traffico

Ci sono delle cose che odio del traffico. Ovviamente di come guidano gli altri, perché sono certamente un guidatore provetto. Poi ci sono dei comportamenti che proprio non sopporto perché li ritengo segnali di indifferenza sociale ed egoismo. Faccio elenco dei tipi di autisti e dello stile di guida:

  1. edonista contemplativo: guida a bassa velocità prima del semaforo, verde, costringendo tutte le auto dietro a rallentare, ma appena scatta da verde a giallo accelera, passa bloccando la fila di auto a seguire al semaforo rosso; voto 2.
  2. acceliraptor compulsivus: incrocio trafficato e la coda è tale da occupare anche il centro dell’incrocio. Scatta il verde ma se avanzi blocchi tutti: auto che avanzano, quelle che svoltano. Appena decidi di stare fermo per non peggiorare la situazione uno spunta dal nulla e si piazza nel punto peggiore ostruendo ogni possibilità di movimento. Voto: 2.
  3. in medio stat virtus: marcia in file parallele, due corsie. Per evitare rischi piazza l’auto proprio sulla mezzeria bloccando con un gesto solo tutte e due le corsie. Voto: 3.
  4. ego parking: parente stretto di in medio stat virtus. Parcheggio con spazio per due auto, si piazza con precisione millimetrica nel centro così da bruciare con un singolo gesto tecnico – geometrico di rara beltà due parcheggi. In genere predilige le zone con pochi parcheggi. Voto 2,5.
Annunci

like a rolling stone: disillusione e libertà

Siamo nel 1965. Bob Dylan è un acclamato autore folk. Alcune sue canzoni sono già storia e rivoluzione: Blowing in the wind, A hard rain is gonna fall, Tamburine Man e altre. Dylan accarezza l’idea di dedicarsi alla letteratura. Si mette a scrivere in prosa ma non abbandona la musica. Arriva in studio di registrazione con un lungo racconto che doveva essere lava allo stato puro, ne estrae una manciata di strofe forti, taglienti, dolci, feroci. La composizione è tormentata ed è all’origine di un’esplosione rivoluzionaria.

Prima rivoluzione

Il brano dura 7 minuti ed è troppo lungo per stare su una facciata dei dischi a 45 giri: le canzoni dovevano rispettare il limite dei 3 minuti per essere pubblicizzate e passare alla radio. Di ridurla non se ne parla neanche e allora Dylan la divide in due parti, una per lato. Dopo le canzoni rock saranno svincolate dai 45 giri.

Seconda rivoluzione

Rolling stone nello slang americano indica il vagabondo, senza soldi ma libero, che è come una pietra su cui non si ferma il muschio perché rotola sempre. Poi c’è una canzone, quasi autobiografica, di Muddy Waters, intitolata Rollin’ stone, la quale canta di un uomo che si incontra con l’amante, quando il marito è via. Dylan cambia il ruolo della canzone che non è lirica o autobiografica; non è il lamento del vagabondo ma la voce di un testimone che assiste a un cambiamento interiore, morale ed esistenziale. Il protagonista è “come”, non è “una” rolling stone. Tutto nella musica e nelle parole converge verso un altro luogo della mente.

Terza rivoluzione

L’apertura di batteria è come un colpo di pistola nel silenzio; come nei riti e nei miti più antichi la coscienza nasce con un suono terribile e improvviso. La chitarra elettrica, la batteria, le tastiere, il basso e la voce catturano l’attenzione. Dopo quel colpo sul rullante il repertorio di Dylan di canzoni folk classiche – canto e chitarra acustica – sarà arricchito di brani elettrici. Verrà insultato pubblicamente per questo passaggio all’elettricità: durante un concerto tumultuoso e violento un fan lo insulterà urlandogli “Giuda”. Ma l’emergere della coscienza è sempre un tradimento.

Il primo verso: Once upon a time è la frase con cui si iniziano le favole “C’era una volta un regno felice” e le strofe cantano della caduta di qualcuno (una donna? Dylan stesso?) che dressed so fine viveva circondato da una corte che lo distraeva e lo adulava. Alcuni prendevano perfino calci al suo posto. E si prendeva gioco dei pezzenti che facevano l’elemosina. Fino a che un ladro ruba tutto e lo scopriamo per strada like a rolling stone che si accorda con un vagabondo dagli occhi vuoti che non concedono alibi. Privo di protezioni, ridotto all’osso si compromette impegnando i gioielli che restano; avendo perso tutto, non ha più nulla da nascondere e diventa invisibile. La sognante, spensierata e crudele vita precedente è del tutto preclusa e non ha più una direzione verso casa.

