quale allegria, da lucio dalla

Lucio Dalla con questa canzone ha messo in musica uno dei sentimenti più difficili da provare: la consapevolezza della violenza presente nei rapporti umani, d’amore, d’amicizia, di lavoro, di parentela.

Non ne spiega l’origine ma descrivendone la fenomenologia quotidiana accenna a un’ombra che lentamente scarnifica anche i sentimenti più delicati. La canzone apre su un rapporto d’amore, forse ormai consumato dai gesti quotidiani, che cerca un senso nel perdonarsi dopo essersi feriti. Poi c’è la giornata scandita inesorabilmente dalla monotonia. Poi lo spettacolo del cantante su un palco di fronte a un pubblico anonimo. Poi il convincersi che tutto stia nell’arrivare in salute al gran finale. Poi i ringraziamenti a un certo Andrea, per i pasti malmangiati, i sonni derubati. Infine l’essere stati accoltellati nel buio di un vicolo per quindici anni la sera di Natale.

Non è la ripetitività in sé a essere il problema. Forse tutto sta in quel sacrificio primordiale compiuto la notte di Natale, quando nell’illusione di un rinnovamento della vita, il più debole, e fiducioso, viene ucciso permettendo così ad altri di vivere. Nella ripetizione dell’accoltellamento sacrificale si cerca un senso della vita.

Credo che la grandezza di Dalla risieda nell’aver cantato le nostre emozioni di sacrificati esposti con le nostre debolezze, le nostre stranezze e la nostra tenace capacità di amare, alla violenza degli altri. Vengono in mente altre canzoni: Anna che voleva morire, Marco che voleva andarsene lontano, il nato il 4 marzo, il ballerino che balla senza posa. E poi quelle due donne esagerate e affascinanti con cui apparve nel video “Attenti al lupo” oppure Caruso che canta per amore e cantando muore. Oppure Lucio Dalla stesso che si mostrò nella sua fragilità quando ormai avanti negli anni si fece impiantare i capelli a nascondere una calvizie più che decennale. Sentimenti e pensieri scandalosi al confine fra il ridicolo e il sublime, fra il comico e il tragico, fra l’ironico e l’appassionato che portano il sigillo dell’amore incondizionato per il vivere, non ostante il dolore del sacrificio.

Solo chi ha scoperto la difformità può essere cosi.

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you can’t always get what you want

Canzone dei Rolling Stones nel disco del 1969 Let it bleed, (Lascia che sanguini). Credo che sia una delle poche canzoni degli Stones che meriti di essere ricordata. Le maggior parte essendo piccoli capolavori di inconsistenza musicale condita con pose da artisti maledetti.

Canta una cosa semplice: non puoi sempre avere quello che desideri. Ovvero che il desiderare qualcosa non implica averla. E’ la cosa più banale da dire e la più difficile da ripassare quotidianamente. Alla base della maggior parte delle religioni, delle dottrine morali, delle concezioni della realtà e della fantasia, ci facciamo i conti tutte le sere, quando si fa il riassunto della giornata e il “calcolo dei dadi non torna”. E si deve lasciare andare come perduto per sempre quello che manca all’appello, altrimenti perdi il presente mentre insegui il passato. Ogni sera si lascia andare ciò che oggi non è stato per lasciare spazio a ciò che forse sarà ma che si dovrà comunque lasciare andare. Di contro, la frustrazione ci riporta all’essenziale di ciò di cui abbiamo bisogno, senza capricci o fronzoli isterici.

Nella canzone si parla di donne sanguinarie, di uomini prossimi alla morte, di manifestazioni in cui si viene picchiati e così via. Nel video Mick Jagger fa dei gesti decisamente irritanti: ma perché si dimena in quel modo? Ma che senso hanno quelle braccia agitate così? Però la canzone è bella. Molto bella. Nella versione originale su disco un coro di voci bianche come se fosse un coro di angeli scesi a rasserenare l’umanità tormentata.

Nota

Ad ascoltare la canzoni dei “favolosi anni Sessanta” viene da pensare che siano stati meno entusiasmanti di quanto si dica. Sulle due sponde dell’Atlantico abbiamo: consolazione per dolore; incoraggiamento per quando si è soli in un mondo ostile; insoddisfazione impossibile da contenere; richieste d’aiuto; crisi nervose; verità che si tramuta in falsità. E così via.

le chitarre di David Gilmour

David Gilmour ha deciso di vendere 120 delle sue chitarre. Per me 120 chitarre sono un’enormità ma credo che per un professionista di fama internazionale sia il pane quotidiano. Come un pilota di formula uno che possiede e usa tante macchine. Alcune chitarre sono sconosciute ai fan ma c’è anche la mitica, e personalizzata, Black Strat con cui ha suonato pezzi immortali ascoltati infinite volte: Money, Shine On You Crazy Diamond e Comfortably Numb. Poi c’è quella di Wish you were here.

L’operazione ha finalità umanitarie  poiché il ricavato è destinato a finanziare la sua società benefica che si occupa di senza tetto, di ridurre la fame nel mondo e altre cose.

Mi interessano le giustificazioni con cui presenta la cosa: David sostiene, con il suo fare sornione, che “Everything has got to go” e aggiunge scherzando “It’s the spring sale”. Ovvero “Ogni cosa deve andare” e “Sono i saldi di primavera”. Mi pare che ci sia la consapevolezza dello svanire della vita, e con essa del successo e del ricordo del mondo. Mi apre si stia preparando a morire.

Dice che le chitarre gli sono state amiche, gli hanno dato molta musica, molto piacere e che è giunto il momento che vadano per il mondo a dare piacere ad altri.

