like a rolling stone: disillusione e libertà

Siamo nel 1965. Bob Dylan è un acclamato autore folk. Alcune sue canzoni sono già storia e rivoluzione: Blowing in the wind, A hard rain is gonna fall, Tamburine Man e altre. Dylan accarezza l’idea di dedicarsi alla letteratura. Si mette a scrivere in prosa ma non abbandona la musica. Arriva in studio di registrazione con un lungo racconto che doveva essere lava allo stato puro, ne estrae una manciata di strofe forti, taglienti, dolci, feroci. La composizione è tormentata ed è all’origine di un’esplosione rivoluzionaria.

Prima rivoluzione

Il brano dura 7 minuti ed è troppo lungo per stare su una facciata dei dischi a 45 giri: le canzoni dovevano rispettare il limite dei 3 minuti per essere pubblicizzate e passare alla radio. Di ridurla non se ne parla neanche e allora Dylan la divide in due parti, una per lato. Dopo le canzoni rock saranno svincolate dai 45 giri.

Seconda rivoluzione

Rolling stone nello slang americano indica il vagabondo, senza soldi ma libero, che è come una pietra su cui non si ferma il muschio perché rotola sempre. Poi c’è una canzone, quasi autobiografica, di Muddy Waters, intitolata Rollin’ stone, la quale canta di un uomo che si incontra con l’amante, quando il marito è via. Dylan cambia il ruolo della canzone che non è lirica o autobiografica; non è il lamento del vagabondo ma la voce di un testimone che assiste a un cambiamento interiore, morale ed esistenziale. Il protagonista è “come”, non è “una” rolling stone. Tutto nella musica e nelle parole converge verso un altro luogo della mente.

Terza rivoluzione

L’apertura di batteria è come un colpo di pistola nel silenzio; come nei riti e nei miti più antichi la coscienza nasce con un suono terribile e improvviso. La chitarra elettrica, la batteria, le tastiere, il basso e la voce catturano l’attenzione. Dopo quel colpo sul rullante il repertorio di Dylan di canzoni folk classiche – canto e chitarra acustica – sarà arricchito di brani elettrici. Verrà insultato pubblicamente per questo passaggio all’elettricità: durante un concerto tumultuoso e violento un fan lo insulterà urlandogli “Giuda”. Ma l’emergere della coscienza è sempre un tradimento.

Il primo verso: Once upon a time è la frase con cui si iniziano le favole “C’era una volta un regno felice” e le strofe cantano della caduta di qualcuno (una donna? Dylan stesso?) che dressed so fine viveva circondato da una corte che lo distraeva e lo adulava. Alcuni prendevano perfino calci al suo posto. E si prendeva gioco dei pezzenti che facevano l’elemosina. Fino a che un ladro ruba tutto e lo scopriamo per strada like a rolling stone che si accorda con un vagabondo dagli occhi vuoti che non concedono alibi. Privo di protezioni, ridotto all’osso si compromette impegnando i gioielli che restano; avendo perso tutto, non ha più nulla da nascondere e diventa invisibile. La sognante, spensierata e crudele vita precedente è del tutto preclusa e non ha più una direzione verso casa.

Il chiunque, nowhere man/woman, della canzone, prova la sofferenza del tradimento, della disillusione ma sopratutto la dolorosa felicità di vivere con il dono di una libertà inaspettata, aspra e dolce, che scuote intimamente il corpo e l’anima. E quella domanda chirurgica posta in forma impersonale – How does it feel? Come ci si sente? che scava nel cuore e nella mente. Forse non è così male; forse cadute le illusioni e le menzogne c’è finalmente la possibilità di essere.

Come ci si sente a essere like a rolling stone? Fottutamente bene.

3 pensieri riguardo “like a rolling stone: disillusione e libertà

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