realtà e demoni

Un uomo ha sparato con un fucile ad aria compressa e colpito una bambina di neanche 1 anno che per effetto del proiettile rischia la paralisi. Indipendentemente dai sentimenti esiste un rapporto di causa ed effetto fra il dito dell’uomo, il proiettile partito, la vita distrutta della bambina. E purtroppo in giudizio si deve tenete conto dei rapporti di causa ed effetto non delle intenzioni.

Chissà cosa pensava quando ha comprato l’arma; chissà cosa vedevano i suoi occhi quando ha schiacciato il grilletto; chissà dove era finita la realtà quando si è appostato al balcone. Chissà in quanto tempo ha deciso di sparare.

Cartesio fece un’ipotesi radicale e paradossale: e se tutto ciò che vedo, sento, tocco e penso non fosse altro che l’inganno di un genio maligno? Come fare a trovare qualcosa di reale e vero? Cartesio poi tira in ballo Dio. Ma io per me, abituato ad aspri limoni che riescono a fossi ombrosi, preferisco coltivare il sentire, sviluppare la conoscenza sperimentale, provare la faticosa e umana compassione, ipotizzare le conseguenze più odiose e dolorose dei miei atti per attenuare quel senso di onnipotenza sognante dell’irrealtà in cui persone e fatti non hanno origine, prosecuzione e si piegano al ritmo della mia volontà.

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scene di ordinaria violenza quotidiana

Città: Venezia.
Luogo: pensilina di attesa dei vaporetti.
Giorno e ora: 17 giugno 2017, ore 11.30 circa.
Persone coinvolte: madre, figlio e anziano signore, forse amico di famiglia.

Madre: “E’ stato promosso!”

Anziano: “E’ stato anche promosso! Scommetto con tutti 6!” (Correzione del 21/6/2017: non “anche” ma “addirittura”.

Bambino, arrabbiato con le braccia incrociate: “Ho preso dei sette, otto e un nove!”

Dopo qualche minuto, il bambino ha smesso di esprimersi a parole e si rivolge all’anziano solo a gesti, con un codice che mette in difficoltà l’anziano.

Mie riflessioni: perché umiliare un bambino? Perché la madre non lo ha difeso?

La violenza subita può essere una delle regioni per cui si sviluppa un codice comunicativo proprio che isola anziché mettere in relazione?

Comunque, i bambini sanno rispondere.

isis, scelte errate e uomini

Ho letto questo libro ormai da qualche mese. Stile a metà fra il giornalistico e la narrazione con aspirazioni storiche sostenuta da una grande mole di documenti e testimonianze. Racconta con ordine e da diversi punti di vista eventi, biografie, interviste e mappe. Insomma un lavoro imponente scritto e organizzato bene. L’autore, Joby Warrick ha meritatamente vinto il suo secondo Pulitzer.

Bandiere nere chiarisce alcune cose degli USA: la miopia, le menzogne dell’amministrazione di George W. Bush Jr. L’inerzia pavida di Obama. Ma su tutto e tutti regna sovrana la difficoltà, o incapacità, a interpretare il Medio Oriente da parte di servizi segreti e politici. Molte dei funzionari, ambasciatori, militari che avevano vissuto e lavorato in Medio Oriente hanno cercato di far cambiare alcune scelte dell’Amministrazione, frutto spesso di una certa intransigenza, dei politici. Ma inutilmente.

Allo stesso tempo, il libro descrive i regimi locali, che si sono retti per decenni su violenze e arbitrii inauditi. Le biografie dei terroristi hanno alcuni tratti ricorrenti, fra tutti la permanenza per qualche anno in prigioni, costruite nel deserto, custodite da aguzzini sadici. Il riferimento religioso intransigente, radicale è divenuto per costoro la ragione per cui sono sopravvissuti alle prigioni salvando la propria dignità di esseri umani. In molti terroristi, poi, ci sono tratti di psicopatia e di delinquenza.

