ma Elton John?

Posso capire una grande quantità di cose, per esempio le canzoni di Adele o il neomelodico napoletano. Con una certa fatica arrivo anche a mettere a fuoco perché una persona scelga di partecipare alle trasmissioni della De Filippi.

Posso capire, anche se non divertirmi, vedendo alcuni film, per esempio La grande bellezza, Kill Bill, di cui posso apprezzare il valore estetico, per così dire, per quanto mi lascino freddino per i contenuti. Anche i film di Alvaro Vitali non sono così opachi.

Ma Elton John è un mistero totale. Inafferrabile. Ha fatto 5, credo, canzoni discrete che ripete da circa quaranta anni con varianti minime. Ha partecipato a Tommy. Come fa? Quali misteriose leve? Quale potere detiene nel mondo musicale inglese per avere ancora un posto nel circo musicale internazionale?

Ho letto che ha rimandato al 2023 il suo tour. Ma cosa canta?

cari Maneskin

Avete spaccato con Beggin. Bravi: arrangiamenti perfetti, sesso, ritmo, voce giusta, video che funziona. Provocazione e citazioni come si deve. Siete bravi e avete indicato il rock a chi non lo ha mai conosciuto. Ma questa sera ho assistito a un evento che mi ha fatto capire una cosa.

Concerto rock di un gruppo di quattro donne: basso, batteria, chitarra ritmica e chitarra solista. Due a cantare: la batterista e la chitarra ritmica. Non erano eccezionali e forse il tecnico del suono non era un mostro per cui il tutto era spesso caotico. Hanno suonato diversi classici aprendo con due brani: Born to Be Wild e Paranoid. La miscela di acustica, suono, esecuzione musicale poteva essere fatale anche per quelle due canzoni ma non è stato così. A dispetto di tutto, i riff arrivavano dalla ferita pulsante del cuore umano che grida dolore, disperazione e desiderio di vivere e poi andavano dritti nella mente.

Perché gli autori delle canzoni erano immersi nella ferita della vita, nel centro di un cuore abbandonato da cui hanno tratto riff, ritmo, giro di basso e voce. E da quella tempesta rossa, violenta, indifesa e impietosa ci guardano dritto negli occhi. Cari Maneskin, siete bravi ma mi pare che siate fuori da quella tempesta. Dove è il suono essenziale che echeggia dal profondo delle spaccature del cuore pensante? Perché quelle musiche facevano tremare e commuovere anche se erano suonate da un gruppo di dilettanti, che brandivano impacciate le chitarre. Come le note di apertura della Quinta sinfonia di Beethoven, che non sono una melodia, non sono introdotte da alcun abbellimento o canone sinfonico ma vanno dritte al cuore del problema, senza mezzi termini, senza scuse o ammiccamenti. In tutti questi casi si tratta del risuonare del cuore umano che dal fondo della disperazione cerca un barlume di luce, costi quello che costi. E creare quelle musiche ha dei prezzi.

Il primo è estetico: non sono belli, curati o ricercati. Non hanno neanche la sofisticazione del suono sporco conservato, o costruito, in studio. Sono ruvidi ed essenziali. Scandalosi e brutali. Non ammiccano ma impietosamente si installano negli ascoltatori costringendoli a riconoscersi come assetati di vita e soli. Sono il condensato musicale dello Straniero di Camus.

Il secondo è esistenziale. Cantanti e autori hanno conosciuto la solitudine, la perdita della fama o la droga fino a rischiare la vita. La loro non è la musica che accarezza anche quando vuole essere provocatoria per conquistare pubblico e perciò il pubblico li lascia andare alla deriva.

Ma basta che una banda un po’ scalcinata inizi quelle canzoni che si accende qualcosa in chi li ascolta. Forse ricordano a tutti che “la tua anima non è morta”. Resta il fatto che risiedono in noi come se fossero sempre stati lì mentre cerchiamo di vivere senza impazzire.

Cari Maneskin, cosa resta dopo la vostra canzone? Una notte di sesso, con qualche mugolio di piacere o la soddisfazione compiaciuta per averlo fatto attenendosi al canone della trasgressione. Assaporando il sapore della stranezza fra le calde coltri del proprio lettuccio, nel sicuro della propria casuccia. Certi che oggi sarà come ieri e ogni cosa è al proprio posto e soprattutto lo scandalo della vita è dove deve essere: fuori dalla porta.

sulle fronde di facebook

E come possiamo noi postare
Mentre uomini cadono dagli aerei
E le donne saranno lapidate sulle piazze
O picchiate nelle case.

