scene di ordinaria violenza quotidiana

Città: Venezia.
Luogo: pensilina di attesa dei vaporetti.
Giorno e ora: 17 giugno 2017, ore 11.30 circa.
Persone coinvolte: madre, figlio e anziano signore, forse amico di famiglia.

Madre: “E’ stato promosso!”

Anziano: “E’ stato anche promosso! Scommetto con tutti 6!” (Correzione del 21/6/2017: non “anche” ma “addirittura”.

Bambino, arrabbiato con le braccia incrociate: “Ho preso dei sette, otto e un nove!”

Dopo qualche minuto, il bambino ha smesso di esprimersi a parole e si rivolge all’anziano solo a gesti, con un codice che mette in difficoltà l’anziano.

Mie riflessioni: perché umiliare un bambino? Perché la madre non lo ha difeso?

La violenza subita può essere una delle regioni per cui si sviluppa un codice comunicativo proprio che isola anziché mettere in relazione?

Comunque, i bambini sanno rispondere.

una volta non si stava meglio

Anzi, una volta si stava peggio. Mi capita di leggere articoli in cui si narrano con nostalgia gli anni ’50, ’60 perché “non c’erano gli smartphone ma ci si incontrava con gli amici in cortile” oppure perché “se non studiavi la maestra di dava un 4, la mamma uno scapaccione e non c’erano dislessici” e così via.

Insomma una volta si stava meglio perché il mondo era più ruvidamente semplice e vero mentre in quello presente ci troveremmo al limite estremo dell’artificio, della finzione, ormai insostenibili.

Non è vero. La scuola, profondamente e inconsapevolmente classista, escludeva i figli degli immigrati dalla conoscenza favorendo in modo smaccato e spudorato i figli delle famiglie più abbienti. Non era per nulla più facile fare amicizia e bastava arrivare in ritardo di 15 minuti a un appuntamento per passare il pomeriggio da soli; la maggior parte delle famiglie viveva enormi tragedie – tradimenti, disoccupazione, figli handicappati, debiti – nel silenzio e nella vergogna; per lavorare occorreva avere la lettera di presentazione del parroco; una persona che avesse lavorato per più di una impresa era guardata con sospetto perché non era un bene cambiare lavoro; qualsiasi forma di diversità – sessuale, culturale – era condannata e repressa; l’igiene era complessivamente peggiore; l’inquinamento iniziava la sua parabola ascendente.

Il rimpianto per il passato appartiene a chi non sa interpretare il presente e non vuole capirlo. Forse per questo due canzoni fondamentali di Bob Dylan parlano l’una (Like a rolling stone) dell’uscita definitiva dal mondo da favola del passato e della domanda su come ci si sente dopo la caduta e l’altra (The Times They Are A-Changin’) invita chi non sa vivere nel presente, compromettersi con la realtà, a perdere l’innocenza.

In fondo è facile immaginare che il passato sia più chiaro del presente, solo perché non ricordiamo quanto fosse oscuro mentre lo vivevamo.

commozione

Leggo di due genitori il cui figlio è morto per un’otite curata con l’omeopatia, consigliata da un medico testardo e insensibile. Poi ci sono i morti di Manchester: ragazzine e ragazzini dilaniati dall’esplosione, dai chiodi nascosti nella bomba; e le famiglie degli attentatori che hanno dedicato la loro vita a vendicarsi, forse anche per reali torti subiti.

Ma è umano sciogliersi in lacrime per il bambino morto nel dolore e anche per quei genitori che hanno preferito al dolore del figlio una cieca fedeltà a un dottore ricattatorio. Lo stesso loro dolore li ucciderà. Non insultiamoli per la loro ingenuità perché qualsiasi cosa potremo immaginare sarà solo una percentuale infima dell’inferno in cui vivono. E’ uno di quei casi, rari per fortuna, in cui il dolore è già la pena.

Per i padri degli attentatori forse vale “Perdonali perché non sanno ciò che fanno”.

Questi eventi mi hanno fatto cercare canzoni, filmati, scene su Facebook, Youtube di solidarietà, di semplici, buoni e onesti gesti quotidiani. Mi sono commosso.

