esami, sono uguali?

Ma perché paragonare gli esami di oggi con quelli di ieri? Quale mefitica competizione inquina le parole di chi sostiene che “ai miei tempi era diverso e più difficile”?

Quante risposte possibili a chi si vanta della durezza degli esami di quaranta, trenta o venti anni fa?

esami: alle volte ritornano

Non finiscono mai, come si ripete da tempo. C’è sempre un nuovo esame da sostenere e mentre si è sotto torchio l’esame è interminabile

Ma quest’anno è tutto diverso perché il “Covid”, la “didattica in presenza” e il “disastro formativo di questa generazione”. Disastro che può essere evitato solo con un esame. Si sa che gli esami purificano e questo esame odora di ordalia.

Poi ci saranno i post scandalizzati su:

  • Vestiti degli studenti.
  • Linguaggio degli studenti.
  • Preparazione degli studenti.
  • La DAD e gli studenti.

Poi ci saranno post indignati su:

  • L’esame di 7 anni fa.
  • L’esame di 22 anni fa.
  • L’esame di 33 anni fa.
  • La maturità dei tempi andati.
  • L’esame delle elementari di 50 anni fa e l’esame di stato del 2021.

Post indignati ovunque, comunque, dovunque, su chiunque.

Pink Floyd, ovvero: si impara dall’esperienza?

Racconto mitologico del rock

C’è una narrazione nei miti del rock che ha segnato la storia non solo del gruppo coinvolto ma della musica degli ultimi 50 anni. Siamo negli anni Sessanta, in qualche luogo di Londra o dell’Inghilterra, quattro musicisti ambiziosi sono in auto per andare a tenere un concerto ma prima devono passare a prendere un quinto, chitarrista e compositore geniale che sta dando segni di squilibrio. I compagni e amici sono esasperati e temono che il loro futuro artistico sia compromesso per le sue mattane. Dai racconti successivi si sa soltanto che uno del gruppo disse “Non passiamo a prenderlo” e che nessuno si oppose. Da quella frase ha inizio una nuova vita del gruppo che conobbe creatività e originalità musicale, successo, soldi e anche fratture interne. Circa dieci anni dopo quel viaggio in macchina iniziarono a emergere i sensi di colpa per aver lasciato l’amico in difficoltà pur di inseguire il successo.

Pink Floyd: creatività ed esclusione

Si tratta dei Pink Floyd che abbandonarono Syd Barrett, il genio che ideò e guidò il gruppo nel disco d’esordio. Disco che entrò di diritto nella storia del rock e forse della musica in generale. Intendiamoci bene, Barrett non era facile da gestire e stava affossando il gruppo proprio quando bisognava costruirne il futuro. E’ probabile che soffrisse di schizofrenia peggiorata dagli allucinogeni di cui fece largo uso. Il rimpiazzo, del resto, fu una scelta vincente perché si trattava di David Gilmour, amico, musicista molto bravo, tecnicamente preparato che aveva insegnato la chitarra a Barrett. Fu un momento di svolta, da cui dipesero i decenni successivi. Non vorrei riflettere sull’opportunità o meno di quella scelta. Mi incuriosisce altro.

In primo l’assunzione collettiva di responsabilità. Nessuno ha mai fatto trapelare chi sia stato a pronunciare la fatidica frase, anche perché forse era il pensiero non ancora espresso da nessuno ma già comune a tutti. Anche se forse in questi anni i sopravvissuti, quando sono passati quasi 50 anni, molti eventi si sono compiuti, Barrett e Wright sono morti, qualcosa potrebbero rivelare. Oppure è bene che certi atti restino avvolti dall’alone di mistero con cui sono stati vissuti?

Quella frase e quel viaggio furono liberatori e allo stesso tempo terribili: solo con l’esclusione di Barrett, amico geniale, gli altri poterono proseguire e aprirsi a nuovi orizzonti. Da allora i quattro hanno scritto dischi bellissimi, che hanno commosso, consolato, esaltato milioni di persone richiamati da una musica che affonda le sue radici nel bisogno di vicinanza fra esseri umani e negli ostacoli che uomini e donne incontrano quando cercano di essere vicini gli uni agli altri. Soldi, pazzia, successo, educazione, rivalità fra esseri umani questo e molto altro sono i “mattoni” che ostacolano solidarietà, vicinanza.

