non andartene docile in quella buona notte

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perché dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire;
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, la sulla triste altura maledicimi
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Dylan Thomas, Poesie, Einaudi, Torino, 2016, pag. 231.

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Catullo, ma non per Lesbia

69

Non ti stupire, o Rufo, perché non c’è donna
che voglia stendere sotto di te le delicate sue cosce,
neppure (se) la facessi crollare col dono di una veste preziosa
o con la tentazione di un trasparente brillante.
Ti nuoce una cattiva diceria: si dice
che nell’avvallamento delle tue ascelle ti pascola un puzzolente caprone.
Tutti ne hanno paura. Non c’è da stupire: la bestia è così repellente
e nessuna ragazza carina ci si corica insieme.
Perciò o elimini la pestifera sofferenza dell’olfatto
oppure non stupirti perché le donne ti evitino.

Catullo, Poesie, Mondadori, Milano, 1982, pag. 183

Oh, non arrossir così, non arrossire!

1
Oh, non arrossir così, non arrossire!
Penserò, altrimenti, che sei troppo ben informata:
Sorridere, mentre arrossisci, è come dire
Che la verginità se n’è già andata.

2
C’è un rossore per il non voglio, e un rossore per il non lo fare,
C’è un rossore per l’averlo fatto
E un rossore che viene dal presente, c’è un rossore senza scopo
E il rossore di chi sta per cominciare.

3
Non sospirare così, non sospirare!
Della dolce mela d’Eva sento il sapore:
Con quei fianchi così rilassati, i tuoi spicchi certo li hai già assaggiati,
E combattuto hai anche, a morsichi d’amore.

4
Gioca ancora una volta, arriva fino al torsolo bello!
Durerà il tempo solo della nostra giovinezza:
E’ la stagione dolce dei baci
Quando i denti rapaci sono ancora all’altezza.

5
C’è un sospiro per il sì e uno per il no,
E un sospiro esiste anche per il non lo sopporto:
Che facciamo? Stiamo o corriamo?
Su, mordi la dolce mela, diamoci conforto.

John Keats (1795-1821), Poesie, Mondadori, Milano, 2016, pp. 171-173, traduzione di Silvano Sabbadini

capacità negativa

Con Dilke abbiamo avuto una discussione, o meglio una disquisizione su vari temi; parecchie cose d’un tratto si sono combinate nella mia testa, e ho capito qual è la qualità che ci vuole per fare un Uomo di successo, in particolare in Letteratura, qualità che Shakespeare possedeva in massimo grado; intendo dire la Capacità Negativa e cioè quando un uomo è capace di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione.

John Keats, “A George e Thomas Keats” del 21 dicembre 2017, tratto da Lettere sulla poesia, Feltrinelli, MIlano, 1984, pag. 75.

Chi è il poeta? Lo voglio vedere

Chi è il poeta? Lo voglio vedere.
Su, Muse, fatemelo incontrare.
E’ l’uomo che d’ogni altro uomo è uguale,
Sia il più povero dei poveri
O di sangue reale; può assomigliare
A qualsiasi cosa degna d’ammirazione,
E sulla scala dell’essere sta tra la scimmia
E Platone, oppure è l’uomo che sospinti
Lo scricciolo e l’aquila che sono in lui,
Riesce sempre a dar via libera ai propri istinti.
Ha ascoltato il ruggito del leone,
E può raccontare quel che la sua aspra gola espone,
L’urlo della tigre per lui è armonia:
Risuona infatti al suo orecchio
Come fosse la sua lingua natia.

*  *  *  *  *  *  *

John Keats, Poesie, Mondadori, Milano, 2016. Traduzione di Silvano Sabbadini.

Charles Baudelaire, la musica

Come un mare la musica sovente
mi rapisce! E inalbero la vela
sotto nebbiosa volta o nell’azzurro
verso la mia pallida stella.
Petto in avanti, come una vela gonfio,
scavalco dei gran flutti accavallati
le creste, che la notte mi nasconde.
In me sento vibrare affetti opposti
come una nave che patisce. Il vento
che l’asseconda ed i convulsi strappi
della tempesta sull’immenso abisso
mi cullano. – Altre volte, poi, bonaccia:
grande specchio alla mia disperazione.

Musica e mare, anche in Francia.