la musa, Anna Achmatova

Quando la notte attendo il suo arrivo,

la vita sembra sia appesa a un filo.

Che cosa sono onori, libertà, giovinezza

di fronte all’ospite dolce

col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.

Levato il velo, mi guarda attentamente.

Le chiedo: “Dettasti a Dante tu

le pagine dell’Inferno?” Risponde: “Io”.

Anna Achmatova, La corsa del tempo, Einaudi, Torino, 1992, pag. 117, a cura di Michele Colucci.

Ferlinghetti: “La verità non è segreto di pochi”

Nota di apertura: questa poesia ha un complesso gioco di indentazioni che non è possibile rendere sulla pagina di WordPress. Per questo allego il PDF.

Questa serie di poesie fu scritta ascoltando brani Jazz e perciò le indentazioni raffigurano sulla pagina le pause e il ritmo della musica. Questo stile è caratteristico dei poeti Beats, che sono accusati in alcune scuole USA di essere espressione di sessismo, di maschilismo bianco e così via. Credo che vi sia un contorcimento culturale per cui quella che era una Jam musical- poetica che scandalizzò ai tempi proprio perché dava dignità culturale ed esistenziale alla musica “nera” per eccellenza, il Jazz, è divenuto un atto di imperialismo culturale repressivo. (Aggiunto successivamente alla prima pubblicazione).

“La verità non è il segreto di pochi”
eppure
magari ti verrebbe da pensarlo
per il modo in cui alcuni
bibliotecari
e ambasciatori culturali e
specialmente i direttori di museo
si comportano

ti verrebbe da pensare che ne detengono
il monopolio
da come
vanno in giro scuotendo
le teste altezzose con
l’aria di chi non deve mai andare
al gabinetto
eccetera

Ma non darei la colpa a loro
se fossi in voi
Si dice che lo Spirituale sia meglio concepito
in termini astratti
e quindi anche
girare per i musei mi fa sempre venire
voglia di
“calare”
tanto mi sento
stitico
ad
alta quota

Lawrence Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind, minimum fax, 2018, Roma, pag.233-235, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan

ma Elton John?

Posso capire una grande quantità di cose, per esempio le canzoni di Adele o il neomelodico napoletano. Con una certa fatica arrivo anche a mettere a fuoco perché una persona scelga di partecipare alle trasmissioni della De Filippi.

Posso capire, anche se non divertirmi, vedendo alcuni film, per esempio La grande bellezza, Kill Bill, di cui posso apprezzare il valore estetico, per così dire, per quanto mi lascino freddino per i contenuti. Anche i film di Alvaro Vitali non sono così opachi.

Ma Elton John è un mistero totale. Inafferrabile. Ha fatto 5, credo, canzoni discrete che ripete da circa quaranta anni con varianti minime. Ha partecipato a Tommy. Come fa? Quali misteriose leve? Quale potere detiene nel mondo musicale inglese per avere ancora un posto nel circo musicale internazionale?

Ho letto che ha rimandato al 2023 il suo tour. Ma cosa canta?

cari Maneskin

Avete spaccato con Beggin. Bravi: arrangiamenti perfetti, sesso, ritmo, voce giusta, video che funziona. Provocazione e citazioni come si deve. Siete bravi e avete indicato il rock a chi non lo ha mai conosciuto. Ma questa sera ho assistito a un evento che mi ha fatto capire una cosa.

Concerto rock di un gruppo di quattro donne: basso, batteria, chitarra ritmica e chitarra solista. Due a cantare: la batterista e la chitarra ritmica. Non erano eccezionali e forse il tecnico del suono non era un mostro per cui il tutto era spesso caotico. Hanno suonato diversi classici aprendo con due brani: Born to Be Wild e Paranoid. La miscela di acustica, suono, esecuzione musicale poteva essere fatale anche per quelle due canzoni ma non è stato così. A dispetto di tutto, i riff arrivavano dalla ferita pulsante del cuore umano che grida dolore, disperazione e desiderio di vivere e poi andavano dritti nella mente.