Litigare. Ancora?

Ma sono bastati questi dischi a capire? Da quando si sono sciolti, con una certa regolarità, e sempre con una certa violenza, sappiamo che Roger Waters polemizza con David Gilmour sulla paternità delle canzoni e che David Gilmour gli risponde. Nel mezzo di questo battibecco fra i due giganti del rock, troviamo Wright che fu quasi stritolato dalle dinamiche del gruppo e Mason che si è salvato la vita occupandosi di auto d’epoca e producendo dischi di altri gruppi.

Mi chiedo: cosa vi cambia? La vita di milioni di persone è stata migliorata dalle vostre musiche; avete avuto la fortuna di essere diventati ricchi grazie alla vostra creatività, superando di gran lunga le vostre più fantasmagoriche speranze di adolescenti; avete famiglie e figli che vi amano; fan che vi adorano.

Per quanto riguarda la vostra musica, è vero che ci sono i credit delle canzoni da cui dipendono i vostri guadagni; è anche vero che alcuni di voi sono stati ufficialmente più creativi di altri, ma come è possibile spartire con esattezza e una volta per tutte la paternità delle opere di gruppo? Il silenzio di uno, la sua apparente passività non solo lascia spazio alla creatività dell’altro, ma può essere stata la fonte d’ispirazione dell’altro. Per esempio, Nick Mason, cui ufficialmente sono state attribuite 4 canzoni come solista e la collaborazione in tutti i brani fondamentali fino a The Dark Side of the Moon, nel DVD di Pink Floyd. Live at Pompei. The Director’s Cut, dal minuto 73 circa, ha un colloquio con il regista che pone una domanda provocatoria: “Vi sembra di girare in cerchio?”. Mason risponde stupito e pensieroso, ricavando le conseguenze dell’ipotesi, mostrando molta arguzia e intelligenza. Nelle sue parole sono anticipate idee del disco Wish You Were Here, e versi della canzone poi scritti da Waters, senza dimenticare l’idea della copertina. A questo punto una domanda: chi ha la paternità dei versi e del concetto di Wish You Were Here: Waters, Mason, il regista? Tutti e tre? Nessuno dei tre? Li ha scritti Waters ispirato e geniale ma sappiamo anche che il suo genio creativo si nutre delle esperienze vissute direttamente che rielabora musicalmente, quindi molto proviene dalle idee e dalle suggestioni di altri.

In conclusione, Waters, che tanto non mi ascolti, continui a polemizzare con Gilmour per le canzoni. Ma sembrate un marito e una moglie vecchi e stizzosi che si cercano per litigare, riproponendo l’atto che vi ha uniti: l’esclusione dura e dolorosa di un amico. E’ anche probabile che questo sacrificio originario, compiuto in quella giornata che vi ha segnato come gruppo e come individui, sia il cerchio in cui inscrivere tutta la vostra identità. E che ora come pesci prigionieri in una boccia artificiale cerchiate il modo per uscirne.

Girare in cerchio o progredire?

Aggiungo gli screenshot del film Pink Floyd at Pompei. C’è sia Mason che una frase finale di Gilmour che fiduciosamente definisce sé e i Pink Floyd come progressisti. Un’aggiunta a margine: forse Mason non è stato un batterista talentuoso come altri, ma senza di lui i Pink Floyd non ci sarebbero stati. Il suo disincanto ironico è stato fondamentale in quella banda di seriosi pieni di sé. Ha tenuto il ritmo per anni dando cuore e forma a musiche e persone sfuggenti e caratteriali. Per leggere le scritte fare click sull’immagini e aprire la galleria.

sguardi e direzioni

A sinistra foto di donna che interroga. Un tendaggio sullo sfondo fa pensare a uno studio fotografico. Mentre ci guarda lascia che il profilo sia visibile. Immagine con molte direzioni e dimensioni. La macchina fotografica è alla caccia di qualcosa di noi; si vede l’obiettivo della macchina fotografica. La donna ha gli occhi aperti; labbra sensuali. Sotto lo specchio un foglio bianco. Il braccio sinistro è appoggiato dietro; la mano forse sull’orecchio. Lo specchio è sul lato sinistro; la donna riflessa e quella a destra sono distanti.

