la musica ci cambia?

Qualche giorno fa ho scritto un post su Facebook nel quale chiedevo se fosse condivisibile la frase della foto. Le risposte degli amici hanno confermato i miei dubbi:

  1. le norme non sono necessariamente contrarie all’evoluzione;
  2. fra le molte norme conosciute alcune sembrano immodificabili;
  3. il cambiamento non comporta di per sé evoluzione;
  4. la violazione di una norma non comporta di per sé evoluzione.

Poi ho pensato che Zappa parla a partire dalla sua esperienza di musicista. E allora mi chiedo, la musica serve a adattarci al vivere o è un atto di rivolta? E’ un fresco anestetico che scorre sulle scottature della vita oppure un pericoloso fuoco che inietta fiamme nell’inerzia della vita?

Zappa aveva torto parlando dell’evoluzione come realtà naturale ma forse aveva ragione per la musica. Se fosse così, allora per la musica varrebbero entrambe le cose: lungo le desolate strade notturne, gli amanti dolenti e i pazzi rifiutati, richiamati assieme dal turbine intelligente della musica, si riconoscono e il riconoscimento è consolazione e riscatto, perdono e rinnovamento.

Ma basta la musica per riscattare o tutto resta giustificato solo esteticamente? In fondo alcuni dei peggiori presagi di Zappa si compiono, “Il più grande pericolo di questi tempi non è il Comunismo ma il movimento dell’America verso una teocrazia fascista”, ma l’irriverenza musicale ha educato ben poche persone alla libertà.

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chi è il colpevole?

L’italia è fuori dai campionati mondiali di calcio. Fuori dal calcio che conta; sconfitta da una squadra dallo stile di gioco dilettantesco; i volti virili di giocatori navigati liquefatti in calde lacrime. Ma sopratutto, come leggo su alcuni giornali, occorre rispondere a una domanda: chi è il colpevole? Chi uccidere mediaticamente e professionalmente per riscattare la vergogna della sconfitta?

Avendo analizzato in modo oggettivo la cosa sono giunto alla conclusione che qui espongo. La colpa è dei produttori degli scarpini usati dai giocatori. Basta riflettere sulla dinamica dell’impatto con il piede per capire che ogni minima piega dei lacci o del cuio degli scarpini influisce sulla traiettoria della palla. Un laccio nel punto sbagliato e la parabola del pallone segue un percorso imprevedibile non voluto dal calciatore al momento in cui ha colpito la palla. Ora la domanda cruciale: i produttori di scarpe da calcio sono scarpari incompetenti o hanno messo i giocatori nelle condizioni migliori per giocare?

P.s.

La sconfitta è dolorosa in sè e per le sue conseguenze. Carriere bruciate, giocatori emarginati perché collegati alla sconfitta, diritti televisivi persi, professionisti screditati, catene decisonali distrutte e così via. Ma chi cade può rialzarsi. Cercare un colpevole, che tanto sempre si trova, è come cercare una strega da bruciare per non pensare al dolore e alla casualità degli eventi umani. Ora è il momento di stare nell’oscuro dolore del perdente. Può far bene. Tutto ciò non toglie le responsabilità individuali ma spero non aggiunga l’inutile e cruenta caccia al colpevole.

P.p.s.

Se qualcuno la avesse buttata dentro entro i primi 20 minuti i giocatori avrebbero tramutato la paura della sconfitta che li paralizzava in un’angoscia individuale in rabbia e coraggio di squadra. Come diceva Al Pacino in un famoso monologo di Ogni maledetta domenica, la squadra non è diventata un insieme.

