domanda su insegnamento e il suo possibile fallimento

Da giorni cerco di formulare una domanda che riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori. Cerco di scriverla con chiarezza.

In questi anni la vita pubblica italiana è stata progressivamente invasa da alcuni comportamenti che si è pensato si sarebbero ridotti o indeboliti con l’educazione e l’apprendimento: linguaggio violento, odio tribale, disprezzo per la scienza e la conoscenza in generale, deresponsabilizzazione, dismissione della responsabilità individuale, sordità emotiva.

E’ vero che la formazione scolastica non è l’unico garante della qualità della vita pubblica poiché questa è influenzata dall’andamento economico, dall’occupazione, dai media, dalla politica interna ed estera, da tradizioni. Inoltre vi è l’impatto dei social e delle distorsioni informative. Perciò non sovrastimo l’impatto sulle abitudini degli studenti e delle studentesse delle 4 ore settimanali in cui io, come altri colleghi, insegniamo filosofia e storia.

Quindi nessuna illusione. Allo stesso tempo è vero che ciò che accade in quelle 4 ore settimanali non è privo di effetti, alle volte duraturi. Il problema è quali. E da qui la mia domanda.

Cosa si è fatto, o non fatto, nell’insegnamento della filosofia e di storia che non ha ridotto o frenato l’astio sociale, l’odio per la conoscenza, lo scetticismo fanatico, il congelamento delle emozioni, la derisione dell’empatia?

Poi c’è una versione più sgradevole della domanda: è possibile che ci sia stato qualcosa che anziché sfavorire abbia favorito, nel suo piccolo, la situazione attuale?

la televisione peggiora le persone?

In questo articolo scrivo alcune riflessioni sulla televisione, considerata da molti in Italia in modo negativo. Non condivido questa opinione, esporrò sinteticamente le mie idee e poi concluderò con una domanda.

Giornalisti e uomini di cultura sostengono che la televisione, e la televisione di Berlusconi in modo particolare, abbia abbassato il livello culturale degli italiani, deteriorando, a catena, la qualità della partecipazione alla vita pubblica dei cittadini italiani.

Non riesco a trovare una relazione certa fra la causa – la televisione berlusconiana – e l’effetto – il peggioramento della cultura e del senso di cittadinanza degli italiani. Per diverse ragioni. In primo luogo, a seconda delle occasioni e delle circostanze questo stesso abbassamento viene attribuito alla scuola, a Internet, alla società dei consumi. Aggiungerei all’elenco dei pericolosi distruttori i Rettiliani.

Poi, molti ignoranti erano tali anche prima della televisione. E ignoranti non poco, proprio analfabeti. Del resto l’analfabetismo è stato un problema fin dall’Unità d’Italia e, guarda caso, fra il Sud e il Nord d’Italia. E che la cosa sia tutt’altro che facile da decifrare, è ulteriormente suffragato dall’intervista lasciata dal Prof. Nicola Grandi, linguista. La sua tesi è che l’italiano è lingua nazionale da circa un secolo e che la differenza fra Nord, alfabetizzato e Sud, dominato dai dialetti, è chiara fin da tempi immemori. La Repubblica ha avuto il merito storico di aver avviato un periodo di cambiamento profondo e radicale, ad esempio con l’istruzione obbligatoria, l’analfabetismo si è ridotto. I famosi “corsi delle 150 ore” corsi di alfabetizzazione per lavoratori adulti.

Ricorderei la famosa trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, del Maestro Manzi.

Ma ora avrei una domanda: la famosa, e famigerata “Televisione di Bernabei” che:

Dal 1961 al 1974 fu direttore generale della RAI, allora unica emittente televisiva e radiofonica in Italia. In quegli anni la RAI produsse e trasmise programmi come Tv7 e sceneggiati tratti da grandi opere letterarie come l’Odissea, i romanzi di Tolstoj, di Alessandro Manzoni, di Cronin. Furono realizzate serie tv come: Atti degli apostoli per la regia di Roberto Rossellini; il Mosè; Gesù di Nazareth diretti da Franco Zeffirelli.

Tratto da Wikipedia, voce Ettore Bernabei.

Questa televisione culturale, non è stata seguita dagli Anni di Piombo? I devastanti anni di piombo possono essere spiegati da Bernabei e dalla sua televisione?

ricordare e credere nella memoria

Ricordare e raccontare per essere creduti non era facile per gli internati nei Lager. Il nostro compito è continuare a ricordare e narrare qualcosa che abbiamo ascoltato.

Del resto sono sempre più frequenti i selfie di persone sorridenti scattati di fronte ai cancelli dei campi di sterminio. Del resto il 60% degli americani non sa nulla della shoah. E forse in Europa non stiamo meglio.