A destra quadro di donna che si interroga. Delle tende velano una finestra. Sguardo rivolto verso il basso. Volto tagliato e profilo indirizzato altrove. E’ gelosa di qualcosa di sé che resta fuori dal quadro. La mano copre il volto. Una fotografia sotto lo specchio. Il braccio sinistro sostiene il volto. E’ un ambiente interiore. Lo specchio copre tutto lo sfondo e si vede principalmente la donna.

e le donne yazide?

Ne abbiamo conosciuto l’esistenza quando ISIS e stato islamico impazzavano sui giornali di tutto il mondo. Gli Yazidi, popolazione che ha elaborato una sintesi religiosa fra Zoroastrismo, Cristianesimo e Islam sono definiti “adoratori del diavolo” e per questo gli uomini sono stati massacrati, le ragazzine violentate e vendute come schiave.

A 14 anni Ashwak Haji Hamid fu rapita e stuprata da Mohammed Rashid che nel marzo del 2020 è stato giudicato e condannato a morte. La televisione irachena ha trasmesso il momento in cui il rapitore, incatenato, ha ascoltato le accuse della donna, ora ventenne, che aveva violentato e fatto rapire (articolo de Il mattino e de The New York Times). Poi il tribunale lo ha condannato a morte.

Siamo lontani dallo stato di diritto e la pena di morte è stata decisa sulla base della legge irachena. Quindi non c’è da farsi troppe illusioni perché sarebbe meglio che il processo si facesse prima della condanna pubblica in televisione. In questo senso il programma televisivo mi pare appartenga a una mentalità tribale in cui la vittima sbatte direttamente in faccia all’accusato le proprie accuse e l’accusato si pente pubblicamente. Ma è interessante per altri aspetti.

In primo luogo è la prima volta in cui l’imputato è accusato per un reato individuale e non per un reato generico come “terrorismo”. In secondo luogo il tipo di reato: stupro che nella cultura irachena è uno stigma che colpisce la vittima. Per ulteriori informazioni sugli aspetti giuridici: Iraq court sentences ISIS rapist to death del Jurist, e Case Note – Justice Served?: Ashwaq Haji Hamid Talo’s Confrontation and Conviction of Her Islamic State Captor, del Journal of Human Trafficking, Enslavement and Conflict-Related Sexual Violence (JHEC).

In ogni caso auguro che Ashwak Haji Hamid possa riappropiarsi della propria vita, distrutta, come lei stessa dice, quando a 14 anni fu imprigionata, incatenata, violentata. La sua testimonianza, in italiano, da Insideover; la pagina contiene anche un’intervista video alla donna e il filmato della trasmissione televisiva.

una storia nella Storia: una cecchina sovietica

Non era un cecchino qualsiasi ma uno dei cecchini più micidiali della Seconda Guerra Mondiale, e forse del secolo. Dal mirino del suo fucile ha visto cadere e morire 309 fra soldati e ufficiali nazisti, uccisi nel periodo fra il 1941 e l’assedio di Sebastopoli nel 1943. Questa è la storia di Ljudmila Pavlicenko raccontata da lei stessa.

Durante la guerra

E’ gelidamente spietata contro i nazisti e inflessibilmente fedele all’URSS ma in lei fedeltà e spietatezza sono ugualmente sentiti. Le uniche tenerezze sono riservate al secondo marito, conosciuto sul fronte e morto in battaglia, e al figlio, che durante la guerra vive con la madre della Pavlicenko. Per il primo marito poche parole sprezzanti.

Poi ci sono il sentimento cameratesco per i soldati oltre che l’ubbidienza venata di schiettezza per i superiori. Conquista la stima di soldati e superiori in un ambiente profondamente maschilista perché è brava, affidabile. Impara in fretta a orientarsi nei boschi grazie agli insegnamenti di un guardia boschi a cui i nazisti hanno ucciso figlie e moglie. Poi ci sono i bambini di Sebastopoli per i quali un giorno trascorso senza uccidere nazisti è un giorno perso.