Il libro si conclude con un ritratto del Re di Giordania, che lo descrive come colui che può far uscire l’area dalla violenza del terrorismo.

litigare, anche violentemente 

Poi ci sono quelle volte in cui ci sono due persone, anche preparate e competenti, ma così simili nel modo di accostarsi ai problemi ed entrambe così drasticamente decisioniste che corrono verso l’unico esito possibile: il reciproco rimprovero perché l’altro è proprio ciò che io stesso sono. Ovvero si litiga e ci si fa la guerra quando due persone occupano lo stesso spazio politico, concreto o psicologico.

Non è la diversità il problema ma quando scopro che l’altro è nel o minaccia il mio spazio.

us and them

Grande canzone di un grande disco: The Dark Side of the Moon. Ha una storia compositiva tormentata: proposta con il titolo The Violent Sequence ad Antonioni per Zabriskie Point, che la rifiutò perché “bella ma così triste”, rimase in un cassetto per qualche anno e riapparve nel capolavoro dei Pink Floyd.

Collocata fra Money e Any Colour you Like è un momento chiave della follia dell’uomo espressa in un modo tipico dei Pink Floyd: il contrasto fra l’argomento violento, disperante e lo struggimento musicale. I versi d’apertura sono:

Us and them
And after all we’re only ordinary men
Me
And you
God only knows
It’s not what we would choose to do

Da ragazzo pensavo che fosse una presa di distanza dall’idolatria dei fan ma ora capisco che è molto di più. La spaccatura fra noi e loro appartiene a tutti noi come esseri umani “ordinari” che ci ritroviamo dove non avremmo voluto essere: al centro di una battaglia, a brandelli, disperati attraversati da discorsi disarticolati. Perché è così ordinario voler appartenere a un gruppo, per essere protetti, per dare sfogo ai desideri più nascosti, con la copertura del gruppo. Molto meglio che scoprire che il volto del mio nemico è un specchio in cui vedo il mio volto riflesso.

purificare e distruggere

semelinAnni fa comprai un libro di Jacques Semelin: Purificare e distruggere. Esamina diversi stermini, genocidi che si sono succeduti nel Novecento: Shoah, ex Jugoslavia, Ruanda. Il sottotitolo è “Usi politici dei massacri e dei genocidi”.

La ricchezza e la complessità dello studio, che ha richiesto più di venti anni di ricerche e studi, emerge dai titoli dei capitoli:

  1. Gli immaginari della distruttività sociale
  2. Dal discorso incendiario alla violenza sacrificale
  3. Contesto internazionale, guerra e media
  4. Le dinamiche del massacro
  5. Le vertigini dell’impunità
  6. Gli usi politici dei massacri e dei genocidi

Il libro è poderoso, 500 pagine compresi indici e bibliografia, e confesso di averlo letto irregolarmente e non in sequenza. Tuttavia è molto interessante. Le analogie con il presente sono molte e potrebbe essere facile stabilire delle corrispondenze troppo schematiche e rigide, tuttavia alcune cose mi danni da pensare. Uno dei fattori ricorrenti della violenza politica è l’isolamento mediatico, imposto o frutto di eventi storici, per cui le notizie provenienti dagli “altri” sono false, inattendibili, espressione di un complotto politico o economico. Ora nella società condivisa, quale pare essere quella in cui viviamo, l’isolamento potrebbe essere ridotto: informazioni distribuite e pubbliche, empatia e quant’altro possono rendere più difficile la strategia politica dell’isolamento. Ma non ne sono così certo, perché proprio l’angoscia suscitata dall’infinita massa dei dati innesca chiusura, sordità, impermeabilità a ciò che smentisce le mie idee.

In questo senso mi vengono in mente due frammenti di Eraclito:

Perciò bisogna seguire ciò che è comune: il Discorso è comune, ma i più vivono come avendo ciascuno una loro mente.

Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio.
Eraclito. I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Mondadori – Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1994, frammenti 7 e 9.

Il buio oltre la siepe, lettura

Ho letto Il buio oltre la siepe, di cui scrivo qui e qui. Un bel libro, ricco di personaggi interessanti e verosimili, con una storia ben congegnata; il finale è inaspettato e coerente. Mi piace perché è una storia del tutto autosufficiente il cui intreccio non si affida a nulla di esterno ai personaggi ma è un tutto unitario concluso in sé stesso.

