11 settembre, di nuovo

11 settembre: una data che sembra un abisso.

Ho vissuto da giovane la morte di Allende e Neruda. Più Neruda che Allende perché avevo letto le sue poesie. La dittatura successiva è stato un dolore ininterrotto.

Ho visto in diretta al crollo delle Torri gemelle. Non riesco a scordare quell’uomo che cade. Le fiamme e le strade spettrali.

La storia successiva è stata ed è condizionata da quell’evento. Temo che uno degli effetti profondi di quell’attentato sia il contributo alla radicalizzazione delle posizioni opposte.

Il terrore elimina la mediazione e la capacità di comprendere.

Per questo non mi sento di dire che una serie di morti mi appartenga e l’altra no. Faccio fatica ma non voglio che muri di terrore eretti in nome della “vera giustizia” spacchino la mia mente e giustifichino la volontà di potere che alberga in chi attenta alle istituzioni e alla vita delle persone comuni.

sulle fronde di facebook

E come possiamo noi postare
Mentre uomini cadono dagli aerei
E le donne saranno lapidate sulle piazze
O picchiate nelle case.

La leggerezza delle nostre libertà
Oggi pesa come lo sguardo
Di chi è stato tradito, da noi.

Ora che l’uscita degli USA dall’Afghanistan è completata, pubblico queste poche righe che ho scritto ad agosto. Non per altro ma solo perché penso alle donne, ai bambini, alle bambine e agli uomini rimasti.

Kabul oggi

Il fallimento di una generazione di politici, di militari, di organizzazioni non governative, di finanziatori, di imprenditori.

Per i prossimi anni non potremo essere altro che testimoni di violenza, uccisioni, distruzione. L’unica speranza è che gli afgani trovino il coraggio e la forza di liberarsi degli assassini che ora governano perché nessuno è stato capace di liberarsi dei corrotti che li hanno preceduti spianando la strada.

Per il resto è una vergogna. E essere almeno testimoni della morte e delle torture, sapendo che non è stato fatto nulla di efficace per evitarle.

e le donne yazide?

Ne abbiamo conosciuto l’esistenza quando ISIS e stato islamico impazzavano sui giornali di tutto il mondo. Gli Yazidi, popolazione che ha elaborato una sintesi religiosa fra Zoroastrismo, Cristianesimo e Islam sono definiti “adoratori del diavolo” e per questo gli uomini sono stati massacrati, le ragazzine violentate e vendute come schiave.

A 14 anni Ashwak Haji Hamid fu rapita e stuprata da Mohammed Rashid che nel marzo del 2020 è stato giudicato e condannato a morte. La televisione irachena ha trasmesso il momento in cui il rapitore, incatenato, ha ascoltato le accuse della donna, ora ventenne, che aveva violentato e fatto rapire (articolo de Il mattino e de The New York Times). Poi il tribunale lo ha condannato a morte.

Siamo lontani dallo stato di diritto e la pena di morte è stata decisa sulla base della legge irachena. Quindi non c’è da farsi troppe illusioni perché sarebbe meglio che il processo si facesse prima della condanna pubblica in televisione. In questo senso il programma televisivo mi pare appartenga a una mentalità tribale in cui la vittima sbatte direttamente in faccia all’accusato le proprie accuse e l’accusato si pente pubblicamente. Ma è interessante per altri aspetti.

In primo luogo è la prima volta in cui l’imputato è accusato per un reato individuale e non per un reato generico come “terrorismo”. In secondo luogo il tipo di reato: stupro che nella cultura irachena è uno stigma che colpisce la vittima. Per ulteriori informazioni sugli aspetti giuridici: Iraq court sentences ISIS rapist to death del Jurist, e Case Note – Justice Served?: Ashwaq Haji Hamid Talo’s Confrontation and Conviction of Her Islamic State Captor, del Journal of Human Trafficking, Enslavement and Conflict-Related Sexual Violence (JHEC).