Dal racconto la rabbia, il desiderio di vendetta di un intero popolo si concentrano nelle dita della Pavlicenko e nei suoi occhi che attraverso l’oculare guardano il nazista afflosciarsi morto. Odio e strategia militare si uniscono nelle dita e negli occhi di Ljudmila Pavlicenko quando smette di uccidere con un colpo solo e inizia a ferire al ventre con il primo proiettile e con altri due colpisce altri punti del corpo così che il terrore invada il cuore dei nazisti che muoiono soffrendo colpiti da un luogo ignoto dell’universo. Come se ci fosse un angelo sterminatore che punisce da lontano. Forse ha provato piacere per questa agonia colma di terrore inflitta ai nazisti? Forse questo odio di un popolo è stato il motore della vittoria dei russi, ancora prima che i comandi di Stalin?

Presto l’esercito la usa come strumento di propaganda e arrivano fotografi che la mettono in posa per foto di circostanza e giornalisti che scrivono articoli di incoraggiamento per i cittadini e i militari. Ma lei preferirebbe tornare a uccidere nazisti.

Viene inviata da Stalin stesso, assieme a due altri cecchini, negli Stati Uniti in una missione metà diplomatica metà di propaganda per convincere gli americani, e soprattutto Roosevelt, ad aprire un secondo fronte in Europa contro i nazisti. Nella missione la Pavlicenko conosce Eleanor Roosevelt, moglie del Presidente americano, e ne resta ammirata, per la sua indole profondamente democratica. Durante la permanenza negli Stati Uniti prima e poi in Inghilterra, riporta spesso il desiderio di tornare a combattere. In alcuni episodi si può cogliere in controluce una paura sottile: paura di essere considerata traditrice dalla nomenklatura e da Stalin. Soprattutto quando un ricco americano scrive ad Eleanor Roosevelt e all’Ambasciata sovietica per sapere come poter sposare la Pavlicencko. In questa circostanza la fredda cecchina sembra balbettare e perdere la propria forza, ma più per timore delle reazioni del partito che per la proposta in sé. Del resto la frequenza con cui sottolinea continuamente la bravura, la preparazione degli ufficiali, le frequenti citazioni degli ufficiali presenti alle manifestazioni ufficiali e alle commemorazioni fanno pensare alla preoccupazione sotterranea di chi teme il potere ed è consapevole della forza del potere capriccioso dell’apparato.

Dopo la guerra

Il dopoguerra per la Pavlicenko è una storia tutta diversa. Le armi nucleari rendono superflui i cecchini, le prime linee e tutte le manovre sul campo. Lei studia storia all’università che aveva iniziato prima di essere arruolata come soldato. Partecipa alle commemorazioni della vittoria sul nazismo che si susseguono negli anni. Ma lei soffre a vedere che le scuole di addestramento per i cecchini vengono chiuse, che la guerra con i fascisti diventa storia.

Con gli anni la vita della Pavlicencko si arricchisce di elementi rimasti in secondo piano perché quando un essere umano va in guerra e combatte, fa ciò che un soldato deve fare e il dovere per i cecchini è uccidere un nemico di cui si vedono i lineamenti, le smorfie di dolore, l’espressione stupita per la morte improvvisa e si diventa degli eroi per questo. Ma poi il desiderio della giusta vendetta, l’odio di tutto il popolo incarnati nel movimento del dito sul grilletto lavorano nella mente e nella carne. Scavano in profondità. I 309 nazisti uccisi con un colpo preciso sparato da un punto nascosto e lontano continuano a vivere nascostamente e vicino ai pensieri del cecchino. Sappiamo dall’introduzione che la Pavlicenko ebbe dei problemi con l’alcol. Lei non ne parla ma ripete che non tutti possono essere cecchini, che occorre avere una psicologia particolare, che pochi sanno mimetizzarsi nell’ambiente fino a scomparire, interpretarne i segni, essere foglia fra le foglie, che pochi sanno restare nei buchi scavati e nascosti dopo aver sparato mentre i nemici battono il terreno per scovarti. Pochi sanno partire in missione portando con sé una pistola da usare se si viene scoperti per uccidere sette nemici riservando l’ultimo proiettile per sé. Forse bisogna saper amare la solitudine mentre si odia il nemico, così tanto da guardarlo mentre muore e restare immobili, in silenzio nelle ore successive per non farsi scoprire dai nemici assetati di vendetta. Il cecchino da solo in compagnia del nazista appena ucciso.

