzoni rock e di rock progressive.

Procul Harum, A salty dog, 1969. Un viaggio per nave e la scoperta di una nuova terra. La musica è sospesa nel racconto dell’approdo e dell’esplorazione della terra sconosciuta. C’è qualcosa di misterioso, attraente ma anche inquietante. E se la pace dell’isola fosse il fascino paralizzante della morte?

King Crimson, da Islands, 1971. Un disco che si rifà esplicitamente all’Odissea e molto dibattuto fra i critici perché diverso da quelli precedenti, come un viaggio per mare che abbandona le terre conosciute. Seleziono tre brani.

Sailor Tale. Un brano rock selvaggio, ruggente e aspro. Il tintinnare dei piatti all’apertura fa capire che il racconto del marinaio non sarà rassicurante ma ciò che perde in serenità guadagna di forza.

Prelude, Songs of the Seaguls. Un quartetto di musica classica. Gabbiani che si librano composti nel vento illuminando il mondo con una misura cristallizzata e in fondo lontana perché artificiale. Il gabbiano ucciso ne The Ryme qui diventa un ricordo lezioso.

Islands, un’isola così bella non si era sentita, e vista, mai. Si resta attoniti ad ascoltare l’estasi senza tempo che crescendo riempe ma incatena. Il dialogo alla fine, con una traccia fantasma, rompe l’incanto estatico. Island è il titolo e nelle isole si incappa in incanti sfuggenti.

Poi ci sono gli amati, e odiati, Pink Floyd. In due canzoni di The Wall.

In Another Brick in the Wall 1, l’oceano è il confine pauroso oltre il quale il padre di Roger Waters muore lasciando solo il figlio. Il mare ha un lato avventuroso, dai risvolti metafisici il cui contatto ha un costo doloroso per chi resta: il marinaio muore e lascia solo chi resta a terra.

Poi Confortably numb, mentre Pink è nella penombra della coscienza fra dolore, farmaci, droghe, ricordi e deliri emerge l’immagine una distant ship che evoca viaggi per mare. Ma l’attrazione del viaggio per mare, forse per ritrovare il padre morto, si scontra con l’immobilità dolente della consapevolezza degli scacchi dell’esistenza.

poi un professore si stanca anche

Si stanca delle griglie di valutazione; della campanella che suona sempre sul più bello; del fantasma del “programma” che incombe come un avvoltoio sulle speranze di comprensione; di idee che non staranno mai nelle ore d’insegnamento; di voti che non dicono nulla se non la difficoltà di comprendere ciò che si è studiato; dei colleghi con cui non si riesce a parlare; della solitudine autoreferenziale in cui si contorce; del linguaggio povero con cui lotta; della mancanza di feed back; delle leggi che manco fai tempo a capirle che le hanno già cambiate; delle leggi scritte in base a chissà quali accordi; dell’ossessione tutta burocratica e paranoica di documentare ogni cosa perché “è sempre possibile un ricorso”.

Certo che un professore si stanca e vorrebbe portare la classe a fare un giro in montagna per parlare delle idee, dei bei libri che ha letto, delle cose belle e brutte che ha visto; guardare le montagne e sentire l’aria fresca entrare nei polmoni. Oppure ascoltare assieme un disco di quelli che gli sono nella mente e nel cuore da anni e che però non collimano con quella roba del programma e dei voti.

Certo che un professore si stanca e quasi vorrebbe perdere tempo con la classe per discorrere di cose oziose ma che poi sono le sole davvero importanti.

Certo che a un professore succedono queste cose, sopratutto se insegna filosofia.

ne ho piene le mail

Mi capita spesso e ci casco sempre.

Mi accordo con gli studenti per usare la piattaforma Moodle nelle lezioni. Illustro le pagine, l’accesso, indico loro come scaricare l’applicazione. Poi c’è il momento cruciale: mi devono inviare una mail da un loro account così che io possa dare le chiavi d’accesso. A parte l’inventiva dei ragazzi – si parte da “fiorellino89” (che può significare che ci sono almeno altri 88 fiorellini precedenti) e passando dall’inevitabile “supermario78” si atterra su “20002001200220012000” – mi stupisce che le loro caselle di posta sono, in molti casi, piene zeppe. Così piene che se scrivo una mail spesso è non consegnata perché “user quota exceeded”, ovvero la casella del destinatario ha raggiunto il limite massimo di spazio disponibile e non può ricevere altre mail. Sono ragazzi, mi dico. Più abituati a usare Facebook, Istagram, Whats’up, Snapchat. Neanche sanno cosa sia la memoria, neanche sanno comunicare e non hanno coscienza delle buone maniere in fatto di relazioni e comunicazione.

Ma poi ci sono i colleghi. Gente maggiorenne, vaccinata, laureata, che parla, discute. Persone che sanno stare al mondo. O così sembra perché al momento buono appare il messaggio “user quota exceeded” ad avvisarmi che anche loro sono degli analfabeti comunicativi.

Una differenza: i giovani sono nativi digitali mentre i colleghi spesso sono “critici verso questa moda del digitale che tanto fra poco passa”. In tutti i casi, c’è una negazione della propria cittadinanza digitale.