Ma non voglio solo la commozione estetica della canzone o del gesto pubblico che attenui nella momentanea solidarietà fra i vivi l’irrimediabilità della dissoluzione. Così come non voglio annacquare in un pianto rassicurante l’orrore che mi suscitano certe anime oscure. La morte subita perché è stata permessa nell’indifferenza o perseguita nel rancore, può essere riscattata dalla quotidiana, inconsolabile commozione di chi resta e oppone alla dissoluzione atti che rendano il mondo migliore per quante più persone possibile. Forse è solo nell’etica compassionevole che può trovarsi una via d’uscita.

Fonte dell’immagine: http://www.ilpost.it/2017/05/25/foto-minuto-silenzio-attentato-manchester/minuto-silenzio-17/.

Camus in classe

In una quinta stiamo trattando l’Esistenzialismo; dopo aver esposto alcune cose di Heidegger ho voluto far leggere qualcosa di Camus. Non di Sartre. Si sono rivelati più attenti di quanto mi aspettassi. Alla fine della lezione gli studenti avevano bisogno di scherzare, come accade ogni volta che sia esce da una prova impegnativa.

Ho letto brani da La peste e da L’uomo in rivolta. Da La peste, fasi iniziali, quando il protagonista, il dottor Rieux, si trova per la prima volta di fronte alla parola terribile “peste” e reagisce come tutti i suoi concittadini: “I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sula testa. (…) Quando scoppia una guerra, la gente dice : ‘Non durerà, è cosa troppo stupida’. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.” (A. Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pag. 30). Poi la conclusione, “Ma egli sapeva che questa cronaca non poteva essere la cronaca di una vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore, e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici.” (pag. 235).

Ovvero la rivolta dell’individuo contro la morte, la violenza per proteggere assieme agli altri ma senza eroismi la vita delicata che ci è capitata: “Il male che un solo uomo provava diviene peste collettiva. In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del ‘cogito’ nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. E’ un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo”” (A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 2012, Milano, pp. 26-27).

Uno studente ha trovato in un ragionamento di Camus un proprio pensiero. Una ragazza ha voluto capire meglio il rapporto fra rivolta dell’individuo contro l’ingiustizia e la difesa di qualcosa. Ho parlato della possibilità di prendersi cura senza per questo perdersi nelle inflazioni dell’eroismo ma impegnandosi in quel ritorno dell’identico che è la vita quotidiana.

isis, scelte errate e uomini

Ho letto questo libro ormai da qualche mese. Stile a metà fra il giornalistico e la narrazione con aspirazioni storiche sostenuta da una grande mole di documenti e testimonianze. Racconta con ordine e da diversi punti di vista eventi, biografie, interviste e mappe. Insomma un lavoro imponente scritto e organizzato bene. L’autore, Joby Warrick ha meritatamente vinto il suo secondo Pulitzer.

Bandiere nere chiarisce alcune cose degli USA: la miopia, le menzogne dell’amministrazione di George W. Bush Jr. L’inerzia pavida di Obama. Ma su tutto e tutti regna sovrana la difficoltà, o incapacità, a interpretare il Medio Oriente da parte di servizi segreti e politici. Molte dei funzionari, ambasciatori, militari che avevano vissuto e lavorato in Medio Oriente hanno cercato di far cambiare alcune scelte dell’Amministrazione, frutto spesso di una certa intransigenza, dei politici. Ma inutilmente.

Allo stesso tempo, il libro descrive i regimi locali, che si sono retti per decenni su violenze e arbitrii inauditi. Le biografie dei terroristi hanno alcuni tratti ricorrenti, fra tutti la permanenza per qualche anno in prigioni, costruite nel deserto, custodite da aguzzini sadici. Il riferimento religioso intransigente, radicale è divenuto per costoro la ragione per cui sono sopravvissuti alle prigioni salvando la propria dignità di esseri umani. In molti terroristi, poi, ci sono tratti di psicopatia e di delinquenza.

Il libro si conclude con un ritratto del Re di Giordania, che lo descrive come colui che può far uscire l’area dalla violenza del terrorismo.

internet research ethics

Dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy: la Internet research ethics.

Conceptually and historically, Internet research ethics is related to computer and information ethics and includes such ethical issues as participant knowledge and consent, data privacy, security, confidentiality, and integrity of data, intellectual property issues, and community, disciplinary, and professional standards or norms.