across the borderline

Canzone che canta di messicani che attraversano la frontiera per arrivare nel sognato mondo degli Stati Uniti, terra di felicità e ricchezza. Ma scoprono la disillusione delle promesse infrante, quando è troppo tardi perché il prezzo per arrivare è ormai pagato e comunque troppo elevato.

Non conosco lo stato d’animo di chi emigra clandestinamente dalla propria terra per diventare uno dei tanti senza volto e identità nel fiume anonimo della storia. Ma la condizione del transfugo dalla propria origine, mosso da una speranza rivestita di necessità o spinto da necessità rivestita di speranza, che si scopre spogliato delle proprie illusioni in un luogo indeterminato fra la nascita e la morte mi pare universale. Vedere sfilacciarsi la propria identità per incamminarsi con la propria storia sulle spalle lungo strade di vita e morte assieme a compagni di viaggio ignoti è meno inusuale di quello che si crede. In certa misura è quanto di Ulisse e dell’Ebreo errante ci abita.

La canzone, qui cantata da Bob Dylan e Tom Petty, è scritta da Ry Cooder e utilizzata anche nella colonna sonora del film Frontiera del 1982. Riporto una strofa, con la traduzione tratta dal sito http://www.antiwarsongs.org/. Per me bellissima

Up and down the Rio Grande
A thousand footprints in the sand
Reveal the secret no one can define
The river flows on like a breath
In between our life and death
Tell me who’s the next to cross the border

su e giù lungo il Rio Grande
migliaia di tracce nella sabbia
rivelano il segreto che nessuno può spiegare
il fiume scorre come un respiro
in bilico tra la vita e la morte
ditemi chi sarà il prossimo a passare il confine

simple twist of fate

È una canzone dolorosa all’interno di un disco doloroso Blood on tracks del 1975. Anche in questo caso Dylan va in controtendenza: il disco canta pene d’amore personali, intime mentre negli USA infiamma la protesta politica.

La canzone canta di un uomo e una donna che si sfiorano quanto basta per capire che nel caos della vita si sono finalmente incontrati. E poi un contorcimento del destino li separa. Il turbine che univa per l’eternità nell’inferno Paolo e Francesca in questo caso divide irrimediabilmente. A proposito, una canzone successiva è intitolata Idiot wind. La canzone fu scritta quando il matrimonio di Dylan con Sara era in crisi profonda e viene da considerarla come dovuta a quella crisi. Ma Dylan si è sempre opposto con forza a questa interpretazione credo perché, come per tutte le sue canzoni migliori, personaggi e situazioni denotano funzioni mitologiche e non sono l’espressione lirica dei sentimenti soggettivi. E’ Omero che canta non Lesbo.

Il testo elenca eventi apparentemente caotici e senza nesso: una donna fa cadere delle monete nella tazza di un mendicante, un sax suona, le insegne al neon di un albergo. Poi capiamo che la donna, forse una prostituta, e l’uomo hanno passato la notte assieme. Ma alla mattina lui si sveglia da solo in una stanza d’albergo vuota e lui Felt an emptiness inside to which he just could not relate. Un vuoto cui è impossibile relazionarsi. L’incontro apre delle porte su aree terribili che l’assenza dell’altro rivela. La cerca per le vie della città, va al porto ma inutilmente. E’ confuso e sente un pappagallo parlare, forse le frasi quotidiane, dopo le parole dette da amanti, appaiono una ripetizione meccanica e impersonale. Ma nel caos può accadere ogni cosa ma non ritrovarsi.

Il testo slitta fra due piani che evidenziano il contrasto fra l’oggettivazione di un sentimento e la sua presa diretta. Appare una crepa perché lo he della canzone diventa I. Il menestrello di oggi è l’uomo di allora.

Poi la chiusa. Delle persone – gli amici? – testimoni della storia concludono indicando nella potenza dei sentimenti vissuti la ragione, la colpa, della svolta imposta dal destino che ha diviso per sempre due persone che erano “gemelle”.

People tell me it’s a sin/To know and feel too much within/I still believe she was my twin, but I lost the ring/She was born in spring, but I was born too late/Blame it on a simple twist of fate

L’ultima strofa svela che l’uomo ha perso l’anello che li rendeva gemelli; inoltre lei è nata in primavera mentre lui è nato troppo tardi. In verità ascoltando la voce di Dylan ho sempre inteso Spain anziché Spring. E la cosa mi piaceva perché il gioco fra spazio e tempo illumina la distanza e la vicinanza fra le due persone che qui e ora si trovano nel caos dell’esistenza, senza finzioni, così vicini e così inafferrabili, così soli e così uniti, così pericolosamente abbandonati l’uno all’altro e così estranei. Tutto così tremendamente umano. A noi non resta che immaginare la gioia inconsapevole di quell’incontro notturno in cui due persone si sono toccate così strettamente da allentare la ferrea legge del caos e da svelarci, nel letto vuoto, la traccia dell’altro.

