una volta non si stava meglio

Anzi, una volta si stava peggio. Mi capita di leggere articoli in cui si narrano con nostalgia gli anni ’50, ’60 perché “non c’erano gli smartphone ma ci si incontrava con gli amici in cortile” oppure perché “se non studiavi la maestra di dava un 4, la mamma uno scapaccione e non c’erano dislessici” e così via.

Insomma una volta si stava meglio perché il mondo era più ruvidamente semplice e vero mentre in quello presente ci troveremmo al limite estremo dell’artificio, della finzione, ormai insostenibili.

Non è vero. La scuola, profondamente e inconsapevolmente classista, escludeva i figli degli immigrati dalla conoscenza favorendo in modo smaccato e spudorato i figli delle famiglie più abbienti. Non era per nulla più facile fare amicizia e bastava arrivare in ritardo di 15 minuti a un appuntamento per passare il pomeriggio da soli; la maggior parte delle famiglie viveva enormi tragedie – tradimenti, disoccupazione, figli handicappati, debiti – nel silenzio e nella vergogna; per lavorare occorreva avere la lettera di presentazione del parroco; una persona che avesse lavorato per più di una impresa era guardata con sospetto perché non era un bene cambiare lavoro; qualsiasi forma di diversità – sessuale, culturale – era condannata e repressa; l’igiene era complessivamente peggiore; l’inquinamento iniziava la sua parabola ascendente.

Il rimpianto per il passato appartiene a chi non sa interpretare il presente e non vuole capirlo. Forse per questo due canzoni fondamentali di Bob Dylan parlano l’una (Like a rolling stone) dell’uscita definitiva dal mondo da favola del passato e della domanda su come ci si sente dopo la caduta e l’altra (The Times They Are A-Changin’) invita chi non sa vivere nel presente, compromettersi con la realtà, a perdere l’innocenza.

In fondo è facile immaginare che il passato sia più chiaro del presente, solo perché non ricordiamo quanto fosse oscuro mentre lo vivevamo.

perché sono un disadattato 

Capite che se a 17 anni ascolti musica composta da artisti che hanno questa idea è difficile adattarsi a certe cose che vanno ora.

Poi mi chiedo, se la vetrina che mette in mostra questo è la biblioteca civica di Udine, quanto è diventato istituzionale quello che ieri era trasgressivo? E soprattutto, vista l’età media dei frequentatori della biblioteca, “oh my God, what have I done?” e “once upon a time you dressed so fine”.

“Do I want to make a deal?”

Zappa: Watermelon in Easter Hay

Ho scoperto Joes’ Garage solo da qualche anno. Forse prima non lo avrei compreso e sarei stato fuorviato dalla trama della storia e non avrei ascoltato la musica.

Questa canzone è celestiale e non uso mai questo aggettivo, ma è l’unico aggettivo adatto per questo brano del grande iconoclasta, irriverente e ironico sovvertitore di tutte le mode, di tutti i luoghi comuni che fossero degli hyppies o degli yuppies o del potere o delle lobby.

La musica inizia dal 48 secondo, circa, al termine del discorso del central scrutinizer che ha ingannato Joe in tutti i modi per allontanarlo dalla musica.

us and them

Grande canzone di un grande disco: The Dark Side of the Moon. Ha una storia compositiva tormentata: proposta con il titolo The Violent Sequence ad Antonioni per Zabriskie Point, che la rifiutò perché “bella ma così triste”, rimase in un cassetto per qualche anno e riapparve nel capolavoro dei Pink Floyd.

Collocata fra Money e Any Colour you Like è un momento chiave della follia dell’uomo espressa in un modo tipico dei Pink Floyd: il contrasto fra l’argomento violento, disperante e lo struggimento musicale. I versi d’apertura sono:

Us and them
And after all we’re only ordinary men
Me
And you
God only knows
It’s not what we would choose to do

Da ragazzo pensavo che fosse una presa di distanza dall’idolatria dei fan ma ora capisco che è molto di più. La spaccatura fra noi e loro appartiene a tutti noi come esseri umani “ordinari” che ci ritroviamo dove non avremmo voluto essere: al centro di una battaglia, a brandelli, disperati attraversati da discorsi disarticolati. Perché è così ordinario voler appartenere a un gruppo, per essere protetti, per dare sfogo ai desideri più nascosti, con la copertura del gruppo. Molto meglio che scoprire che il volto del mio nemico è un specchio in cui vedo il mio volto riflesso.

la realtà e i sognatori

Dialogo fra studenti di una scuola superiore nell’Italia settentrionale; ore 13.50, circa, i attesa della fine delle lezioni.

Studente, rivolto a una sua compagna: “Sembri Yoko Ono!”

Studentessa: “Chi è Yoko Ono?”

Professore: “Come fa a non sapere chi è Yoko Ono? Conosce John Lennon?”

Studentessa: “Certo, Professore, che conosco John Lennon.”

Professore: “Yoko Ono fu prima la compagna poi la moglie di Lennon. Lennon era nei Beatles e poi fu assassinato.”

Studentessa: “John Lennon è morto? Quando?”

Genesis: teatro, musica e Peter Gabriel

genesis_01Ho letto La filosofia dei Genesis in un pomeriggio perché è un libro agevole e interessante. Descrive l’evoluzione teatrale dei Genesis dai primi passi alla fine degli anni Sessanta fino a The Lamb lies down on Broadway. Il libro è organizzato cronologicamente a partire dalle sperimentazioni visive e musicali nella Swinging London degli anni Sessanta quando ricerca, provocazione, psichedelia e creatività si sono unite per irraggiare idee, immagini e suoni nei decenni successivi. L’atto finale è The lamb lies down on Broadway apice teatrale, musicale e conclusione della prima parte della vita dei Genesis. Ricco di informazioni e paragoni fra autori, rockstar note e meno note. Stimolante il confronto fra Iggy Pop e Peter Gabriel sul tema dello stage diving, che rivela somiglianze sotteranee fra un rampollo della borghesia inglese e un raw rocker americano. Fra l’altro mette la basi per comprendere la differenza fra lo stile spettacolare dei Pink Floyd e quello dei Genesis, dove i primi hanno prodotto concept album e spettacoli visivi, multimediali mentre i secondi hanno piegato verso una teatralizzazione sempre più raffinata al cui centro vi era Peter Gabriel.

Non ci sono analisi delle musiche e i riferimenti ai testi sono occasionali. Il suo punto di forza è la descrizione storica, quasi filologica, della comparsa nonché delle variazioni dei personaggi inventati da Gabriel per drammatizzare teatralmente le musiche dei Genesis. Ha il pregio di cercare di ricostruire spettacoli e visoni di cui non resta alcuna memoria poiché i Genesis mai organizzarono riprese filmiche dei loro spettacoli.

Il riferimento alla filosofia non mi pare essenziale se non in senso lato come contributo rigoroso allo studio della musica progressive e in generale al musica rock.