Ferlinghetti: “La verità non è segreto di pochi”

Nota di apertura: questa poesia ha un complesso gioco di indentazioni che non è possibile rendere sulla pagina di WordPress. Per questo allego il PDF.

Questa serie di poesie fu scritta ascoltando brani Jazz e perciò le indentazioni raffigurano sulla pagina le pause e il ritmo della musica. Questo stile è caratteristico dei poeti Beats, che sono accusati in alcune scuole USA di essere espressione di sessismo, di maschilismo bianco e così via. Credo che vi sia un contorcimento culturale per cui quella che era una Jam musical- poetica che scandalizzò ai tempi proprio perché dava dignità culturale ed esistenziale alla musica “nera” per eccellenza, il Jazz, è divenuto un atto di imperialismo culturale repressivo. (Aggiunto successivamente alla prima pubblicazione).

“La verità non è il segreto di pochi”
eppure
magari ti verrebbe da pensarlo
per il modo in cui alcuni
bibliotecari
e ambasciatori culturali e
specialmente i direttori di museo
si comportano

ti verrebbe da pensare che ne detengono
il monopolio
da come
vanno in giro scuotendo
le teste altezzose con
l’aria di chi non deve mai andare
al gabinetto
eccetera

Ma non darei la colpa a loro
se fossi in voi
Si dice che lo Spirituale sia meglio concepito
in termini astratti
e quindi anche
girare per i musei mi fa sempre venire
voglia di
“calare”
tanto mi sento
stitico
ad
alta quota

Lawrence Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind, minimum fax, 2018, Roma, pag.233-235, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan

cari Maneskin

Avete spaccato con Beggin. Bravi: arrangiamenti perfetti, sesso, ritmo, voce giusta, video che funziona. Provocazione e citazioni come si deve. Siete bravi e avete indicato il rock a chi non lo ha mai conosciuto. Ma questa sera ho assistito a un evento che mi ha fatto capire una cosa.

Concerto rock di un gruppo di quattro donne: basso, batteria, chitarra ritmica e chitarra solista. Due a cantare: la batterista e la chitarra ritmica. Non erano eccezionali e forse il tecnico del suono non era un mostro per cui il tutto era spesso caotico. Hanno suonato diversi classici aprendo con due brani: Born to Be Wild e Paranoid. La miscela di acustica, suono, esecuzione musicale poteva essere fatale anche per quelle due canzoni ma non è stato così. A dispetto di tutto, i riff arrivavano dalla ferita pulsante del cuore umano che grida dolore, disperazione e desiderio di vivere e poi andavano dritti nella mente.

Perché gli autori delle canzoni erano immersi nella ferita della vita, nel centro di un cuore abbandonato da cui hanno tratto riff, ritmo, giro di basso e voce. E da quella tempesta rossa, violenta, indifesa e impietosa ci guardano dritto negli occhi. Cari Maneskin, siete bravi ma mi pare che siate fuori da quella tempesta. Dove è il suono essenziale che echeggia dal profondo delle spaccature del cuore pensante? Perché quelle musiche facevano tremare e commuovere anche se erano suonate da un gruppo di dilettanti, che brandivano impacciate le chitarre. Come le note di apertura della Quinta sinfonia di Beethoven, che non sono una melodia, non sono introdotte da alcun abbellimento o canone sinfonico ma vanno dritte al cuore del problema, senza mezzi termini, senza scuse o ammiccamenti. In tutti questi casi si tratta del risuonare del cuore umano che dal fondo della disperazione cerca un barlume di luce, costi quello che costi. E creare quelle musiche ha dei prezzi.

Il primo è estetico: non sono belli, curati o ricercati. Non hanno neanche la sofisticazione del suono sporco conservato, o costruito, in studio. Sono ruvidi ed essenziali. Scandalosi e brutali. Non ammiccano ma impietosamente si installano negli ascoltatori costringendoli a riconoscersi come assetati di vita e soli. Sono il condensato musicale dello Straniero di Camus.

Il secondo è esistenziale. Cantanti e autori hanno conosciuto la solitudine, la perdita della fama o la droga fino a rischiare la vita. La loro non è la musica che accarezza anche quando vuole essere provocatoria per conquistare pubblico e perciò il pubblico li lascia andare alla deriva.