In ogni caso auguro che Ashwak Haji Hamid possa riappropiarsi della propria vita, distrutta, come lei stessa dice, quando a 14 anni fu imprigionata, incatenata, violentata. La sua testimonianza, in italiano, da Insideover; la pagina contiene anche un’intervista video alla donna e il filmato della trasmissione televisiva.

commozione

Leggo di due genitori il cui figlio è morto per un’otite curata con l’omeopatia, consigliata da un medico testardo e insensibile. Poi ci sono i morti di Manchester: ragazzine e ragazzini dilaniati dall’esplosione, dai chiodi nascosti nella bomba; e le famiglie degli attentatori che hanno dedicato la loro vita a vendicarsi, forse anche per reali torti subiti.

Ma è umano sciogliersi in lacrime per il bambino morto nel dolore e anche per quei genitori che hanno preferito al dolore del figlio una cieca fedeltà a un dottore ricattatorio. Lo stesso loro dolore li ucciderà. Non insultiamoli per la loro ingenuità perché qualsiasi cosa potremo immaginare sarà solo una percentuale infima dell’inferno in cui vivono. E’ uno di quei casi, rari per fortuna, in cui il dolore è già la pena.

Per i padri degli attentatori forse vale “Perdonali perché non sanno ciò che fanno”.

Questi eventi mi hanno fatto cercare canzoni, filmati, scene su Facebook, Youtube di solidarietà, di semplici, buoni e onesti gesti quotidiani. Mi sono commosso.

Ma non voglio solo la commozione estetica della canzone o del gesto pubblico che attenui nella momentanea solidarietà fra i vivi l’irrimediabilità della dissoluzione. Così come non voglio annacquare in un pianto rassicurante l’orrore che mi suscitano certe anime oscure. La morte subita perché è stata permessa nell’indifferenza o perseguita nel rancore, può essere riscattata dalla quotidiana, inconsolabile commozione di chi resta e oppone alla dissoluzione atti che rendano il mondo migliore per quante più persone possibile. Forse è solo nell’etica compassionevole che può trovarsi una via d’uscita.

Fonte dell’immagine: http://www.ilpost.it/2017/05/25/foto-minuto-silenzio-attentato-manchester/minuto-silenzio-17/.

isis, scelte errate e uomini

Ho letto questo libro ormai da qualche mese. Stile a metà fra il giornalistico e la narrazione con aspirazioni storiche sostenuta da una grande mole di documenti e testimonianze. Racconta con ordine e da diversi punti di vista eventi, biografie, interviste e mappe. Insomma un lavoro imponente scritto e organizzato bene. L’autore, Joby Warrick ha meritatamente vinto il suo secondo Pulitzer.

Bandiere nere chiarisce alcune cose degli USA: la miopia, le menzogne dell’amministrazione di George W. Bush Jr. L’inerzia pavida di Obama. Ma su tutto e tutti regna sovrana la difficoltà, o incapacità, a interpretare il Medio Oriente da parte di servizi segreti e politici. Molte dei funzionari, ambasciatori, militari che avevano vissuto e lavorato in Medio Oriente hanno cercato di far cambiare alcune scelte dell’Amministrazione, frutto spesso di una certa intransigenza, dei politici. Ma inutilmente.

Allo stesso tempo, il libro descrive i regimi locali, che si sono retti per decenni su violenze e arbitrii inauditi. Le biografie dei terroristi hanno alcuni tratti ricorrenti, fra tutti la permanenza per qualche anno in prigioni, costruite nel deserto, custodite da aguzzini sadici. Il riferimento religioso intransigente, radicale è divenuto per costoro la ragione per cui sono sopravvissuti alle prigioni salvando la propria dignità di esseri umani. In molti terroristi, poi, ci sono tratti di psicopatia e di delinquenza.

Il libro si conclude con un ritratto del Re di Giordania, che lo descrive come colui che può far uscire l’area dalla violenza del terrorismo.