La leggerezza delle nostre libertà
Oggi pesa come lo sguardo
Di chi è stato tradito, da noi.

Ora che l’uscita degli USA dall’Afghanistan è completata, pubblico queste poche righe che ho scritto ad agosto. Non per altro ma solo perché penso alle donne, ai bambini, alle bambine e agli uomini rimasti.

Blues Brothers

Quando uscì questo film avevo 17 anni, o giù di li. Non capivo nulla aderendo perfettamente allo stereotipo dello studente presuntuoso, ideologico e convinto di essere libero nei propri giudizi.

Il liceo, poi, era stato un bagno nelle certezze politiche e sociali che cominciavano a incrinarsi dopo il rapimento Moro. Ma era soprattutto l’estetica a essere compromessa: impegno e commedia cinematografica americana erano del tutto incompatibili. Guai a ridere delle americanate!

Alcune battute, però, hanno superato la corazza dell’ideologia: “io odio i nazisti dell’Illinois”, “Le cavallette!”. E poi le musiche, e i musicisti James Brown, Cab Calloway, Ray Charles e Aretha Franklin. La inarrivabile Carrie Fisher. La distruzione del supermercato e l’inseguimento Blues Brothers da parte di tutti: polizia, esercito, Swat Team, nazisti, guardia a cavallo.

Per capire la grandezza del film ho impiegato decenni. La verità di quella cosa che è il bisogno di amare ed essere amati; la fatica di vivere fra oggetti tutti uguali quando ciascuno di noi è irrimediabilmente e inevitabilmente diverso e simile a tutti gli altri; la capacità di donare come atto di libertà.

Il film conteneva molto degli anni Ottanta e qualcosa di profondamente americano, nel bene e nel male. Io nel frattempo ho imparato che l’estetica è il primo luogo distrutto dell’ideologia.

Pink Floyd, ovvero: si impara dall’esperienza?

Racconto mitologico del rock

C’è una narrazione nei miti del rock che ha segnato la storia non solo del gruppo coinvolto ma della musica degli ultimi 50 anni. Siamo negli anni Sessanta, in qualche luogo di Londra o dell’Inghilterra, quattro musicisti ambiziosi sono in auto per andare a tenere un concerto ma prima devono passare a prendere un quinto, chitarrista e compositore geniale che sta dando segni di squilibrio. I compagni e amici sono esasperati e temono che il loro futuro artistico sia compromesso per le sue mattane. Dai racconti successivi si sa soltanto che uno del gruppo disse “Non passiamo a prenderlo” e che nessuno si oppose. Da quella frase ha inizio una nuova vita del gruppo che conobbe creatività e originalità musicale, successo, soldi e anche fratture interne. Circa dieci anni dopo quel viaggio in macchina iniziarono a emergere i sensi di colpa per aver lasciato l’amico in difficoltà pur di inseguire il successo.

Pink Floyd: creatività ed esclusione

Si tratta dei Pink Floyd che abbandonarono Syd Barrett, il genio che ideò e guidò il gruppo nel disco d’esordio. Disco che entrò di diritto nella storia del rock e forse della musica in generale. Intendiamoci bene, Barrett non era facile da gestire e stava affossando il gruppo proprio quando bisognava costruirne il futuro. E’ probabile che soffrisse di schizofrenia peggiorata dagli allucinogeni di cui fece largo uso. Il rimpiazzo, del resto, fu una scelta vincente perché si trattava di David Gilmour, amico, musicista molto bravo, tecnicamente preparato che aveva insegnato la chitarra a Barrett. Fu un momento di svolta, da cui dipesero i decenni successivi. Non vorrei riflettere sull’opportunità o meno di quella scelta. Mi incuriosisce altro.

In primo l’assunzione collettiva di responsabilità. Nessuno ha mai fatto trapelare chi sia stato a pronunciare la fatidica frase, anche perché forse era il pensiero non ancora espresso da nessuno ma già comune a tutti. Anche se forse in questi anni i sopravvissuti, quando sono passati quasi 50 anni, molti eventi si sono compiuti, Barrett e Wright sono morti, qualcosa potrebbero rivelare. Oppure è bene che certi atti restino avvolti dall’alone di mistero con cui sono stati vissuti?