Perché gli autori delle canzoni erano immersi nella ferita della vita, nel centro di un cuore abbandonato da cui hanno tratto riff, ritmo, giro di basso e voce. E da quella tempesta rossa, violenta, indifesa e impietosa ci guardano dritto negli occhi. Cari Maneskin, siete bravi ma mi pare che siate fuori da quella tempesta. Dove è il suono essenziale che echeggia dal profondo delle spaccature del cuore pensante? Perché quelle musiche facevano tremare e commuovere anche se erano suonate da un gruppo di dilettanti, che brandivano impacciate le chitarre. Come le note di apertura della Quinta sinfonia di Beethoven, che non sono una melodia, non sono introdotte da alcun abbellimento o canone sinfonico ma vanno dritte al cuore del problema, senza mezzi termini, senza scuse o ammiccamenti. In tutti questi casi si tratta del risuonare del cuore umano che dal fondo della disperazione cerca un barlume di luce, costi quello che costi. E creare quelle musiche ha dei prezzi.

Il primo è estetico: non sono belli, curati o ricercati. Non hanno neanche la sofisticazione del suono sporco conservato, o costruito, in studio. Sono ruvidi ed essenziali. Scandalosi e brutali. Non ammiccano ma impietosamente si installano negli ascoltatori costringendoli a riconoscersi come assetati di vita e soli. Sono il condensato musicale dello Straniero di Camus.

Il secondo è esistenziale. Cantanti e autori hanno conosciuto la solitudine, la perdita della fama o la droga fino a rischiare la vita. La loro non è la musica che accarezza anche quando vuole essere provocatoria per conquistare pubblico e perciò il pubblico li lascia andare alla deriva.

Ma basta che una banda un po’ scalcinata inizi quelle canzoni che si accende qualcosa in chi li ascolta. Forse ricordano a tutti che “la tua anima non è morta”. Resta il fatto che risiedono in noi come se fossero sempre stati lì mentre cerchiamo di vivere senza impazzire.

Cari Maneskin, cosa resta dopo la vostra canzone? Una notte di sesso, con qualche mugolio di piacere o la soddisfazione compiaciuta per averlo fatto attenendosi al canone della trasgressione. Assaporando il sapore della stranezza fra le calde coltri del proprio lettuccio, nel sicuro della propria casuccia. Certi che oggi sarà come ieri e ogni cosa è al proprio posto e soprattutto lo scandalo della vita è dove deve essere: fuori dalla porta.

11 settembre, di nuovo

11 settembre: una data che sembra un abisso.

Ho vissuto da giovane la morte di Allende e Neruda. Più Neruda che Allende perché avevo letto le sue poesie. La dittatura successiva è stato un dolore ininterrotto.

Ho visto in diretta al crollo delle Torri gemelle. Non riesco a scordare quell’uomo che cade. Le fiamme e le strade spettrali.

La storia successiva è stata ed è condizionata da quell’evento. Temo che uno degli effetti profondi di quell’attentato sia il contributo alla radicalizzazione delle posizioni opposte.

Il terrore elimina la mediazione e la capacità di comprendere.

Per questo non mi sento di dire che una serie di morti mi appartenga e l’altra no. Faccio fatica ma non voglio che muri di terrore eretti in nome della “vera giustizia” spacchino la mia mente e giustifichino la volontà di potere che alberga in chi attenta alle istituzioni e alla vita delle persone comuni.

non poter sapere cosa accade dopo

Quando avevo 11 o 12 anni pensavo alla morte, alla mia morte. Dell’essere morto mi dispiaceva non poter sapere cosa succedesse delle vite di parenti, amici, degli eventi politici dopo la mia morte. Mi chiedevo se non ci fosse un modo per sapere quello che non potevo sapere: magari i morti conservavano la facoltà della vista e dell’ascolto dei vivi. Ma la morte era proprio l’assenza di quelle facoltà.

Non avevo ipotesi metafisiche: nessun mondo ultraterreno, nessun dio a consolare, nessun mondo nascosto dietro la cortina della morte. Solo la consapevolezza di non poter più sapere cosa sarebbe accaduto dopo la mia morte. E del progressivo oblio degli amici.

Immaginavo di fingere la mia morte per guardare di nascosto il mio funerale.

sulle fronde di facebook

E come possiamo noi postare
Mentre uomini cadono dagli aerei
E le donne saranno lapidate sulle piazze
O picchiate nelle case.

