8 marzo: donne e colonne

Innanzitutto meno male che c’è. Anche se non ci si deve ricordare delle donne solo oggi, anche se la celebrazione rischia di rinchiudere le donne in una commemorazione istituzionale, anche se 1000 altre cose, è meglio che ci sia. Nei luoghi in cui l’8 marzo è un giorno qualsiasi, guarda caso, le donne non sono così ben considerate, anzi sono, guarda caso, mal trattate. Molto, fino alla morte.

Ma la festa delle donne non è una cosa sentimentale, non riguarda i buoni sentimenti e il ringraziamento per tutto quello che fanno e che sono. Si ringrazia chi corrisponde al ruolo che ci aspettiamo che abbia, perché così facendo ha salvato il nostro. Talvolta si ringrazia qualcuna perché è non ha cambiato nulla e non è mutata.

La festa delle donne non è il fidanzato che fa la festa alla fidanzata.

C’è un post che ho letto su Facebook e che mi ha dato da pensare: “grazie donne perché siete le colonne della vita”. La cosa mi ha fatto pensare perché questo ringraziamento è certificazione di una subordinazione. Come diceva Marx, e non è che condivida proprio tutto ciò che ha scritto,  anche il tempio più bello si regge su colonne, nel caso il proletariato, ma la bellezza del frontone può far scordare lo sfruttamento delle colonne su cui si fonda. Il problema è che ogni verticalità nasconde qualcuno in basso sfruttato cui si deve dare un ringraziamento, sentimentale o metafisico.

100 giorni e trump

Ha fretta. Molta fretta.

Sa che i primi 100 giorni di presidenza sono cruciali per i 4 anni successivi. Lo sa lui e lo sanno i suoi avversari. 100 giorni, poco più di tre mesi. Se fa quello che ha promesso, ha l’America in pugno. Se non fa quello che ha promesso, non sarà la stessa cosa: meno credibilità, meno consenso. 100 giorni per valutare i prossimi 4 anni.

Per questo ha fretta e prosegue lo stile da campagna elettorale.

programmare e collaborare

Non è cosi evidente la ragione per cui collaboriamo e progettiamo assieme. Bratman, filosofo americano, ipotizza l’esistenza di una “intenzionalità comune” per spiegare come accade che due o più persone collaborino. Per esempio, le persone coinvolte in un progetto possono avere intenzioni diverse sul progetto e tuttavia collaborare alla sua realizzazione. Il problema si pone anche quando si tratta dei processi decisionali. Secondo Bratman questa capacità è specificamente umana e distingue gli uomini dagli animali poiché i primi sono capaci di un noi che resta precluso ai secondi.

L’attenzione per questi temi è un’evoluzione della ricerca iniziale del filosofo di studiare modalità e condizioni della progettazione, planning.

Per ulteriori informazioni: http://news.stanford.edu/news/2014/july/together-planning-bratman-071414.html

libertà civile: un memo

La libertà civile consiste anche nel non poter essere costretti a fare qualcosa che la legge non ordina; […] Ma la libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono; e se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non ci sarebbe più libertà, perché gli altri avrebbero a loro volta lo stesso diritto. E’ vero che che questa libertà si trova solo nei regimi moderati, cioè in quelli la cui natura è tale che nessuno è costretto a fare le cose a cui la legge non lo obbliga o a non fare quelle che la legge gli consente.

Tratto da Enciclopedia, o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. 1751 – 1772, Feltrinelli, Milano, 1966, Vol. II, pag. 426, a cura di Alain Pons, traduzione Elena Vaccari Spagnol.

Informazioni sull’Encyclopedie.

Snowden

imagesHo visto il film Snowden di Oliver Stone. Gran film che però alla fine non mi ha fatto arrabbiare più di tanto, forse perché sapevo già come è andata a finire.

Anche in questa occasione l’Amministrazione americana non ci fa una bella figura, per usare un eufemismo. La schifezza che emerge dal film è che i servizi segreti americani hanno liberamente e, almeno fino a un certo momento, impunemente ficcato il naso nelle faccende private di cittadini americani e non solo americani. Sotto l’ombrello della guerra al terrorismo e della guerra combattuta nei server e non per terra, l’NSA ne ha fatte di cotte e di crude; senatori hanno coperto con menzogne o mezze verità; un Presidente ha dato il via alla cosa (Bush) mentre un secondo l’ha in parte proseguita (Obama). Insomma ce ne è per tutti.

Ma poco prima di vedere il film ho trovato due documenti, strani di questi tempi. Il primo è un documento della Director of National Intelligence (DNI) con il quale si danno delle indicazioni a coloro che vogliano denunciare abusi per ridurre i casi di omertà o pressione di cui la vicenda Snowden è ricca. Per alcuni questo documento è ancora troppo poco, per altri è comunque qualcosa. Da osservatore esterno non qualificato mi stupisce questo pragmatismo che affronta i problemi. Una piccola aggiunta: il documento parla di diritto di chi denuncia gli abusi (whistleblower) a essere protetto e difeso fra i diritti fondamentali.

Poi un secondo documento, della Pen America, che analizza il rapporto fra giornalisti e servizi segreti. Problemi trattati: verità, fonti, servizi segreti, cosa fare e cosa dire. Esiste qualcosa in Italia?

In ogni caso: continuo a pensare che la guerra on-line sia reale; che il terrorismo non sia una invenzione/creazione dei servizi segreti. Un conto è nascondere fatti, un conto è manipolare le persone, una terza cosa sono gli eventi.

Sul referendum: ho dei problemi

Ho dei problemi a rendere pubbliche le mie riflessioni e la mia scelta sul referendum costituzionale. Per diverse ragioni non sempre riesco a far sapere una mia posizione, se è diversa da quella presa da persone amiche  che stimo: forse un po’ temo che la differenza me le allontani per sempre. Del resto nel gruppo di chi fa la mia stessa scelta trovo persone discutibili o che non inviterei mai a prendere neanche un caffè, figurarsi comprare un’automobile e reciprocamente ci sono molte persone con cui ho condiviso ben più di un caffè fra il gruppo di chi dice di votare diversamente da me.

Insomma non è una questione di simpatie personali. E questo lo si sapeva già. Ma in tutto quello che leggo mi pare si dimentichi che il referendum chiede di esprimere una scelta, la quale ha una certa dose di arbitrarietà, ovvero nessuno è costretto dalla logica a scegliere necessariamente una o l’altra risposta. Se fosse una cosa logica non ci sarebbe da decidere ma solo da “applicare”. E la scelta non è applicazione della soluzione già determinata logicamente o tecnicamente. Ma da quello che leggo scopro che chi voterà in un modo è “stupido”, “incapace”, “venduto”, “refrattario”. Sempre si dimentica che è una scelta collegata a visioni politiche, sull’uomo e sul potere. Da una reazione al mondo che in ultima analisi è l’emozione che viviamo nel mondo.

Del resto siamo anche in una situazione profondamente diversa da quando si votò lo Costituzione: usciti dalla guerra allora fu facile fare fronte comune per la Repubblica contro la Monarchia. Oggi dobbiamo fare un salto che allora non era necessario: essere capaci di dire “noi” anche se la nostra scelta si rivelerà sconfitta. Essere capaci di chiarire la nostra identità e progettare un futuro non solo in termini di contrapposizione e negazione dell’altro ma in termini positivi di costruzione comune nella diversità.