paint it black

I Rolling stones sono una rock band mitica e che forse è andata perfino oltre il mito. Negli anni Sessanta furono presentati come l’alternativa sporca, irriverente e scura ai Beatles. Nella contrapposizione c’era molto marketing ma è vero che i due gruppi erano molto diversi per stile, per le canzoni, perfino le facce erano agli antipodi. Il taglio a caschetto sui volti dei Beatles era accattivante mentre sui musi degli Stones emanava trasgressione, sesso ed emozioni forti. Comunque i due gruppi erano amici e c’è anche una leggenda per la quale il Beatles George Harrison promosse gli Stones alla Decca, la casa discografica che non aveva messo a contratto i Beatles all’inizio della carriera. Infine la vita degli Stones è costellata di eventi tragici: la morte misteriosa di un membro della band Brian Jones, l’uso di droghe, gli amori infelici.

Alcune canzoni degli Stones sono entrate di diritto nella storia, per esempio Satisfaction, un riff fulminante e ossessivo che comunica insoddisfazione esistenziale in modo unico. Ma gli Stones non sono musicalmente eccezionali e più che altro sono stati intelligenti a circondarsi di orchestrali e musicisti di alto livello.

Qua propongo una canzone del 1966 Paint it black, (composizione). Il testo è diretto e semplice, nel migliore stile rock: abbandonato dalla donna amata, forse morta, l’amante vuole che tutto il mondo e tutto del mondo sia dipinto di nero. Nero come una bara, nero come la morte. Perché eros e morte sono così intimamente connessi che occorre cantarli tutti e due per essere onesti: sia la sinfonia di desiderio, vita multicolore e stupore alla vista della persona amata sia lo sgomento disperato, mortale e scuro per la sua scomparsa. Da notare la scala orientale, che nelle canzoni psichedeliche dell’epoca era usata associata all’armonia universale, alla pace e all’amore incondizionato, qui usata in senso contrario.

 

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AIDS e rivoluzioni

C’è questo sito, American Rethoric, che contiene discorsi significativi della vita politica e sociale americana. Di molti c’è la registrazione e la trascrizione. Tutta roba interessante. C’è anche il famoso discorso di Martin Luther King “I have a dream”. Per caso a scoperto un discorso emozionante.

19 agosto 1992, Republican National Convention. In autunno ci saranno le elezioni presidenziali e i contendenti sono Clinton e Bush padre. Vincerà Clinton ma probabilmente i Repubblicani sanno che difficilmente Bush riuscirà  a spuntarla con Clinton e tentano tutte le carte per sottrargli elettorato. Alla Convention appare questa donna Mary Fisher, una che più White Anglosaxon and Protestant non si può. Carina come una Barbie vestita stile anni Ottanta. E fa un discorso eccezionale, che American Rethoric classifica come uno dei migliori del XX secolo.

Ha preso l’AIDS dal marito che l’ha tradita. E non parla rabbiosamente del marito, non si mette a chiedere compassione o maledire nessuno ma si rivolge alla platea dei bacchettoni del partito Repubblicano che etichettano l’AIDS come castigo divino per gay e drogati e a un certo punto dice:

We may take refuge in our stereotypes, but we cannot hide there long, because HIV asks only one thing of those it attacks: Are you human? And this is the right question. Are you human? Because people with HIV have not entered some alien state of being. They are human. They have not earned cruelty, and they do not deserve meanness. They don’t benefit from being isolated or treated as outcasts. Each of them is exactly what God made: a person; not evil, deserving of our judgment; not victims, longing for our pity — people, ready for support and worthy of compassion.

Altro che il “Buttateli fuori!” a cui siamo abituati in questi tempi tristi e moralisti che si nascondono per troppo tempo nei loro stereotipi: “I malati di HIV non sono entrati in una strana condizione aliena. Sono umani. Non si sono guadagnati crudeltà e non meritano cattiveria. Ognuno di loro è esattamente ciò che fece Dio: persone che meritano compassione”.

Conclude affermando che lei, bianca malata di HIV vive assieme a bambini e gay malati e di essere destinata a morire come loro.

C’è molto appello elettorale in questo discorso, ma è rivoluzionario: un appello lanciato oltre l’ostacolo del dolore e della paura della morte per prendersi cura gli uni degli altri nell’assurdità della vita.

 

a day in life

Questa non è una canzone rock. Qualche indicazione: è l’ultimo brano di un disco che è pietra miliare della musica rock e secondo alcuni della musica del Novecento Sgt Pepper Lonely Hearts Club Band; i Beatles, pieni di soldi per i successi degli anni precedenti, decisero di passare 5 mesi in sala di registrazione per creare questo disco disinteressandosi degli aspetti commerciali; usarono le tecnologie di registrazione all’avaguardia negli anni Sessanta; il brano è la sintesi di due canzoni, una di Lennon e una di McCartney unite da un passaggio orchestrale; la composizione del brano è ricca di episodi, eventi casuali, pianificati che sarebbe troppo lungo riportare qui. Il testo prende le mosse da un articolo di giornale sulla morte di un amico di Lennon ma poi si sviluppa con giochi di parole, ricordi, immagini surreali.