La leggerezza delle nostre libertà
Oggi pesa come lo sguardo
Di chi è stato tradito, da noi.

Ora che l’uscita degli USA dall’Afghanistan è completata, pubblico queste poche righe che ho scritto ad agosto. Non per altro ma solo perché penso alle donne, ai bambini, alle bambine e agli uomini rimasti.

anno scolastico nuovo, un altro

Anno scolastico 2021/2022. Studenti, docenti, personale ATA, dirigenza, funzioni strumentali, docenti nuovi e docenti trasferiti, giudizi sospesi e promozioni, esami di idoneità e libri di testo, DAD, DDI, tablet e matite, libri, test.

Poi gli amori fra i banchi, le amicizie, gli odi, i professori che anche loro hanno delle preferenze e sbagliano, gli studenti che capiscono bene i professori, la dislessia, le competenze o le conoscenze, i voti che non sono un giudizio sulla persona, le persone che giudicano i voti.

Poi le aule piccole, grandi, fredde, calde, con le porte, in sicurezza, i banchi con professore i bidelli non puliscono, le finestre in sicurezza.

Poi i bus, le auto, i motorini, le biciclette, i monopattini, gli skate da lasciare ai bidelli, il treno, i ritardi giustificati, non giustificati, i pianti nel corridoio, gli attacchi di panico, le urla durante l’intervallo, le domande senza risposta, le risposte date sottovoce.

Poi i genitori, mio figlio lo conosco bene, la famiglia, per carità non critico ma, le firme false, le telefonate, il covid19 che è stata una tragedia, il teatro a scuola, i progetti, ai miei tempi si faceva scuola mica progetti che non portano a nulla.

Poi il voto di condotta, la media, nel primo quadrimestre mi tengo sempre stretto, un’insufficienza non è la fine del mondo, è una lode meritata, quel professore è severo ma giusto, le programmate, i voti non servono, i voti servono, fuori dalla scuola la vita è diversa, la vita qui non è diversa da quella fuori dalla scuola, i fallimenti insegnano, non bisogna scoraggiarsi, il professore non mi ha detto il voto, possiamo vedere i compiti, l’archivio.

Poi i bagni puliti, le scale d’emergenza, i turni, la biblioteca, nessuno ci va, il burn out, i viaggi d’istruzione, formazione o didattica, l’ambulanza, i preposti, le palestre, i palloni, il gioco di squadra.

Poi i dipartimenti, i consigli di classe, dei docenti, il consiglio d’istituto, il DSGA, la determina, il verbale, l’approvazione del verbale, voglio che sia messo a verbale, quando finisce.

Poi l’alternanza scuola lavoro, il PCTO, il PTOF, la qualità, l’atto d’indirizzo, l’OCSE, l’INVALSI, l’ufficio scolastico, le commissioni, l’aggiornamento.

Blues Brothers

Quando uscì questo film avevo 17 anni, o giù di li. Non capivo nulla aderendo perfettamente allo stereotipo dello studente presuntuoso, ideologico e convinto di essere libero nei propri giudizi.

Il liceo, poi, era stato un bagno nelle certezze politiche e sociali che cominciavano a incrinarsi dopo il rapimento Moro. Ma era soprattutto l’estetica a essere compromessa: impegno e commedia cinematografica americana erano del tutto incompatibili. Guai a ridere delle americanate!

Alcune battute, però, hanno superato la corazza dell’ideologia: “io odio i nazisti dell’Illinois”, “Le cavallette!”. E poi le musiche, e i musicisti James Brown, Cab Calloway, Ray Charles e Aretha Franklin. La inarrivabile Carrie Fisher. La distruzione del supermercato e l’inseguimento Blues Brothers da parte di tutti: polizia, esercito, Swat Team, nazisti, guardia a cavallo.

Per capire la grandezza del film ho impiegato decenni. La verità di quella cosa che è il bisogno di amare ed essere amati; la fatica di vivere fra oggetti tutti uguali quando ciascuno di noi è irrimediabilmente e inevitabilmente diverso e simile a tutti gli altri; la capacità di donare come atto di libertà.

Il film conteneva molto degli anni Ottanta e qualcosa di profondamente americano, nel bene e nel male. Io nel frattempo ho imparato che l’estetica è il primo luogo distrutto dell’ideologia.