Ci sono diverse versioni di questa canzone. A quella in studio preferisco quella del Rolling Thunder Revue, The Bootleg Series, Vol 5: Bob Dylan Live 1975 (2002), perché dominata da un senso di minaccia che alla prima manca. Sotto includo una versione su Youtube un po’ strana, con un inizio tentennante. I testi sono cambiati, come sempre fa Dylan.

let it be

Beatles, autore Paul McCartney, disco Let it be del 1970. E’ l’ultimo disco dei Beatles e segna la fine di un’epoca. Il titolo del disco è anche il titolo della canzone: Let it be, lascia che sia. Le registrazioni avvennero nel 1969 prima delle sessioni che portarono alla luce Abbey Road. Il disco ha lo struggimento delle altre canzoni dei Quattro di Liverpool. Ma è un addio.

La canzone fa riferimento a madre Maria, che però non è da interpretare religiosamente in quanto, per dichiarazione dello stesso McCartney, allude a un sogno di McCartney avvenuto mentre passava un periodo di confusione e di crisi. Nel sogno la madre invitava Paul a non disperarsi, ad avere fiducia che le cose si sarebbero appianate.

Il testo ha linguaggio semplice e diretto; la struttura è circolare. La strofa centrale è

And when the broken hearted people
living in the world agree
There will be an answer, let it be.
For though they may be parted there is
Still a chance that they will see
There will be an answer, let it be.
Let it be, let it be. Yeah
There will be an answer, let it be.

Le risposte si troveranno, i misteri si chiariranno, chi non vede vedrà, ci sarà accordo. E’ la versione riflessiva di All you need is love (1967), in cui i Beatles esaltavano le forze dell’umanità e dell’individuo cantando There’s nothing you can do that can’t be done. Ma qui l’ottimismo sembra esaurito, i sogni svaniti ed è ora di fare i conti con i cocci rotti delle facili speranze. Il mondo non migliora rapidamente; gli uomini non cambiano per incanto; la realtà è dura, spigolosa e ostinata.

Dylan aveva cantato in Like a Rolling Stone il cambiamento della coscienza liberata dalle illusioni. Se per Dylan questo passaggio è dolente ma colloca l’individuo in una condizione di verità che nella riduzione all’essenziale trova una ruvida onestà, in Let it be la disillusione sfocia in un bisogno di consolazione e rassicurazione. Let it be commuove, Like a Rolling Stone ti fa uscire nel mondo. Credo che qua si colga una delle differenza fra cultura americana e inglese, poiché la prima risponde allo scacco della vita con la ricerca di nuove frontiere mentre la seconda con introspezione.

like a rolling stone: disillusione e libertà

Siamo nel 1965. Bob Dylan è un acclamato autore folk. Alcune sue canzoni sono già storia e rivoluzione: Blowing in the wind, A hard rain is gonna fall, Tamburine Man e altre. Dylan accarezza l’idea di dedicarsi alla letteratura. Si mette a scrivere in prosa ma non abbandona la musica. Arriva in studio di registrazione con un lungo racconto che doveva essere lava allo stato puro, ne estrae una manciata di strofe forti, taglienti, dolci, feroci. La composizione è tormentata ed è all’origine di un’esplosione rivoluzionaria.

Prima rivoluzione

Il brano dura 7 minuti ed è troppo lungo per stare su una facciata dei dischi a 45 giri: le canzoni dovevano rispettare il limite dei 3 minuti per essere pubblicizzate e passare alla radio. Di ridurla non se ne parla neanche e allora Dylan la divide in due parti, una per lato. Dopo le canzoni rock saranno svincolate dai 45 giri.

Seconda rivoluzione

Rolling stone nello slang americano indica il vagabondo, senza soldi ma libero, che è come una pietra su cui non si ferma il muschio perché rotola sempre. Poi c’è una canzone, quasi autobiografica, di Muddy Waters, intitolata Rollin’ stone, la quale canta di un uomo che si incontra con l’amante, quando il marito è via. Dylan cambia il ruolo della canzone che non è lirica o autobiografica; non è il lamento del vagabondo ma la voce di un testimone che assiste a un cambiamento interiore, morale ed esistenziale. Il protagonista è “come”, non è “una” rolling stone. Tutto nella musica e nelle parole converge verso un altro luogo della mente.