Quella frase e quel viaggio furono liberatori e allo stesso tempo terribili: solo con l’esclusione di Barrett, amico geniale, gli altri poterono proseguire e aprirsi a nuovi orizzonti. Da allora i quattro hanno scritto dischi bellissimi, che hanno commosso, consolato, esaltato milioni di persone richiamati da una musica che affonda le sue radici nel bisogno di vicinanza fra esseri umani e negli ostacoli che uomini e donne incontrano quando cercano di essere vicini gli uni agli altri. Soldi, pazzia, successo, educazione, rivalità fra esseri umani questo e molto altro sono i “mattoni” che ostacolano solidarietà, vicinanza.

Litigare. Ancora?

Ma sono bastati questi dischi a capire? Da quando si sono sciolti, con una certa regolarità, e sempre con una certa violenza, sappiamo che Roger Waters polemizza con David Gilmour sulla paternità delle canzoni e che David Gilmour gli risponde. Nel mezzo di questo battibecco fra i due giganti del rock, troviamo Wright che fu quasi stritolato dalle dinamiche del gruppo e Mason che si è salvato la vita occupandosi di auto d’epoca e producendo dischi di altri gruppi.

Mi chiedo: cosa vi cambia? La vita di milioni di persone è stata migliorata dalle vostre musiche; avete avuto la fortuna di essere diventati ricchi grazie alla vostra creatività, superando di gran lunga le vostre più fantasmagoriche speranze di adolescenti; avete famiglie e figli che vi amano; fan che vi adorano.

Per quanto riguarda la vostra musica, è vero che ci sono i credit delle canzoni da cui dipendono i vostri guadagni; è anche vero che alcuni di voi sono stati ufficialmente più creativi di altri, ma come è possibile spartire con esattezza e una volta per tutte la paternità delle opere di gruppo? Il silenzio di uno, la sua apparente passività non solo lascia spazio alla creatività dell’altro, ma può essere stata la fonte d’ispirazione dell’altro. Per esempio, Nick Mason, cui ufficialmente sono state attribuite 4 canzoni come solista e la collaborazione in tutti i brani fondamentali fino a The Dark Side of the Moon, nel DVD di Pink Floyd. Live at Pompei. The Director’s Cut, dal minuto 73 circa, ha un colloquio con il regista che pone una domanda provocatoria: “Vi sembra di girare in cerchio?”. Mason risponde stupito e pensieroso, ricavando le conseguenze dell’ipotesi, mostrando molta arguzia e intelligenza. Nelle sue parole sono anticipate idee del disco Wish You Were Here, e versi della canzone poi scritti da Waters, senza dimenticare l’idea della copertina. A questo punto una domanda: chi ha la paternità dei versi e del concetto di Wish You Were Here: Waters, Mason, il regista? Tutti e tre? Nessuno dei tre? Li ha scritti Waters ispirato e geniale ma sappiamo anche che il suo genio creativo si nutre delle esperienze vissute direttamente che rielabora musicalmente, quindi molto proviene dalle idee e dalle suggestioni di altri.

In conclusione, Waters, che tanto non mi ascolti, continui a polemizzare con Gilmour per le canzoni. Ma sembrate un marito e una moglie vecchi e stizzosi che si cercano per litigare, riproponendo l’atto che vi ha uniti: l’esclusione dura e dolorosa di un amico. E’ anche probabile che questo sacrificio originario, compiuto in quella giornata che vi ha segnato come gruppo e come individui, sia il cerchio in cui inscrivere tutta la vostra identità. E che ora come pesci prigionieri in una boccia artificiale cerchiate il modo per uscirne.

Girare in cerchio o progredire?

Aggiungo gli screenshot del film Pink Floyd at Pompei. C’è sia Mason che una frase finale di Gilmour che fiduciosamente definisce sé e i Pink Floyd come progressisti. Un’aggiunta a margine: forse Mason non è stato un batterista talentuoso come altri, ma senza di lui i Pink Floyd non ci sarebbero stati. Il suo disincanto ironico è stato fondamentale in quella banda di seriosi pieni di sé. Ha tenuto il ritmo per anni dando cuore e forma a musiche e persone sfuggenti e caratteriali. Per leggere le scritte fare click sull’immagini e aprire la galleria.

clash ma non solo: I fought the law

Dal 1959 una canzone profondamente americana, poi rifatta da inglesi. Anche in questo caso, il rock va dritto all’essenziale: ho combattuto la legge e la legge ha vinto. C’è qualcosa del calvinismo anglosassone che risuona nelle chitarre, che traspare nel ritmo da ballo della canzone. L’angoscia di chi ha violato la legge era già apparsa nel 1945 quando il cinema americano aveva avuto Detour, storia di un musicista squattrinato e omicida. Qui il ritmo potrebbe anche essere il camminare balzellante dei carcerati incatenati.