Un giorno nella vita in cui si susseguono morte, vita, sogni, amore senza logica ma il tutto sta assieme per la strana armonia dei suoni. Qualcuno ha rievocato il poeta Eliot per interpretare A day in life, e credo che ci sia un fondo di verità. Aggiungerei Joyce e Leopold Bloom che vaga per Dublino.

A ogni ascolto scopro qualcosa. In quello di oggi il piano: accompagna con sapienza e varietà le fasi della canzone. La fine è così netta e allo stesso tempo sfumata verso il nulla, come se la vita emergesse dal vuoto e dal nulla come una serie di risonanze autosufficienti e autonome per essere inghiottita di nuovo. In mezzo lo stupore attonito del caos e della bellezza.

Tre note finali.

Il filmato mostra Beatles, Rolling Stones e altri personaggi degli anni Sessanta.

Come quasi tutte le canzoni dei Beatles anche questa comunica melanconia, gioia e abbandono. Non riesco a capire come facessero.

Infine, la copertina. I Beatles hanno voluto raccogliere in quella immagine tutte le persone, gli autori, gli scrittori che li hanno ispirati.

Per quanto scarse siano le fonti, si è autorizzati a credere che matematica e filosofia, geometria e religione, calcolo e metafisica discendano da un’unica grandiosa, originaria combinazione reciproca. Questa combinazione non compromette in nessun modo la specificità del sapere matematico, non implica che la matematica serva a qualcosa d’altro o che abbia bisogno di giustificazioni esterne. Semmai è vero il contrario: le formule dell’algebra e le costruzioni della geometria godono di una specificità indiscutibile e di una evidenza conclusiva, di una chiarezza, per così dire, terminale, che non ha bisogno di altre spiegazioni e giustificazioni se non quelle che trovano in se stesse. Nemmeno la logica è in grado di darne una spiegazione esauriente. I calcoli appaiono aridi ed estranei all’ambito filosofico o religioso, ma questa è pura apparenza: religione e matematica, metafisica e calcolo, azione rituale e pensiero esatto sembrano combinarsi, all’inizio, in un’unica, imponente compagine. Una combinazione che si deve cogliere nei grandi disegni della cosmologia antica, nelle intuizioni dei primi filosofi come pure nelle strategie computazionali e nei calcoli più minuti a cui erano avvezzi i matematici greci, indiani, cinesi e babilonesi.

Paolo Zellini, La matematica degli dei e gli algoritmi degli uomini, Adelphi, Milano, 2016, pag. 33

struggimento

C’è questa canzone dei Pink Floyd, “Cymbaline”, usata in uno spettacolo intitolato The man and the journey. In realtà la canzone faceva parte della colonna sonora del film More, ma i nostri la suonarono con il titolo “Nightmare” nei concerti dal 1969 al 1971 in uno spettacolo chiamato The Man and the Journey. Per i contenuti musicali, per la strutturazione, per i temi concettuali e narrativi The Man and the Journey, consistente in una sequenza di brani che appartenevano o apparterranno ad altri dischi, è il nucleo seminale della produzione successiva, in alcuni casi fino a Wish You Were Here. È l’embrione in attesa di nascere suonato in The Embryo. Animals e The Wall appartengano a un periodo creativo differente il cui nucleo sonoro non sarà più il periodo iniziale, per quanto sia evidente un’unità stilistica unitaria.

Cymbaline è struggente. Corrisponde alla prima volta in cui il protagonista del film More assume droga, sollecitato dalla sua compagna. Il film ha uno stile anni Sessanta/Settanta da fare spavento e tenerezza. Ma il dolore e la nostalgia espressi in certi passaggi di questa canzone vanno oltre il periodo. David Gilmour aveva un tono e una chitarra bluesy. L’esecuzione è un concerto dal vivo del 1969.

Platone e Confucio

Differenza fra Cina e “Mondo Occidentale”? Domanda lunga da sciogliere.

Questa pagina, The Political Thought of Confucius, Plato, John Locke & Adam Smith Introduced in Animations, illustra le differenze nelle concezioni politiche di Confucio, Platone, Locke e Adam Smith. Sono dei filmati di infografiche. L’articolo appartiene a una serie di video sulla filosofia del canale della BBC, voce narrante Aidan Turner.

Mi interessa la parte su Confucio, il quale pone nella famiglia e nel rispetto delle gerarchie famigliari il nucleo fondamentale dell’eduzione alla vita politica e sociale. Da notare che nella filosofia di Confucio il rispetto per la famiglia si estende agli avi morti fino a costituire il mito degli avi, origine remota della vita.

Platone, non solo antepone lo stato alla famiglia, ma sostiene che il governo dovrebbe essere affidato solo alla responsabilità, conoscitiva e morale, del Re, o Regina, allo stesso tempo filosofo/a. Il fulcro dell’argomentazione di Platone è il confronto fra il capo dello stato e il pilota della nave che deve essere capace di guidare non necessariamente gradito al popolo o ricco o possedere il potere per eredità.

Completano la scheda due filmati su Locke e la tolleranza religiosa e su Adam Smith.

L’articolo appartiene all’iniziativa Open Culture, la quale offre filmati, articoli, audio almeno di livello medio alto che si possono agevolmente usare con finalità didattiche.