Sarà che amo da sempre i Pink Floyd, ma ammiro questo chitarrista che prende congedo da ciò che più di ogni altra cosa gli ha dato successo, emozione, vita, denaro, piacere, creatività. E nel farlo augura che qualcuno possa trarre lo stesso piacere dalle sue chitarre. Un passaggio di consegne e una presa di distanza dalla vita che rivela saggezza.

In fondo il rock insegna che non sempre si può avere ciò vuoi ma che nel frattempo scopri ciò di cui hai bisogno.

anna e marco, lucio dalla

Una storia semplice, che più semplice di così non si può: una ragazza, Anna, e un ragazzo, Marco, si incontrano in una discoteca e si innamorano. Quante volte è successo? Roba che la rima “cuore/amore” è lì pronta a spargere il suo miele velenoso.

Ma Lucio Dalla è Lucio Dalla ed è capace di trasformare una storia al limite dello squallido, ambientata “in un locale che è uno schifo/poca gente che li guarda/c’è una checca che fa il tifo”, in una storia d’amore profonda, che sfiora con gentilezza l’intreccio di amore e morte. I due, di cui ignoriamo l’età ma li immaginiamo giovani, conducono una vita al limite della disperazione e non perché drogati, delinquenti o altro. Sono al limite perché la permalosa Anna sta perdendo il suo bel sguardo e Marco vive con la madre e la sorella, perché la vita è sempre quella e forse stanno scoprendo che non bastano più a sé stessi. Per caso qualcuno trova una moto e si riesce ad andare in città, in una discoteca mezza vuota dove Anna e Marco ballano e “si scambiano la pelle e cominciano a volare”. E mentre la luna, misteriosa, lontana e spaventosa come l’America, scende a terra, accade qualcosa.

Il finale chiude e apre ogni cosa:

Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
qualcuno li ha visti tornare
tenendosi per mano

L’intreccio fra amore e morte è vecchio quanto il mondo, tutto il Simposio di Platone ne è dominato e solo a fatica Diotima, la Maestra di Socrate, riesce a dire che l’amore è una vittoria sulla morte perché è legato al desiderio di immortalità e quindi non va a braccetto con la morte o il sacrificio degli amanti. Lucio Dalla canta qualcosa di analogo: l’amore unisce i due perché sono al confine della morte. Ma, c’è un ma. Per Diotima, e forse per Socrate e Platone, l’amore apre al trascendente mentre in questa piccola storia d’amore, nata e sviluppata grazie al caso di una moto trovata all’ultimo momento, ci dice che amando l’altro salviamo noi stessi e salvando noi stessi amiamo l’altro. Ma che questo accade se si è stati toccati dall’ala sinistra della morte.

Piccola nota musicale: l’apertura è un timido e solitario organo lunare che alla fine è immerso nel finale fastoso e solare.

Ultima nota: e se nelle discoteche nascessero davvero amori?

let it be

Beatles, autore Paul McCartney, disco Let it be del 1970. E’ l’ultimo disco dei Beatles e segna la fine di un’epoca. Il titolo del disco è anche il titolo della canzone: Let it be, lascia che sia. Le registrazioni avvennero nel 1969 prima delle sessioni che portarono alla luce Abbey Road. Il disco ha lo struggimento delle altre canzoni dei Quattro di Liverpool. Ma è un addio.

La canzone fa riferimento a madre Maria, che però non è da interpretare religiosamente in quanto, per dichiarazione dello stesso McCartney, allude a un sogno di McCartney avvenuto mentre passava un periodo di confusione e di crisi. Nel sogno la madre invitava Paul a non disperarsi, ad avere fiducia che le cose si sarebbero appianate.

Il testo ha linguaggio semplice e diretto; la struttura è circolare. La strofa centrale è

And when the broken hearted people
living in the world agree
There will be an answer, let it be.
For though they may be parted there is
Still a chance that they will see
There will be an answer, let it be.
Let it be, let it be. Yeah
There will be an answer, let it be.

Le risposte si troveranno, i misteri si chiariranno, chi non vede vedrà, ci sarà accordo. E’ la versione riflessiva di All you need is love (1967), in cui i Beatles esaltavano le forze dell’umanità e dell’individuo cantando There’s nothing you can do that can’t be done. Ma qui l’ottimismo sembra esaurito, i sogni svaniti ed è ora di fare i conti con i cocci rotti delle facili speranze. Il mondo non migliora rapidamente; gli uomini non cambiano per incanto; la realtà è dura, spigolosa e ostinata.

Dylan aveva cantato in Like a Rolling Stone il cambiamento della coscienza liberata dalle illusioni. Se per Dylan questo passaggio è dolente ma colloca l’individuo in una condizione di verità che nella riduzione all’essenziale trova una ruvida onestà, in Let it be la disillusione sfocia in un bisogno di consolazione e rassicurazione. Let it be commuove, Like a Rolling Stone ti fa uscire nel mondo. Credo che qua si colga una delle differenza fra cultura americana e inglese, poiché la prima risponde allo scacco della vita con la ricerca di nuove frontiere mentre la seconda con introspezione.

the great curve

Il mondo è inafferrabile e si muove danzando sui fianchi di una donna.

Sometimes the world has a load of questions
Seems like the world knows nothing at all
The world is near but it’s out of reach
Some people touch it…but they can’t hold on.

(…)

The world moves on a woman’s hips
The world moves and it swivels and bops
The world moves on a woman’s hips
The world moves and it bounces and hops
A world of light…she’s gonna open our eyes up
A world of light…she’s gonna open our eyes up
She’s gonna hold/it move/it hold it/move it hold/it move it hold/
it move it
A world of light…she’s gonna open out eyes up
She is moving to describe the world
Night must fall now-darker, darker.
She has messages for everyone
Night must fall now-darker, darker.