storie dell’era digitale: morte, vita, inganni e rivoluzioni

Andrew O’Hagan ha scritto queste tre storie dell’era digitale in cui si fondono in un intreccio inestricabile realtà, immaginazione, paranoia, politica e denaro, tanto denaro.

La prima è la narrazione del tentativo, fallito, di scrivere una storia di Assange, a partire dagli incontri fra l’autore e Assange stesso. O’Hagan racconta il fallimento del progetto a causa dei veti, delle censure e delle paranoie distruttive dell’attivista australiano.

La seconda è la storia della vita online di una persona morta; un’identità fittizia che vagabonda fra dark web, caselle postali di convenienza, passaporti falsi e numeri di assistenza sociale assegnati a una persona la sui esistenza è solo negli account delle piattaforme di vario tipo.

Infine il tentativo, forse fallimentare, di svelare chi si nasconde dietro il nome di Natoshi Nakamoto, lo sviluppatore dei bit coin e della blockchain.

Le storie espongono bene il7 tessuto di tecnica, psicologia, paranoia, genio, mistificazione, protagonismo e buchi della realtà, alle volte riempiti di ipotesi, alle volte semplicemente lasciati vuoti, tessuto che costituisce le storie con cui cerchiamo di mettere in ordine nell’esperienza e nel caos.

Solaris

Il mio viaggio nella fantascienza ha raggiunto Solaris, di cui avevo visto la versione cinematografica di Tarkovskij quando era uscita in Italia nel 1974. Ho letto l’edizione di Sellerio, con traduzione di Vera Verdian dal testo polacco originale completo.

La storia narra di un astronauta che approda nella stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris in cui regna un’atmosfera di mistero e sospetto. Nessuno lo accoglie, i pochi ospiti della astronave sembrano angosciati, c’è un morto recente a cui si allude con circospezione, gli oggetti subiscono strane deformazioni, si avvertono presenze. Solaris è noto agli umani come il grande pianeta «vivente», un vasto oceano, che avrebbe dovuto conflagrare se la sua orbita avesse seguito le leggi della fisica. Ma è come dotato di capacità cosciente di reazione e questa capacità sembra legata alle apparizioni di fantasmi, proiezioni viventi di incubi, sogni e fantasie. Solaris, del resto, non solo sembra all’origine della materializzazione dei sogni e delle ossessioni degli astronauti ma è anche capace di produrre mimoidi, simmetriadi ovvero strutture colloidali che appaiono e scompaiono sulla superficie del pianeta.

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Un mimoide durante il giorno del sole azzurro, illustrazione di Dominique Signoret

Bella è la narrazione del continuo interrogarsi del protagonista che prima cerca di capire se vive in un delirio personale, poi si confronta con la comparsa della campagna suicida che appare nella stazione. Il tutto intercalato dall’esame degli studi su Solaris che hanno consumato per decenni menti brillanti senza che si sia giunta alla formulazione di una teoria univoca sul pianeta, per quanto si siano percorsi teorie sulla natura della realtà, dell’identità personale, della verificabilità. Il tutto proposto in un racconto in cui amore, stupore, diffidenza e angoscia si uniscono in un linguaggio chiaro.

La conclusione è ambigua e può far pensare che il protagonista si abbandoni al pianeta diventando tutt’uno con quella realtà inafferrabile concettualmente che è Solaris.

Camus in classe

In una quinta stiamo trattando l’Esistenzialismo; dopo aver esposto alcune cose di Heidegger ho voluto far leggere qualcosa di Camus. Non di Sartre. Si sono rivelati più attenti di quanto mi aspettassi. Alla fine della lezione gli studenti avevano bisogno di scherzare, come accade ogni volta che sia esce da una prova impegnativa.

Ho letto brani da La peste e da L’uomo in rivolta. Da La peste, fasi iniziali, quando il protagonista, il dottor Rieux, si trova per la prima volta di fronte alla parola terribile “peste” e reagisce come tutti i suoi concittadini: “I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sula testa. (…) Quando scoppia una guerra, la gente dice : ‘Non durerà, è cosa troppo stupida’. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.” (A. Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pag. 30). Poi la conclusione, “Ma egli sapeva che questa cronaca non poteva essere la cronaca di una vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore, e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici.” (pag. 235).

Ovvero la rivolta dell’individuo contro la morte, la violenza per proteggere assieme agli altri ma senza eroismi la vita delicata che ci è capitata: “Il male che un solo uomo provava diviene peste collettiva. In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del ‘cogito’ nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. E’ un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo”” (A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 2012, Milano, pp. 26-27).

Uno studente ha trovato in un ragionamento di Camus un proprio pensiero. Una ragazza ha voluto capire meglio il rapporto fra rivolta dell’individuo contro l’ingiustizia e la difesa di qualcosa. Ho parlato della possibilità di prendersi cura senza per questo perdersi nelle inflazioni dell’eroismo ma impegnandosi in quel ritorno dell’identico che è la vita quotidiana.

purificare e distruggere

semelinAnni fa comprai un libro di Jacques Semelin: Purificare e distruggere. Esamina diversi stermini, genocidi che si sono succeduti nel Novecento: Shoah, ex Jugoslavia, Ruanda. Il sottotitolo è “Usi politici dei massacri e dei genocidi”.