E’ difficile ricordare e perciò aggiungo immagini di libri che trattano l’argomento. Riporto la Prefazione I sommersi e i salvati.

Molti sopravvissuti (tra gli altri Simon Wiesenthal nelle ultime pagine di Gli assassini sono fra di noi, Garzanti, Milano, 1970) ricordano che i militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non si avranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla”.

Curiosamente, questo stesso pensiero (“se anche raccontassimo, non saremmo creduti”) affiorava in forma di sogno notturno dalla disperazione dei prigionieri.

Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, “Prefazione” pag. 3.

è una cosa stupida ma reale

Quando scoppia una guerra, la gente dice “Non durerà. è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una cosa sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti in primo luogo, perché non hanno preso le loro precauzioni.

A. Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pag. 30.

wiki di storia

Ci riprovo con la didattica digitale. Questa volta con storia.

Studenti e studentesse di una terza hanno raccolto in una scheda delle informazioni sulla propria città di residenza: nome, anno di fondazione, fotografie dei resti medioevali. La scheda deve contenere anche almeno un dato personale: da quando sono residenti nella città.

Inizialmente avevo pensato di far fare una timeline online ma non ho trovato dei servizi online che mi soddisfacessero. Allora sono atterrato sulla piattaforma MOODLE della scuola. La classe scriverà un wiki cronologico delle città aggiungendo foto, informazioni, link e citazioni a mano a mano che procederemo con il programma. L’idea è mettere in relazione i grandi processi storici con la realtà vicina e allo stesso tempo abituare al lavoro di gruppo. Il massimo sarebbe che il progetto andasse avanti per tutto il triennio. Vediamo che sarà, nel frattempo ho creato il corso, caricato l’elenco dei ragazzi e delle ragazze su MOODLE.

Ci sono alcune cose da decidere con la classe. Riprenderò il discorso.

simmetria cosmica

Nella storia il principio di simmetria fu un punto di riferimento per la descrizione dell’universo. Il sito https://sententiaeantiquae.com pubblica l’immagine tratta da un manoscritto medioevale dell’Illiade in cui viene raffigurato il cosmo. Nell’immagine la terra è posta al centro del cosmo, l’Olimpo e il il Tartaro sono rispettivamente in alto e in basso.

La pagina ha diversi link a ricerche di antichistica.

Il sito originale: https://sententiaeantiquae.com/2017/08/26/a-symmetrical-world-an-illustration-from-the-venetus-b-iliad-manuscript/

quando si è fanatici

Su Ginevra ai tempi di Calvino, nato il 10 luglio 1509.

“All’interno della città si fece uno sforzo per introdurre un regime rigoristico che è stato spesso deriso perché insisteva su cose che, in una civiltà divenuta mondana, i più sono giunti a considerare come inizie. Erano comminate pene per chi si fosse lasciato predire la fortuna dagli zingari, o avesse fatto rumore in chiesa, o avesse offerto il tabacco durante il culto, o non sapesse recitare le preghiere. Si anglicano le osterie e i conventi venivano trasformati in cui non si mesceva da bere né alla domenica, né durante le ore nei culti nei giorni feriali (poiché vi erano anche culti nei giorni feriali) né dopo le nove di sera. (…)

Altre disposizioni erano intese a preservare la purezza del culto e prendevano di mira ogni resto di pratiche cattoliche. Un orafo venne punito per aver fatto un calice da messa, un barbiere per aver fatto la chierica a un sacerdote, un altro per aver detto che il papa era un brav’uomo. Il consiglio civico ginevrino giunse perfino a proibire l’usanza cattolica di dare ai bambini i nomi di santi cattolici o altri quali “Croce”, “Gesù”, “Pentecoste”, “Domenica”, “Sansepolcro”.

Roland H. Baiton, La Riforma protestante, Einaudi, Torino, 2000, pp. 114-115.

Poi occorre ricordare gli anabattisti affogati, i cattolici perseguitati. Le piccole cose quotidiane possono rilevare fanatismi incombenti.

una volta non si stava meglio

Anzi, una volta si stava peggio. Mi capita di leggere articoli in cui si narrano con nostalgia gli anni ’50, ’60 perché “non c’erano gli smartphone ma ci si incontrava con gli amici in cortile” oppure perché “se non studiavi la maestra di dava un 4, la mamma uno scapaccione e non c’erano dislessici” e così via.

Insomma una volta si stava meglio perché il mondo era più ruvidamente semplice e vero mentre in quello presente ci troveremmo al limite estremo dell’artificio, della finzione, ormai insostenibili.