Ljudmila Pavlicenko muore nel 1974.

clash ma non solo: I fought the law

Dal 1959 una canzone profondamente americana, poi rifatta da inglesi. Anche in questo caso, il rock va dritto all’essenziale: ho combattuto la legge e la legge ha vinto. C’è qualcosa del calvinismo anglosassone che risuona nelle chitarre, che traspare nel ritmo da ballo della canzone. L’angoscia di chi ha violato la legge era già apparsa nel 1945 quando il cinema americano aveva avuto Detour, storia di un musicista squattrinato e omicida. Qui il ritmo potrebbe anche essere il camminare balzellante dei carcerati incatenati.

Dal profondo della Guerra Fredda, prima di tutto una canzone di una manciata di minuti così semplici, diretti e netti. Poi sono arrivate le canzoni che hanno dato la fama a chi voleva il mondo e subito, a chi voleva dare alla pace una possibilità, a chi “noi siamo da una parte e voi dall’altra”, a che combatteva nelle strade, a chi “i vecchi stanno svanendo e con loro la vecchia legge”. Una manciata di minuti durata per almeno trent’anni.

Riporto tre versioni e aggiungo una nota a margine. Questa canzone è spesso usata dai poliziotti americani.

The Crickets, 1959

Tutti in giacca e cravatta. Facce sorridenti. Ma una canzone dirompente. La superficie educata nasconde molto.

Bobby Fuller, 1966

Notevole che la legge sia rappresentata da ballerine con tanto di pistola e costumi aderenti. Chi viola la legge è un fidanzato infedele che deve essere punito? La liberazione sessuale dei giovani è la violazione delle consuetudini antiche?

The Clash, 1979

In fondo ha qualcosa di troppo. Come se ci fosse un compiacimento nel violare la legge assente nelle versioni precedenti. O magari ci sono solo troppi Clash e poca canzone.

se lo dice quello lì, allora sicuramente è vero o falso?

Il principio d’autorità definisce che un’affermazione è vera per il fatto che viene profferita da una persona cui si attribuisce autorevolezza per una qualche ragione. Durante il Medioevo il principio d’autorità era il nucleo delle disputationes della Scolastica. L’intervento dell’autorità dirimeva le dispute teologiche e filosofiche dichiarando il vero.

La procedura è piuttosto semplice e implica la possibilità di concludere una qualsiasi discussione confermando allo stesso tempo il prestigio della fonte.

Autorità invertita

Credo che la procedura sia tutt’altro che caduta in disuso nelle discussioni moderne ma solo invertita. Per mostrare la propria autonomia ci si oppone formalmente a qualsiasi autorità, se pretende di dire una verità, ma si procede sostenendo cha una certa affermazione, una legge, una presa di posizione è falsa per il solo e semplice fatto che è stata detta da un avversario. Non si entra nel merito del problema poiché basta sapere chi ha dichiarato una certa cosa per concludere la dichiarazione è falsa.

Esattamente la stessa procedura del principio d’autorità ma di segno invertito: una cosa è falsa perché detta da una persona ritenuta profondamente spregevole.

Critical Thinking?

Secondo i dettami del critical thinking la strategia adottata più frequentemente quando si manipola perché non si è in grado di confutare una certa tesi è accanirsi contro la persona, argomento ad hominem. Mi pare siamo da quelle parti.

Davvero il principio d’autorità è in disuso?

Non è che in assenza di un’autorità della verità si chieda una specie di orientamento a chi esplicitamente nega la possibilità della verità, come i comici, cui è concesso anche di essere violenti e crudeli proprio perché negano la verità?