Dal profondo della Guerra Fredda, prima di tutto una canzone di una manciata di minuti così semplici, diretti e netti. Poi sono arrivate le canzoni che hanno dato la fama a chi voleva il mondo e subito, a chi voleva dare alla pace una possibilità, a chi “noi siamo da una parte e voi dall’altra”, a che combatteva nelle strade, a chi “i vecchi stanno svanendo e con loro la vecchia legge”. Una manciata di minuti durata per almeno trent’anni.

Riporto tre versioni e aggiungo una nota a margine. Questa canzone è spesso usata dai poliziotti americani.

The Crickets, 1959

Tutti in giacca e cravatta. Facce sorridenti. Ma una canzone dirompente. La superficie educata nasconde molto.

Bobby Fuller, 1966

Notevole che la legge sia rappresentata da ballerine con tanto di pistola e costumi aderenti. Chi viola la legge è un fidanzato infedele che deve essere punito? La liberazione sessuale dei giovani è la violazione delle consuetudini antiche?

The Clash, 1979

In fondo ha qualcosa di troppo. Come se ci fosse un compiacimento nel violare la legge assente nelle versioni precedenti. O magari ci sono solo troppi Clash e poca canzone.

it’s never too late: ace of cups

Ace of cups: gruppo di sole donne fondato nella baia di San Francisco, tiene concerti fra il 1967 e il 1972. Jimi Hendrix le elogia. Tuttavia non firmano con nessuna delle case discografiche che le contattano. Per diverse ragioni scompaiono nel 1972 ma riappaiono nel 2018 con energia, ritmo e voce da vendere. Due video: allora e ora, diverse canzoni, epoche totalmente diverse. Qualche ruga in più e una leggerezza gioiosa e vitale.

across the borderline

Canzone che canta di messicani che attraversano la frontiera per arrivare nel sognato mondo degli Stati Uniti, terra di felicità e ricchezza. Ma scoprono la disillusione delle promesse infrante, quando è troppo tardi perché il prezzo per arrivare è ormai pagato e comunque troppo elevato.

Non conosco lo stato d’animo di chi emigra clandestinamente dalla propria terra per diventare uno dei tanti senza volto e identità nel fiume anonimo della storia. Ma la condizione del transfugo dalla propria origine, mosso da una speranza rivestita di necessità o spinto da necessità rivestita di speranza, che si scopre spogliato delle proprie illusioni in un luogo indeterminato fra la nascita e la morte mi pare universale. Vedere sfilacciarsi la propria identità per incamminarsi con la propria storia sulle spalle lungo strade di vita e morte assieme a compagni di viaggio ignoti è meno inusuale di quello che si crede. In certa misura è quanto di Ulisse e dell’Ebreo errante ci abita.

La canzone, qui cantata da Bob Dylan e Tom Petty, è scritta da Ry Cooder e utilizzata anche nella colonna sonora del film Frontiera del 1982. Riporto una strofa, con la traduzione tratta dal sito http://www.antiwarsongs.org/. Per me bellissima

Up and down the Rio Grande
A thousand footprints in the sand
Reveal the secret no one can define
The river flows on like a breath
In between our life and death
Tell me who’s the next to cross the border

su e giù lungo il Rio Grande
migliaia di tracce nella sabbia
rivelano il segreto che nessuno può spiegare
il fiume scorre come un respiro
in bilico tra la vita e la morte
ditemi chi sarà il prossimo a passare il confine

river flow: nostalgia e cambiamento

Alcuni musicisti ti accompagnano per una sonorità, un timbro della voce, un giro di accordi che arrivano al momento giusto. Da ragazzo ascoltavo il disco Quah di Jorma Kaukonen perché aveva una chiarezza diretta ma non viscerale che mi permise di avere emozioni non meno profonde ma gentili e di speranza.

Kaukonen, che fu chitarrista dei Jefferson Airplane, ha avuto una ricca attività musicale sia come solista sia nel suo gruppo gli Hot Tuna. Recentemente ha pubblicato un disco, The River Flows, una manciata di canzoni con emozioni sfumate, riflessive ed energiche come solo il migliore blues e il miglior country sanno donare. Fra tutte cito la sua versione della canzone The Ballad of Easy Rider, scritta nel 1969 da Roger McGuinn per il film Easy Rider, a partire da un verso di Bob Dylan. Una lunga parte strumentale suonata con tutta la maestria chitarristica di Kaukonen. E poi quella libertà e quella nostalgia del viaggiare: il fiume scorre e nulla torna.