l’equivalente della gravidanza per gli uomini

Alle volte capita alle donne di dover scegliere fra avere un figlio e il lavoro. La scelta negli anni è divenuta in parte meno drastica: ammortizzatori sociali, garanzie contrattuali e altro hanno reso meno incompatibili carriera e gravidanza. Il ventaglio delle possibilità è abbastanza ampio e va da ambienti di lavoro che escludono esplicitamente le donne per il rischio gravidanza ad altri in cui il padre può chiedere giorni di maternità per assistere i figli, In ogni caso resta l’effetto della gravidanza sulle possibilità di carriera o di vita pubblica delle donne e dallo sfondo emerge una domanda:

quale scelta degli uomini è equivalente a quella di una donna che rinuncia al lavoro per essere madre?

In altre parole, esiste per gli uomini una funzione, un’attività di peso equivalente a quello di una possibile gravidanza per una donna? Non sono rilevanti la soddisfazione o la frustrazione successive alla decisione, poiché queste non sono sentimenti e reazioni note al momento della scelta. Il punto oscuro è un altro e cerco di formularlo in modo semplice.

Gli uomini si trovano a dover scegliere fra la carriera e una funzione “fisiologicamente” maschile equivalente a quella femminile di avere una gravidanza, quando su tale scelta gravano delle pressioni sociali, culturali in favore della funzione “fisiologica”, per quanto non corrisponda all’indirizzo che l’uomo stesso intende percorrere, come accade alle donne per la gravidanza?

La risposta in prima battuta è che no, non esiste un equivalente: gli uomini non hanno prospettive in cui biologia, cultura e attese sociali sono così intrecciate da far sembrare la scelta contraria un atto arbitrario e innaturale, bene che vada una scelta da tutelare. Una donna che sceglie di non avere figli, non necessariamente per dedicarsi a attività nobili come la ricerca scientifica o la letteratura ma perché non ritiene di essere realizzata nella maternità oppure perché preferisce coltivare amicizie e amanti, sente sul collo un giudizio che rende quella scelta meno libera, meno legittima. Nota a margine, un uomo che scegliesse di non essere padre per una qualsiasi di quelle tre ragioni al massimo sarebbe soggetto allo sguardo compassionevole per la prospettiva di una vecchiaia solitaria non già un giudizio per aver mancato di realizzare una parte essenziale del proprio essere.

Dicevo, non mi pare che ci sia un’equivalenza fra uomini e donne da questo punto di vista. Uno degli elementi di differenza è che non c’è una funzione maschile “naturale”, fisiologica che ne pregiudica le scelte e il ruolo sociale: le donne fanno figli, gli uomini no. Per questo, per gli uomini vale il contrario di quello che vale per le donne, ovvero che la rinuncia maschile alla carriera, al lavoro, alla competizione magari a favore della paternità è giudicata come un cedere a un mondo fisiologico e privato, essere “meno uomo”.

Ma c’è dell’altro. Molte volte le donne non solo rinunciano alla carriera per avere, o dare un figlio al compagno, al marito, alla famiglia. In molti casi le donne hanno rinunciato per favorire la carriera del compagno, del marito. In questo caso non c’è un risvolto naturale ma una giustificazione del sacrificio già noto perché la gravidanza è sacrificio. Come a dire, le donne addestrate dalla natura, si sacrificano anche per il bene del marito, compagno.

A maggior ragione, alla domanda iniziale – quale scelta degli uomini è equivalente a quella di una donna che rinuncia al lavoro per essere madre? – se ne aggiunge una seconda:

quanti uomini hanno rinunciato alla carriera per favorire la carriera della moglie, della compagna?

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