una volta non si stava meglio

Anzi, una volta si stava peggio. Mi capita di leggere articoli in cui si narrano con nostalgia gli anni ’50, ’60 perché “non c’erano gli smartphone ma ci si incontrava con gli amici in cortile” oppure perché “se non studiavi la maestra di dava un 4, la mamma uno scapaccione e non c’erano dislessici” e così via.

Insomma una volta si stava meglio perché il mondo era più ruvidamente semplice e vero mentre in quello presente ci troveremmo al limite estremo dell’artificio, della finzione, ormai insostenibili.

Non è vero. La scuola, profondamente e inconsapevolmente classista, escludeva i figli degli immigrati dalla conoscenza favorendo in modo smaccato e spudorato i figli delle famiglie più abbienti. Non era per nulla più facile fare amicizia e bastava arrivare in ritardo di 15 minuti a un appuntamento per passare il pomeriggio da soli; la maggior parte delle famiglie viveva enormi tragedie – tradimenti, disoccupazione, figli handicappati, debiti – nel silenzio e nella vergogna; per lavorare occorreva avere la lettera di presentazione del parroco; una persona che avesse lavorato per più di una impresa era guardata con sospetto perché non era un bene cambiare lavoro; qualsiasi forma di diversità – sessuale, culturale – era condannata e repressa; l’igiene era complessivamente peggiore; l’inquinamento iniziava la sua parabola ascendente.

Il rimpianto per il passato appartiene a chi non sa interpretare il presente e non vuole capirlo. Forse per questo due canzoni fondamentali di Bob Dylan parlano l’una (Like a rolling stone) dell’uscita definitiva dal mondo da favola del passato e della domanda su come ci si sente dopo la caduta e l’altra (The Times They Are A-Changin’) invita chi non sa vivere nel presente, compromettersi con la realtà, a perdere l’innocenza.

In fondo è facile immaginare che il passato sia più chiaro del presente, solo perché non ricordiamo quanto fosse oscuro mentre lo vivevamo.

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Un libro su Dylan, Suze Rotolo e New York

Premessa: ho iniziato questo articolo prima del Nobel a Bob Dylan. Non che sia di qualche interesse per Bob Dylan, la Svezia o Suze Rotolo, già scomparsa da qualche anno.

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Sto leggendo il libro A Freewheelin Time scritto dalla prima compagna di Bod Dylan, Suze Rotolo. E’ la ragazza a fianco di Dylan nella strada innevata di New York di una delle copertine che hanno fatto la storia del nostro.

Racconta una New York che non c’è più e un Bob Dylan precedente alla esplosione mondiale che lo cambiò per sempre. New York era quella che un europeo vuole immaginare: vivace, ricca culturalmente, sperimentale e tollerante.

Bob Dylan è un ragazzo con un grande talento fra le mani; un ragazzo con un fascino magnetico eccezionale sul palco. Ma allo stesso tempo un ragazzo che soffre quando la Rotolo va in Italia per qualche mese.

Due osservazioni:

  1. il libro non è fra i grandi libri della letteratura mondiale e neanche vuole esserlo; per alcuni questo sarebbe un difetto. Semplicemente racconta a ruota libera alcune cose di New York e dell’alba di un periodo eccezionalmente creativo.
  2. Forse il giovane Zimmerman sarebbe divenuto Bob Dylan lo stesso ma quanto ha pesato la presenza leggera di una ragazza che lo ha amato e quanto sono stati importanti i club, i caffè, i pub dove si suonava senza preoccuparsi del successo ma solo di quanto una canzone e un cantante fossero coinvolgenti?

Bob Dylan e il Nobel, per fortuna

Allora, hanno conferito il premio Nobel a Bob Dylan. Mi fa grande piacere; anzi quasi mi commuove. Anzi ancora di più: mi entusiasma.

A forza di ascoltare sue canzoni vecchie e recenti, a forza di rabbrividire ad ascoltare diverse sfumature nei versi e nelle parole, a forza di sentirmi venire un mente la sua voce, non so nemmeno più dire la sua unicità e grandezza. Per questo mi pare un atto dovuto e non mi stupisce.

Poi molti sono contrari e un po’ scandalizzati: non è letteratura; è un musicista. Mi paiono le lamentele di uomini piccoli che berciano per invidia della creatività, dell’intelligenza e della genialità.

Naturalmente come tutti i premi è di parte ed esprime, anche involontariamente, il modo di sentire di una generazione che in questi anno sta morendo. Però Bob Dylan ha avuto il coraggio di portare nel mondo moderno musica e parole arcaiche, semplici – apparentemente – e intense. Milioni di persone le hanno ascoltate e ne sono state toccate. Non so a quanti sia toccato questa sorte, portata con fatica e orgoglio. Non è da tutti.

When the deal goes down (2006)

In the still of the night, in the world’s ancient light
Where wisdom grows up in strife
My bewildering brain, toils in vain
Through the darkness on the pathways of life
Each invisible prayer is like a cloud in the air
Tomorrow keeps turning around
We live and we die, we know not why
But I’ll be with you when the deal goes down.

Ovvero la continuazione di Queen Jane Approximately (1965)

Now when all of the flower ladies want back what they have lent you
And the smell of their roses does not remain
And all of your children start to resent you
Won’t you come see me, Queen Jane?
Won’t you come see me, Queen Jane?

Ovvero l’altra faccia di Like a Rolling Stone (1965)

How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

bob dylan

Scriverò di Bob Dylan e so che alcuni amici mi prenderanno in giro. Ma tant’è, non riesco a non ascoltare le sue canzoni, e proprio quelle degli anni Sessanta tipo Blowing in the wind, The times they are a’changing, One of us must know, Like a rolling stone.

Non sono le canzoni della mia generazione, perché sono nato quando Dylan le cantò per la prima volta. Non sono state una bandiera della mia frattura generazionale. Per me sono qualcosa di diverso. Uno dei ricordi degli anni della prima adolescenza è Blowing in the wind cantata da me in solitudine, una mattina mentre camminavo in montagna: answers of my friend are blowing in the wind. Non ero più solo ma ero assieme a persone interessanti e misteriose con cui parlavo.

Altre canzoni le sapevo senza sapere come, come con i Beatles. Non so dire quando o come ho sentito Hey Jude o Yesterday. Sono tutte lì, nella mente e nel cuore degli uomini da tempi immemorabili e quando un musicista ascolta e le canta una scheggia dell’eternità ci commuove.

Torno a Dylan. Oggi lo ascoltavo dal cellulare viaggiando in treno e respiravo curiosità e audacia. Provavo uno struggente desiderio di viaggiare on the road, come negli anni Sessanta. Era il desiderio umano e millenario di verità, di scoperta, di amore. Mi sono commosso pensando alla vita che palpitava nella voce già antica di Dylan giovane e che mi ha dato sollievo da ragazzo. Mi sono commosso pensando al mio presente con le persone che amo. Mi sono commosso per il futuro con le persone che amo. Per le avventure che si aspettano.