La storia è raccontata da una ragazzina, Scout, figlia di Atticus e sorella minore di Jem. Credo che possa rientrare nel genere del romanzo di formazione poiché narra del passaggio dall’infanzia alle soglie dell’adolescenza di Scout. Sono diversi i percorsi che la ragazza vivace, intelligente e irriverente compie nel mondo sonnacchioso ma ricco di storie e zone d’ombra di una contea dell’Alabama. Le vicende di Scout, Jem e dell’amico estivo Dill orbitano attorno a una casa misteriosa che nasconde un misterioso abitante che non esce mai. Poi c’è il padre, Atticus Finch, onesto e intelligente avvocato, conoscitore della legge e degli uomini, incaricato di difendere un nero, Tom Robinson, accusato di aver violentato una ragazza bianca. Atticus riesce a dimostrarne l’innocenza ma la giuria del tribunale locale lo condanna. Per quanto ci siano ancora diverse possibilità per arrivare a un verdetto d’innocenza, Tom spaventato cerca di scappare dalla prigione in cui è stato incarcerato e viene ucciso. Poi anche Scout e Jem rischiano la vita, ma lascio al lettore la risoluzione dell’avventura.

Due cose che vorrei dire.

La prima è un episodio in apertura del libro. Scout, che ha imparato a leggere e scrivere con il padre, va scuola. La maestra segue un metodo scolastico comune a tutti, innovativo e definito dal Ministero dell’istruzione secondo le più aggiornate scoperte della psicologia scientifica. Purtroppo la maestra non accetta che la ragazza sappia già scrivere e le impone il metodo in modo rigido e perfino offensivo. Scout inizialmente si ribella ma poi impara a non contrapporsi frontalmente e a seguire la maestra. Con leggerezza Harper Lee descrive come Scout impari a nascondersi di fronte alle istituzioni e come le istituzioni applichino le proprie logiche senza pensare alle differenze. Scout vive in una zona popolata di idee e uomini, misteriosa e pericolosa collocata fra la famiglia e lo stato, la zona della comunità locale.

La comunità locale segue correnti proprie, e qui giungo al secondo punto. Una sorella di Atticus si inserisce, chiamata da Atticus stesso, nella vita della famiglia, perché “i bambini diventano selvaggi perché non possono essere educati dal solo padre”. Un’idea di cui la zia è portratrice ma che Scout, Jem e neanche Atticus condividono neo fatti è quella di seguito. E’ Scout che parla:

Non so come, avevo sempre creduto che la “gente per bene” fosse la gente capace dell’uso migliore del proprio buon senso; lei invece era dell’opinione, espressa in modo indiretto, che più a lungo una famiglia era attaccata a un pezzo di terra, più per bene era. (Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, Milano, 2016, pag. 135)

Mi pare la quintessenza del razzismo e della chiusura di una comunità di fronte ai cambiamenti. Qui viene anche teorizzato un valore precedente e indipendente a qualsiasi evento possa mutare l’ordine dato.

Aggiungo come nota a margine una variante a questo principio. Da un paio di anni mi sono trasferito in un comune vicino a Torino. Ho ottenuto il trasferimento di residenza e sono iscritto nelle liste elettorali. Ma dopo qualche tempo di residenza ho scoperto che secondo i miei compaesani questo non basta per appartenere a pieno titolo alla comunità. Si è membri riconosciuti della comunità solo dopo averci abitato per una certa quantità d’anni. Io che ci vivo da due anni sono cittadino da un punto di vista istituzionale ma non lo sono per la comunità. Crede che fra 10 anni, se sarò ancora qui, allora lo sarò. Ma ci sarà sempre qualcuno che mi ha preceduto e che è vissuto qui da più tempo di me. Perché il passato non si compra.

Alla luce di ciò, teniamo in buon conto le fratture e le discontinuità per essere “gente per bene”.