evoluzione

Adesso le specie di Homo con cervelli piccoli sopravvissute fino a tempi recenti sono diventate due, smentendo la vecchia e consolidata idea (un altro paragrafo classico dei manuali che va riscritto) secondo cui nel genere Homo vi sarebbe stato un trend graduale di encefalizzazione accompagnato dalla crescita progressiva della complessità sociale e tecnologica. Più che un’ascesa graduale e inarrestabile delle specificità umane, i dati recenti mostrano come l’evoluzione umana sia stata piuttosto un’esplorazione molteplice di possibilità, con specie che hanno accelerato su alcuni tratti e meno su altri, ciascuna portatrice di un mosaico di caratteri provenienti dal passato e di caratteri nuovi, ciascuna figlia delle contingenze ambientali locali. Il risultato è che le transizioni fondamentali che hanno condotto all’umanità moderna (bipedismo, complessità sociale, tecnologie litiche, linguaggio, intelligenza simbolica) non sembra che siano state portate all’unisono da una sola specie per volta, ma siano passate attraverso una gamma di specie differenti e spesso conviventi. Finché 200 millenni fa è apparsa in Africa una specie fra le tante, Homo sapiens, portatrice, però, di una combinazione inedita di tratti anatomici e cognitivi che, a scoppio ritardato (non prima di 100 millenni fa), la renderà particolarmente flessibile, mobile, creativa, invasiva e loquace. Tanto da rimanere l’unica rappresentante del nostro genere, un’eccezione tardiva.

Telmo Plevani, Adamo ed Eva nati più volte, in MicroMega, 6/2017, pag. 11.

Fonte dell’immagine: http://humanorigins.si.edu/evidence/human-fossils/species/homo-heidelbergensis.

navigare, mare e musica

Il tema del navigare appartiene alla cultura inglese, per evidenti ragioni geografiche e politiche. Inoltre il mare, il rischio e il desiderio del navigare oltre il confine terrestre del noto assume contorni metafisici. L’immagine di Doré per The Ryme of the Ancient Mariner in testa riassume il fascino colmo di terrore e ammirazione che il mare ispira. Ritroviamo il mare con il suo carico inquietante in alcune canzoni rock e di rock progressive.

Procul Harum, A salty dog, 1969. Un viaggio per nave e la scoperta di una nuova terra. La musica è sospesa nel racconto dell’approdo e dell’esplorazione della terra sconosciuta. C’è qualcosa di misterioso, attraente ma anche inquietante. E se la pace dell’isola fosse il fascino paralizzante della morte?

King Crimson, da Islands, 1971. Un disco che si rifà esplicitamente all’Odissea e molto dibattuto fra i critici perché diverso da quelli precedenti, come un viaggio per mare che abbandona le terre conosciute. Seleziono tre brani.

Sailor Tale. Un brano rock selvaggio, ruggente e aspro. Il tintinnare dei piatti all’apertura fa capire che il racconto del marinaio non sarà rassicurante ma ciò che perde in serenità guadagna di forza.

Prelude, Songs of the Seaguls. Un quartetto di musica classica. Gabbiani che si librano composti nel vento illuminando il mondo con una misura cristallizzata e in fondo lontana perché artificiale. Il gabbiano ucciso ne The Ryme qui diventa un ricordo lezioso.

Islands, un’isola così bella non si era sentita, e vista, mai. Si resta attoniti ad ascoltare l’estasi senza tempo che crescendo riempe ma incatena. Il dialogo alla fine, con una traccia fantasma, rompe l’incanto estatico. Island è il titolo e nelle isole si incappa in incanti sfuggenti.

Poi ci sono gli amati, e odiati, Pink Floyd. In due canzoni di The Wall.

In Another Brick in the Wall 1, l’oceano è il confine pauroso oltre il quale il padre di Roger Waters muore lasciando solo il figlio. Il mare ha un lato avventuroso, dai risvolti metafisici il cui contatto ha un costo doloroso per chi resta: il marinaio muore e lascia solo chi resta a terra.