Ma basta che una banda un po’ scalcinata inizi quelle canzoni che si accende qualcosa in chi li ascolta. Forse ricordano a tutti che “la tua anima non è morta”. Resta il fatto che risiedono in noi come se fossero sempre stati lì mentre cerchiamo di vivere senza impazzire.

Cari Maneskin, cosa resta dopo la vostra canzone? Una notte di sesso, con qualche mugolio di piacere o la soddisfazione compiaciuta per averlo fatto attenendosi al canone della trasgressione. Assaporando il sapore della stranezza fra le calde coltri del proprio lettuccio, nel sicuro della propria casuccia. Certi che oggi sarà come ieri e ogni cosa è al proprio posto e soprattutto lo scandalo della vita è dove deve essere: fuori dalla porta.

11 settembre, di nuovo

11 settembre: una data che sembra un abisso.

Ho vissuto da giovane la morte di Allende e Neruda. Più Neruda che Allende perché avevo letto le sue poesie. La dittatura successiva è stato un dolore ininterrotto.

Ho visto in diretta al crollo delle Torri gemelle. Non riesco a scordare quell’uomo che cade. Le fiamme e le strade spettrali.

La storia successiva è stata ed è condizionata da quell’evento. Temo che uno degli effetti profondi di quell’attentato sia il contributo alla radicalizzazione delle posizioni opposte.

Il terrore elimina la mediazione e la capacità di comprendere.

Per questo non mi sento di dire che una serie di morti mi appartenga e l’altra no. Faccio fatica ma non voglio che muri di terrore eretti in nome della “vera giustizia” spacchino la mia mente e giustifichino la volontà di potere che alberga in chi attenta alle istituzioni e alla vita delle persone comuni.

non poter sapere cosa accade dopo

Quando avevo 11 o 12 anni pensavo alla morte, alla mia morte. Dell’essere morto mi dispiaceva non poter sapere cosa succedesse delle vite di parenti, amici, degli eventi politici dopo la mia morte. Mi chiedevo se non ci fosse un modo per sapere quello che non potevo sapere: magari i morti conservavano la facoltà della vista e dell’ascolto dei vivi. Ma la morte era proprio l’assenza di quelle facoltà.

Non avevo ipotesi metafisiche: nessun mondo ultraterreno, nessun dio a consolare, nessun mondo nascosto dietro la cortina della morte. Solo la consapevolezza di non poter più sapere cosa sarebbe accaduto dopo la mia morte. E del progressivo oblio degli amici.

Immaginavo di fingere la mia morte per guardare di nascosto il mio funerale.

sulle fronde di facebook

E come possiamo noi postare
Mentre uomini cadono dagli aerei
E le donne saranno lapidate sulle piazze
O picchiate nelle case.

La leggerezza delle nostre libertà
Oggi pesa come lo sguardo
Di chi è stato tradito, da noi.

Ora che l’uscita degli USA dall’Afghanistan è completata, pubblico queste poche righe che ho scritto ad agosto. Non per altro ma solo perché penso alle donne, ai bambini, alle bambine e agli uomini rimasti.

Kabul oggi

Il fallimento di una generazione di politici, di militari, di organizzazioni non governative, di finanziatori, di imprenditori.

Per i prossimi anni non potremo essere altro che testimoni di violenza, uccisioni, distruzione. L’unica speranza è che gli afgani trovino il coraggio e la forza di liberarsi degli assassini che ora governano perché nessuno è stato capace di liberarsi dei corrotti che li hanno preceduti spianando la strada.

Per il resto è una vergogna. E essere almeno testimoni della morte e delle torture, sapendo che non è stato fatto nulla di efficace per evitarle.

sognare schemi strani

Da qualche notte faccio sogni strani. Per anni mi sono abituato a sognare mostri, simboli, eventi quotidiani camuffati con baffi a manubrio come la Gioconda. Poi c’è tutta la letteratura di esegesi onirica che ricostruisce il lavoro simbolico inconscio dei traumi e del non detto così da decostruire la narrazione simbolica che occulta la scena originaria.