Il chiunque, nowhere man/woman, della canzone, prova la sofferenza del tradimento, della disillusione ma sopratutto la dolorosa felicità di vivere con il dono di una libertà inaspettata, aspra e dolce, che scuote intimamente il corpo e l’anima. E quella domanda chirurgica posta in forma impersonale – How does it feel? Come ci si sente? che scava nel cuore e nella mente. Forse non è così male; forse cadute le illusioni e le menzogne c’è finalmente la possibilità di essere.

Come ci si sente a essere like a rolling stone? Fottutamente bene.

Sul dire “amore”

Oggi andrò al gay pride. Per una semplice ragione

Ho molti amici e amiche omosessuali e alcuni di questi hanno avuto comportamenti discutibili. E non vedo in cosa differiscano da me in questo.

Ho molti amici e amiche omosessuali con le quali non ho nulla in comune. Ma ho poco o niente in comune anche con molti eterosessuali.

Ho molti amici e amiche omosessuali e non me ne frega nulla di ciò che fanno a letto o se lo fanno per piacere, amore o per distruggersi. Conosco molti eterosessuali la cui vita è distrutta dal sesso.

Andrò al gay pride per un motivo: perché tutti abbiamo il diritto non solo di amare ma anche, e sopratutto, di poter dire che si ama e si desidera.

La cosa strana è che amore e desiderio in Italia possono esistere principalmente come fatto poetico ma non come realtà.

Proposta: si potrebbe scrivere un libro o creare un sito in cui chiunque, omo o etero o pan o bisessuale che sia, racconta cosa pensa e prova della persona amata, di quando l’ha conosciuta e di tutti gli eventi importanti di una storia d’amore. Ma senza dire il genere della persona amata. Giusto per vedere se ci sono differenze.

tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare

C’è questa canzone presente nel film Blues Brothers, Everybody Needs Somebody to Love. I Blues Brothers non sono gli autori che sono invece Bert Berns, Jerry Wexler e Solomon Burke.

Il concetto è semplice, ma non per questo banale: ogni persona ha bisogno di qualcuno da amare. Anche le persone che non ci piacciono, perché magari ci sono ostili, ci hanno ferito o chissà che altro hanno lo stesso bisogno nostro: abbracciare, accarezzare, baciare.

Anche coloro che amano come noi non amiamo e magari ci fanno paura per questo.

Nella canzone Jack Elwood presenta la canzone accennando che anche i poliziotti che inseguono lui e il fratello hanno lo stesso bisogno di amare e di essere riamati.

Perché? Perché

Oh, sometimes I feel like
I feel a little sad inside

Verso il Bloomsday

Ineluttabile modalità del visibile: almeno questo se non altro, il pensiero attraverso i miei occhi. Sono qui per leggere le segnature di tutte le cose, uova di pesce e marame, la marea avanzante, quella scarpa rugginosa. Verdemoccio, azzurrargento, ruggine: segni colorati. Limiti del diafano. Ma lui aggiunge: nei corpi. Dunque ne era conscio in quanto corpi prima che in quanto colorati. Come? Battendoci sopra il cranio, si capisce. Vacci piano. Calvo egli era e milionario, maestro di coloro che sanno. Limite del diafano in. Perché in? Diafano, adiafano. Se puoi farci passare attraverso le cinque dita della mano è un cancello, altrimenti è una porta. Chiudi gli occhi e vedrai.

J. Joyce, Ulisse, Mondadori, Milano, 2016, “Proteo, La spiaggia”, pag 43, trad. italiana di Giulio De Angelis,

Profeta nato ad Harlem

Non fidarti mai

di un uomo

che viene

da te

con storie di

cazzo e

sorride

Implorando di

poterti dare

diamanti per

il tuo io

cosíííí talentuoso

Strappargli la maschera

dal viso

finché non vedi

il sangue colare

come il tuo

Parla del

vero problema

E non aver

paura di usare

parole di quattro lettere:

L-O-V-E

Funziona meglio di

una pallottola

baby

Willie Perdomo da Nuovi poeti americani, Einaudi, Torino, 2006, pag. 255.