Poi Confortably numb, mentre Pink è nella penombra della coscienza fra dolore, farmaci, droghe, ricordi e deliri emerge l’immagine una distant ship che evoca viaggi per mare. Ma l’attrazione del viaggio per mare, forse per ritrovare il padre morto, si scontra con l’immobilità dolente della consapevolezza degli scacchi dell’esistenza.

poi un professore si stanca anche

Si stanca delle griglie di valutazione; della campanella che suona sempre sul più bello; del fantasma del “programma” che incombe come un avvoltoio sulle speranze di comprensione; di idee che non staranno mai nelle ore d’insegnamento; di voti che non dicono nulla se non la difficoltà di comprendere ciò che si è studiato; dei colleghi con cui non si riesce a parlare; della solitudine autoreferenziale in cui si contorce; del linguaggio povero con cui lotta; della mancanza di feed back; delle leggi che manco fai tempo a capirle che le hanno già cambiate; delle leggi scritte in base a chissà quali accordi; dell’ossessione tutta burocratica e paranoica di documentare ogni cosa perché “è sempre possibile un ricorso”.

Certo che un professore si stanca e vorrebbe portare la classe a fare un giro in montagna per parlare delle idee, dei bei libri che ha letto, delle cose belle e brutte che ha visto; guardare le montagne e sentire l’aria fresca entrare nei polmoni. Oppure ascoltare assieme un disco di quelli che gli sono nella mente e nel cuore da anni e che però non collimano con quella roba del programma e dei voti.

Certo che un professore si stanca e quasi vorrebbe perdere tempo con la classe per discorrere di cose oziose ma che poi sono le sole davvero importanti.

Certo che a un professore succedono queste cose, sopratutto se insegna filosofia.

le storie e i giorni di ciascuno

“Nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, scrisse Terenzio in una sua commedia. Duemila anni dopo James Joyce nell’Ulisse riprende questa idea parlando di Shakespeare ma aggiungendo cose che Terenzio aveva lasciando in ombra.

Siamo al capitolo “La biblioteca”, Stephen Dedalus parla di Shakespeare, delle sue tragedie e del rapporto fra l’autore e la sua opera. Stephen in uno dei monologhi della discussione dice:

Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l’altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi.
(J. Joyce, Ulisse, Mondadori, Classici Moderni, Milano, 2016, pag. 229).

Il viaggio in noi e nell’umanità che si svolge giorno per giorno e e ogni giorno è un microcrono dilatato in macrocosmi individuali. Per quanto si cammini non si esce da sé stessi, implacabilmente. In qualche modo la ricchezza e la disperazione di questo vagabondare sulla stessa vecchia terra sono salvaguardati e contemplati nell’arte.

Una nota a margine: senza il teatro saremmo estranei a noi stessi.

revisione paritaria aperta e filosofia

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Il “Bollettino telematico di filosofia politica” esiste sul web dal 2000 e la Prof.ssa Maria Pia Pievatolo ha contribuito in modo significativo. Recentemente ha avviato una sperimentazione dedicata alla revisione paritaria aperta, promossa dalla Professoressa Pievatolo.

La revisione paritaria aperta non è solo una possibilità tecnica ma una modalità di ricerca che parte dalla disintermadiazione e della connesso mutamento del principio di autorità e autorevolezza. Il principio della revisione paritaria era prassi nella Royal Society nella seconda metà del XVII secolo, ma porta con se la logica del controllo centralizzato e censorio dell’epoca dell’assolutismo durante il quale fu concepito. L’aggiunta dell'”apertura”, con il suo impegno alla trasparenza, pare un’alternativa ai limiti della revisione anonima. Gli altri aspetti della revisione paritaria aperta possono essere consultati alla pagina dedicata del Bollettino, da cui ho sintetizzato queste poche righe: https://btfp.sp.unipi.it/it/2012/01/laccademia-dei-morti-viventi-parte-prima-la-revisione-paritaria/.

Il progetto raccoglie diversi testi, che possono essere commentati paragrafo per paragrafo, come accade già per gli articoli di alcune riviste online. In questa sede voglio riportare la pagina dedicata al testo di Wilhelm von Humboldt, L’organizzazione interna ed esterna degli istituti scientifici superiori a Berlino.