Terza rivoluzione

L’apertura di batteria è come un colpo di pistola nel silenzio; come nei riti e nei miti più antichi la coscienza nasce con un suono terribile e improvviso. La chitarra elettrica, la batteria, le tastiere, il basso e la voce catturano l’attenzione. Dopo quel colpo sul rullante il repertorio di Dylan di canzoni folk classiche – canto e chitarra acustica – sarà arricchito di brani elettrici. Verrà insultato pubblicamente per questo passaggio all’elettricità: durante un concerto tumultuoso e violento un fan lo insulterà urlandogli “Giuda”. Ma l’emergere della coscienza è sempre un tradimento.

Il primo verso: Once upon a time è la frase con cui si iniziano le favole “C’era una volta un regno felice” e le strofe cantano della caduta di qualcuno (una donna? Dylan stesso?) che dressed so fine viveva circondato da una corte che lo distraeva e lo adulava. Alcuni prendevano perfino calci al suo posto. E si prendeva gioco dei pezzenti che facevano l’elemosina. Fino a che un ladro ruba tutto e lo scopriamo per strada like a rolling stone che si accorda con un vagabondo dagli occhi vuoti che non concedono alibi. Privo di protezioni, ridotto all’osso si compromette impegnando i gioielli che restano; avendo perso tutto, non ha più nulla da nascondere e diventa invisibile. La sognante, spensierata e crudele vita precedente è del tutto preclusa e non ha più una direzione verso casa.

Il chiunque, nowhere man/woman, della canzone, prova la sofferenza del tradimento, della disillusione ma sopratutto la dolorosa felicità di vivere con il dono di una libertà inaspettata, aspra e dolce, che scuote intimamente il corpo e l’anima. E quella domanda chirurgica posta in forma impersonale – How does it feel? Come ci si sente? che scava nel cuore e nella mente. Forse non è così male; forse cadute le illusioni e le menzogne c’è finalmente la possibilità di essere.

Come ci si sente a essere like a rolling stone? Fottutamente bene.

una volta non si stava meglio

Anzi, una volta si stava peggio. Mi capita di leggere articoli in cui si narrano con nostalgia gli anni ’50, ’60 perché “non c’erano gli smartphone ma ci si incontrava con gli amici in cortile” oppure perché “se non studiavi la maestra di dava un 4, la mamma uno scapaccione e non c’erano dislessici” e così via.

Insomma una volta si stava meglio perché il mondo era più ruvidamente semplice e vero mentre in quello presente ci troveremmo al limite estremo dell’artificio, della finzione, ormai insostenibili.

Non è vero. La scuola, profondamente e inconsapevolmente classista, escludeva i figli degli immigrati dalla conoscenza favorendo in modo smaccato e spudorato i figli delle famiglie più abbienti. Non era per nulla più facile fare amicizia e bastava arrivare in ritardo di 15 minuti a un appuntamento per passare il pomeriggio da soli; la maggior parte delle famiglie viveva enormi tragedie – tradimenti, disoccupazione, figli handicappati, debiti – nel silenzio e nella vergogna; per lavorare occorreva avere la lettera di presentazione del parroco; una persona che avesse lavorato per più di una impresa era guardata con sospetto perché non era un bene cambiare lavoro; qualsiasi forma di diversità – sessuale, culturale – era condannata e repressa; l’igiene era complessivamente peggiore; l’inquinamento iniziava la sua parabola ascendente.

Il rimpianto per il passato appartiene a chi non sa interpretare il presente e non vuole capirlo. Forse per questo due canzoni fondamentali di Bob Dylan parlano l’una (Like a rolling stone) dell’uscita definitiva dal mondo da favola del passato e della domanda su come ci si sente dopo la caduta e l’altra (The Times They Are A-Changin’) invita chi non sa vivere nel presente, compromettersi con la realtà, a perdere l’innocenza.

In fondo è facile immaginare che il passato sia più chiaro del presente, solo perché non ricordiamo quanto fosse oscuro mentre lo vivevamo.

Un libro su Dylan, Suze Rotolo e New York

Premessa: ho iniziato questo articolo prima del Nobel a Bob Dylan. Non che sia di qualche interesse per Bob Dylan, la Svezia o Suze Rotolo, già scomparsa da qualche anno.

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Sto leggendo il libro A Freewheelin Time scritto dalla prima compagna di Bod Dylan, Suze Rotolo. E’ la ragazza a fianco di Dylan nella strada innevata di New York di una delle copertine che hanno fatto la storia del nostro.