Forte di tutto ciò non so come interpretare alcuni sogni, che ricordo con difficoltà neanche fossi stato interrotto da questioni di poca importanza, come accade a Coleridge con il suo Kubla Khan. Irrispettoso del caos tipico dei sogni, li elenco. Al lettore l’ardua interpretazione.

  • Schemi di logica modale con gli operatori □, ◇.
  • Uno schema didattico per insegnare agli studenti come leggere ed estrapolare i significati letterali, generali e metaforici di un testo.

Pink Floyd, ovvero: si impara dall’esperienza?

Racconto mitologico del rock

C’è una narrazione nei miti del rock che ha segnato la storia non solo del gruppo coinvolto ma della musica degli ultimi 50 anni. Siamo negli anni Sessanta, in qualche luogo di Londra o dell’Inghilterra, quattro musicisti ambiziosi sono in auto per andare a tenere un concerto ma prima devono passare a prendere un quinto, chitarrista e compositore geniale che sta dando segni di squilibrio. I compagni e amici sono esasperati e temono che il loro futuro artistico sia compromesso per le sue mattane. Dai racconti successivi si sa soltanto che uno del gruppo disse “Non passiamo a prenderlo” e che nessuno si oppose. Da quella frase ha inizio una nuova vita del gruppo che conobbe creatività e originalità musicale, successo, soldi e anche fratture interne. Circa dieci anni dopo quel viaggio in macchina iniziarono a emergere i sensi di colpa per aver lasciato l’amico in difficoltà pur di inseguire il successo.

Pink Floyd: creatività ed esclusione

Si tratta dei Pink Floyd che abbandonarono Syd Barrett, il genio che ideò e guidò il gruppo nel disco d’esordio. Disco che entrò di diritto nella storia del rock e forse della musica in generale. Intendiamoci bene, Barrett non era facile da gestire e stava affossando il gruppo proprio quando bisognava costruirne il futuro. E’ probabile che soffrisse di schizofrenia peggiorata dagli allucinogeni di cui fece largo uso. Il rimpiazzo, del resto, fu una scelta vincente perché si trattava di David Gilmour, amico, musicista molto bravo, tecnicamente preparato che aveva insegnato la chitarra a Barrett. Fu un momento di svolta, da cui dipesero i decenni successivi. Non vorrei riflettere sull’opportunità o meno di quella scelta. Mi incuriosisce altro.

In primo l’assunzione collettiva di responsabilità. Nessuno ha mai fatto trapelare chi sia stato a pronunciare la fatidica frase, anche perché forse era il pensiero non ancora espresso da nessuno ma già comune a tutti. Anche se forse in questi anni i sopravvissuti, quando sono passati quasi 50 anni, molti eventi si sono compiuti, Barrett e Wright sono morti, qualcosa potrebbero rivelare. Oppure è bene che certi atti restino avvolti dall’alone di mistero con cui sono stati vissuti?

Quella frase e quel viaggio furono liberatori e allo stesso tempo terribili: solo con l’esclusione di Barrett, amico geniale, gli altri poterono proseguire e aprirsi a nuovi orizzonti. Da allora i quattro hanno scritto dischi bellissimi, che hanno commosso, consolato, esaltato milioni di persone richiamati da una musica che affonda le sue radici nel bisogno di vicinanza fra esseri umani e negli ostacoli che uomini e donne incontrano quando cercano di essere vicini gli uni agli altri. Soldi, pazzia, successo, educazione, rivalità fra esseri umani questo e molto altro sono i “mattoni” che ostacolano solidarietà, vicinanza.

Litigare. Ancora?

Ma sono bastati questi dischi a capire? Da quando si sono sciolti, con una certa regolarità, e sempre con una certa violenza, sappiamo che Roger Waters polemizza con David Gilmour sulla paternità delle canzoni e che David Gilmour gli risponde. Nel mezzo di questo battibecco fra i due giganti del rock, troviamo Wright che fu quasi stritolato dalle dinamiche del gruppo e Mason che si è salvato la vita occupandosi di auto d’epoca e producendo dischi di altri gruppi.