Non è vero. La scuola, profondamente e inconsapevolmente classista, escludeva i figli degli immigrati dalla conoscenza favorendo in modo smaccato e spudorato i figli delle famiglie più abbienti. Non era per nulla più facile fare amicizia e bastava arrivare in ritardo di 15 minuti a un appuntamento per passare il pomeriggio da soli; la maggior parte delle famiglie viveva enormi tragedie – tradimenti, disoccupazione, figli handicappati, debiti – nel silenzio e nella vergogna; per lavorare occorreva avere la lettera di presentazione del parroco; una persona che avesse lavorato per più di una impresa era guardata con sospetto perché non era un bene cambiare lavoro; qualsiasi forma di diversità – sessuale, culturale – era condannata e repressa; l’igiene era complessivamente peggiore; l’inquinamento iniziava la sua parabola ascendente.

Il rimpianto per il passato appartiene a chi non sa interpretare il presente e non vuole capirlo. Forse per questo due canzoni fondamentali di Bob Dylan parlano l’una (Like a rolling stone) dell’uscita definitiva dal mondo da favola del passato e della domanda su come ci si sente dopo la caduta e l’altra (The Times They Are A-Changin’) invita chi non sa vivere nel presente, compromettersi con la realtà, a perdere l’innocenza.

In fondo è facile immaginare che il passato sia più chiaro del presente, solo perché non ricordiamo quanto fosse oscuro mentre lo vivevamo.

commozione

Leggo di due genitori il cui figlio è morto per un’otite curata con l’omeopatia, consigliata da un medico testardo e insensibile. Poi ci sono i morti di Manchester: ragazzine e ragazzini dilaniati dall’esplosione, dai chiodi nascosti nella bomba; e le famiglie degli attentatori che hanno dedicato la loro vita a vendicarsi, forse anche per reali torti subiti.

Ma è umano sciogliersi in lacrime per il bambino morto nel dolore e anche per quei genitori che hanno preferito al dolore del figlio una cieca fedeltà a un dottore ricattatorio. Lo stesso loro dolore li ucciderà. Non insultiamoli per la loro ingenuità perché qualsiasi cosa potremo immaginare sarà solo una percentuale infima dell’inferno in cui vivono. E’ uno di quei casi, rari per fortuna, in cui il dolore è già la pena.

Per i padri degli attentatori forse vale “Perdonali perché non sanno ciò che fanno”.

Questi eventi mi hanno fatto cercare canzoni, filmati, scene su Facebook, Youtube di solidarietà, di semplici, buoni e onesti gesti quotidiani. Mi sono commosso.

Ma non voglio solo la commozione estetica della canzone o del gesto pubblico che attenui nella momentanea solidarietà fra i vivi l’irrimediabilità della dissoluzione. Così come non voglio annacquare in un pianto rassicurante l’orrore che mi suscitano certe anime oscure. La morte subita perché è stata permessa nell’indifferenza o perseguita nel rancore, può essere riscattata dalla quotidiana, inconsolabile commozione di chi resta e oppone alla dissoluzione atti che rendano il mondo migliore per quante più persone possibile. Forse è solo nell’etica compassionevole che può trovarsi una via d’uscita.

Fonte dell’immagine: http://www.ilpost.it/2017/05/25/foto-minuto-silenzio-attentato-manchester/minuto-silenzio-17/.

fonti e ricerca, Europa e lacerazioni

Vorrei scrivere di un sito Bibliostoria (https://bibliostoria.wordpress.com/). E’ della Biblioteca dell’Università degli Studi di Milano. La quantità di link di alta qualità che mette e a disposizione è notevole. La classificazione con le categorie è rigorosa, lineare e chiara.

Ho appena visitato un post dedicato a un servizio offerto dalla Comunità Europea: “il progetto Europeana Photography, ovvero EUROPEAN Ancient PHOTOgraphic vintaGe repositoRies of DigitAized Pictures of Historic qualitY, intende riunire diverse collezioni fotografiche provenienti da archivi, biblioteche pubbliche, musei e agenzie di 13 paesi dell’Unione Europea.”

Qualche tempo fa era anche stato allestito il progetto Europeana Sounds, archivio sonoro dell’Europa.

E’ che vedendo queste cose, mi vengono in mente tutti quelli che non aspettano altro che “uscire dall’Europa” perché è “l’Europa dei banchieri”. E anche all’Inghilterra e al sogno di uscita dall’Europa. Come se Radio Londra non fosse mai esistita.

Immagine dell’intestazione: Bataille de Waterloo. Quando non c’erano banche e l’Europa era un’espressione geografica.