Racconta una New York che non c’è più e un Bob Dylan precedente alla esplosione mondiale che lo cambiò per sempre. New York era quella che un europeo vuole immaginare: vivace, ricca culturalmente, sperimentale e tollerante.

Bob Dylan è un ragazzo con un grande talento fra le mani; un ragazzo con un fascino magnetico eccezionale sul palco. Ma allo stesso tempo un ragazzo che soffre quando la Rotolo va in Italia per qualche mese.

Due osservazioni:

  1. il libro non è fra i grandi libri della letteratura mondiale e neanche vuole esserlo; per alcuni questo sarebbe un difetto. Semplicemente racconta a ruota libera alcune cose di New York e dell’alba di un periodo eccezionalmente creativo.
  2. Forse il giovane Zimmerman sarebbe divenuto Bob Dylan lo stesso ma quanto ha pesato la presenza leggera di una ragazza che lo ha amato e quanto sono stati importanti i club, i caffè, i pub dove si suonava senza preoccuparsi del successo ma solo di quanto una canzone e un cantante fossero coinvolgenti?

Bob Dylan e il Nobel, per fortuna

Allora, hanno conferito il premio Nobel a Bob Dylan. Mi fa grande piacere; anzi quasi mi commuove. Anzi ancora di più: mi entusiasma.

A forza di ascoltare sue canzoni vecchie e recenti, a forza di rabbrividire ad ascoltare diverse sfumature nei versi e nelle parole, a forza di sentirmi venire un mente la sua voce, non so nemmeno più dire la sua unicità e grandezza. Per questo mi pare un atto dovuto e non mi stupisce.

Poi molti sono contrari e un po’ scandalizzati: non è letteratura; è un musicista. Mi paiono le lamentele di uomini piccoli che berciano per invidia della creatività, dell’intelligenza e della genialità.

Naturalmente come tutti i premi è di parte ed esprime, anche involontariamente, il modo di sentire di una generazione che in questi anno sta morendo. Però Bob Dylan ha avuto il coraggio di portare nel mondo moderno musica e parole arcaiche, semplici – apparentemente – e intense. Milioni di persone le hanno ascoltate e ne sono state toccate. Non so a quanti sia toccato questa sorte, portata con fatica e orgoglio. Non è da tutti.

When the deal goes down (2006)

In the still of the night, in the world’s ancient light
Where wisdom grows up in strife
My bewildering brain, toils in vain
Through the darkness on the pathways of life
Each invisible prayer is like a cloud in the air
Tomorrow keeps turning around
We live and we die, we know not why
But I’ll be with you when the deal goes down.

Ovvero la continuazione di Queen Jane Approximately (1965)

Now when all of the flower ladies want back what they have lent you
And the smell of their roses does not remain
And all of your children start to resent you
Won’t you come see me, Queen Jane?
Won’t you come see me, Queen Jane?

Ovvero l’altra faccia di Like a Rolling Stone (1965)

How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

bob dylan

Scriverò di Bob Dylan e so che alcuni amici mi prenderanno in giro. Ma tant’è, non riesco a non ascoltare le sue canzoni, e proprio quelle degli anni Sessanta tipo Blowing in the wind, The times they are a’changing, One of us must know, Like a rolling stone.

Non sono le canzoni della mia generazione, perché sono nato quando Dylan le cantò per la prima volta. Non sono state una bandiera della mia frattura generazionale. Per me sono qualcosa di diverso. Uno dei ricordi degli anni della prima adolescenza è Blowing in the wind cantata da me in solitudine, una mattina mentre camminavo in montagna: answers of my friend are blowing in the wind. Non ero più solo ma ero assieme a persone interessanti e misteriose con cui parlavo.

Altre canzoni le sapevo senza sapere come, come con i Beatles. Non so dire quando o come ho sentito Hey Jude o Yesterday. Sono tutte lì, nella mente e nel cuore degli uomini da tempi immemorabili e quando un musicista ascolta e le canta una scheggia dell’eternità ci commuove.

Torno a Dylan. Oggi lo ascoltavo dal cellulare viaggiando in treno e respiravo curiosità e audacia. Provavo uno struggente desiderio di viaggiare on the road, come negli anni Sessanta. Era il desiderio umano e millenario di verità, di scoperta, di amore. Mi sono commosso pensando alla vita che palpitava nella voce già antica di Dylan giovane e che mi ha dato sollievo da ragazzo. Mi sono commosso pensando al mio presente con le persone che amo. Mi sono commosso per il futuro con le persone che amo. Per le avventure che si aspettano.