La ricchezza e la complessità dello studio, che ha richiesto più di venti anni di ricerche e studi, emerge dai titoli dei capitoli:

  1. Gli immaginari della distruttività sociale
  2. Dal discorso incendiario alla violenza sacrificale
  3. Contesto internazionale, guerra e media
  4. Le dinamiche del massacro
  5. Le vertigini dell’impunità
  6. Gli usi politici dei massacri e dei genocidi

Il libro è poderoso, 500 pagine compresi indici e bibliografia, e confesso di averlo letto irregolarmente e non in sequenza. Tuttavia è molto interessante. Le analogie con il presente sono molte e potrebbe essere facile stabilire delle corrispondenze troppo schematiche e rigide, tuttavia alcune cose mi danni da pensare. Uno dei fattori ricorrenti della violenza politica è l’isolamento mediatico, imposto o frutto di eventi storici, per cui le notizie provenienti dagli “altri” sono false, inattendibili, espressione di un complotto politico o economico. Ora nella società condivisa, quale pare essere quella in cui viviamo, l’isolamento potrebbe essere ridotto: informazioni distribuite e pubbliche, empatia e quant’altro possono rendere più difficile la strategia politica dell’isolamento. Ma non ne sono così certo, perché proprio l’angoscia suscitata dall’infinita massa dei dati innesca chiusura, sordità, impermeabilità a ciò che smentisce le mie idee.

In questo senso mi vengono in mente due frammenti di Eraclito:

Perciò bisogna seguire ciò che è comune: il Discorso è comune, ma i più vivono come avendo ciascuno una loro mente.

Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio.
Eraclito. I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Mondadori – Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1994, frammenti 7 e 9.

Il buio oltre la siepe, lettura

Ho letto Il buio oltre la siepe, di cui scrivo qui e qui. Un bel libro, ricco di personaggi interessanti e verosimili, con una storia ben congegnata; il finale è inaspettato e coerente. Mi piace perché è una storia del tutto autosufficiente il cui intreccio non si affida a nulla di esterno ai personaggi ma è un tutto unitario concluso in sé stesso.

La storia è raccontata da una ragazzina, Scout, figlia di Atticus e sorella minore di Jem. Credo che possa rientrare nel genere del romanzo di formazione poiché narra del passaggio dall’infanzia alle soglie dell’adolescenza di Scout. Sono diversi i percorsi che la ragazza vivace, intelligente e irriverente compie nel mondo sonnacchioso ma ricco di storie e zone d’ombra di una contea dell’Alabama. Le vicende di Scout, Jem e dell’amico estivo Dill orbitano attorno a una casa misteriosa che nasconde un misterioso abitante che non esce mai. Poi c’è il padre, Atticus Finch, onesto e intelligente avvocato, conoscitore della legge e degli uomini, incaricato di difendere un nero, Tom Robinson, accusato di aver violentato una ragazza bianca. Atticus riesce a dimostrarne l’innocenza ma la giuria del tribunale locale lo condanna. Per quanto ci siano ancora diverse possibilità per arrivare a un verdetto d’innocenza, Tom spaventato cerca di scappare dalla prigione in cui è stato incarcerato e viene ucciso. Poi anche Scout e Jem rischiano la vita, ma lascio al lettore la risoluzione dell’avventura.

Due cose che vorrei dire.

La prima è un episodio in apertura del libro. Scout, che ha imparato a leggere e scrivere con il padre, va scuola. La maestra segue un metodo scolastico comune a tutti, innovativo e definito dal Ministero dell’istruzione secondo le più aggiornate scoperte della psicologia scientifica. Purtroppo la maestra non accetta che la ragazza sappia già scrivere e le impone il metodo in modo rigido e perfino offensivo. Scout inizialmente si ribella ma poi impara a non contrapporsi frontalmente e a seguire la maestra. Con leggerezza Harper Lee descrive come Scout impari a nascondersi di fronte alle istituzioni e come le istituzioni applichino le proprie logiche senza pensare alle differenze. Scout vive in una zona popolata di idee e uomini, misteriosa e pericolosa collocata fra la famiglia e lo stato, la zona della comunità locale.

La comunità locale segue correnti proprie, e qui giungo al secondo punto. Una sorella di Atticus si inserisce, chiamata da Atticus stesso, nella vita della famiglia, perché “i bambini diventano selvaggi perché non possono essere educati dal solo padre”. Un’idea di cui la zia è portratrice ma che Scout, Jem e neanche Atticus condividono neo fatti è quella di seguito. E’ Scout che parla:

Non so come, avevo sempre creduto che la “gente per bene” fosse la gente capace dell’uso migliore del proprio buon senso; lei invece era dell’opinione, espressa in modo indiretto, che più a lungo una famiglia era attaccata a un pezzo di terra, più per bene era. (Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, Milano, 2016, pag. 135)

Mi pare la quintessenza del razzismo e della chiusura di una comunità di fronte ai cambiamenti. Qui viene anche teorizzato un valore precedente e indipendente a qualsiasi evento possa mutare l’ordine dato.

Aggiungo come nota a margine una variante a questo principio. Da un paio di anni mi sono trasferito in un comune vicino a Torino. Ho ottenuto il trasferimento di residenza e sono iscritto nelle liste elettorali. Ma dopo qualche tempo di residenza ho scoperto che secondo i miei compaesani questo non basta per appartenere a pieno titolo alla comunità. Si è membri riconosciuti della comunità solo dopo averci abitato per una certa quantità d’anni. Io che ci vivo da due anni sono cittadino da un punto di vista istituzionale ma non lo sono per la comunità. Crede che fra 10 anni, se sarò ancora qui, allora lo sarò. Ma ci sarà sempre qualcuno che mi ha preceduto e che è vissuto qui da più tempo di me. Perché il passato non si compra.

Alla luce di ciò, teniamo in buon conto le fratture e le discontinuità per essere “gente per bene”.