Mi chiedo: cosa vi cambia? La vita di milioni di persone è stata migliorata dalle vostre musiche; avete avuto la fortuna di essere diventati ricchi grazie alla vostra creatività, superando di gran lunga le vostre più fantasmagoriche speranze di adolescenti; avete famiglie e figli che vi amano; fan che vi adorano.

Per quanto riguarda la vostra musica, è vero che ci sono i credit delle canzoni da cui dipendono i vostri guadagni; è anche vero che alcuni di voi sono stati ufficialmente più creativi di altri, ma come è possibile spartire con esattezza e una volta per tutte la paternità delle opere di gruppo? Il silenzio di uno, la sua apparente passività non solo lascia spazio alla creatività dell’altro, ma può essere stata la fonte d’ispirazione dell’altro. Per esempio, Nick Mason, cui ufficialmente sono state attribuite 4 canzoni come solista e la collaborazione in tutti i brani fondamentali fino a The Dark Side of the Moon, nel DVD di Pink Floyd. Live at Pompei. The Director’s Cut, dal minuto 73 circa, ha un colloquio con il regista che pone una domanda provocatoria: “Vi sembra di girare in cerchio?”. Mason risponde stupito e pensieroso, ricavando le conseguenze dell’ipotesi, mostrando molta arguzia e intelligenza. Nelle sue parole sono anticipate idee del disco Wish You Were Here, e versi della canzone poi scritti da Waters, senza dimenticare l’idea della copertina. A questo punto una domanda: chi ha la paternità dei versi e del concetto di Wish You Were Here: Waters, Mason, il regista? Tutti e tre? Nessuno dei tre? Li ha scritti Waters ispirato e geniale ma sappiamo anche che il suo genio creativo si nutre delle esperienze vissute direttamente che rielabora musicalmente, quindi molto proviene dalle idee e dalle suggestioni di altri.

In conclusione, Waters, che tanto non mi ascolti, continui a polemizzare con Gilmour per le canzoni. Ma sembrate un marito e una moglie vecchi e stizzosi che si cercano per litigare, riproponendo l’atto che vi ha uniti: l’esclusione dura e dolorosa di un amico. E’ anche probabile che questo sacrificio originario, compiuto in quella giornata che vi ha segnato come gruppo e come individui, sia il cerchio in cui inscrivere tutta la vostra identità. E che ora come pesci prigionieri in una boccia artificiale cerchiate il modo per uscirne.

Girare in cerchio o progredire?

Aggiungo gli screenshot del film Pink Floyd at Pompei. C’è sia Mason che una frase finale di Gilmour che fiduciosamente definisce sé e i Pink Floyd come progressisti. Un’aggiunta a margine: forse Mason non è stato un batterista talentuoso come altri, ma senza di lui i Pink Floyd non ci sarebbero stati. Il suo disincanto ironico è stato fondamentale in quella banda di seriosi pieni di sé. Ha tenuto il ritmo per anni dando cuore e forma a musiche e persone sfuggenti e caratteriali. Per leggere le scritte fare click sull’immagini e aprire la galleria.

sguardi e direzioni

A sinistra foto di donna che interroga. Un tendaggio sullo sfondo fa pensare a uno studio fotografico. Mentre ci guarda lascia che il profilo sia visibile. Immagine con molte direzioni e dimensioni. La macchina fotografica è alla caccia di qualcosa di noi; si vede l’obiettivo della macchina fotografica. La donna ha gli occhi aperti; labbra sensuali. Sotto lo specchio un foglio bianco. Il braccio sinistro è appoggiato dietro; la mano forse sull’orecchio. Lo specchio è sul lato sinistro; la donna riflessa e quella a destra sono distanti.

A destra quadro di donna che si interroga. Delle tende velano una finestra. Sguardo rivolto verso il basso. Volto tagliato e profilo indirizzato altrove. E’ gelosa di qualcosa di sé che resta fuori dal quadro. La mano copre il volto. Una fotografia sotto lo specchio. Il braccio sinistro sostiene il volto. E’ un ambiente interiore. Lo specchio copre tutto lo sfondo e si vede principalmente la donna.