esame di stato: domandare

Il momento in cui il docente sta per porre una domanda a uno studente è cruciale: cosa chiedere? E se fosse la domanda sbagliata, quella che manda in palla lo studente e che apre l’esame con una voragine?

Questa è la difficile arte di porre domande in modo da avere risposte significative, accendere idee e infondere energia.

Non che l’esame di stato alla fine della scuola superiore sia il momento migliore per esercitare questa arte. L’ufficialità, la posta in gioco, i membri esterni rendono arduo applicare l’arte maieutica al malcapitato tremante che pensa a come interpretare le richieste dei docenti.

esami di stato: orali

La commissione ha conosciuto le classi in un percorso astratto: temi, seconda prova, relazioni scritte, tabelle. Ma ci sono anche i delicati equilibri all’interno della commissione, fra persone. Il concetto precede la realtà. Con gli orali si incontrano le persone in carne e ossa.

Ragazze e ragazzi con i loro corpi da adolescenti che non stanno nelle parole scritte attraverso cui i docenti dovrebbero indovinare una vita. E con i corpi ci sono emozioni, sudore, lacrime. L’impaccio di dover oltrepassare una prova intellettuale fatta delle lame taglienti e aguzze delle menti dei docenti.

Alcuni studenti invadono lo spazio dell’aula con la semplice presenza fisica; altri scompaiono.

Ma è quando escono dall’aula che riacquistano la leggerezza oppressa durante le interrogazioni. Si immergono nel gruppo di amici che attende fuori.

esami di stato: valutazione

La commissione elabora le griglie di correzione e valutazione delle prove. Negli anni si sono consolidati linguaggio, tabelle, voti e la cosa è relativamente veloce oltre che omogenea.

Gli “elaborati” devono essere letti e valutati collegialmente. Tipicamente le prime prove valutate sono riconsiderate dopo che se ne sono lette una certa quantità perché i giudizi sono ancora da calibrare. In genere i membri esterni chiedono qualche informazione se gli elaborati sono particolari, nel bene o nel male.

Valutare è il lavoro sporco dell’insegnante. Nessuna persona sana di mente esprime un giudizio senza almeno un tremore e chi non trema è inesperto. La radice del problema è che siamo stati educati a trovare gli errori per valutarli secondo la proporzione: quanti meno errori tanto più alto il voto. Ma trovare errori è facile. Più difficile elogiare per quanto di bello o “giusto” la persona abbia fatto.

esami di stato: la sorveglianza

Ecco che si gioca la frenesia paranoica della burocrazia. Non solo smartphone, lettori digitali, iPod e altre cose devono essere consegnate quotidianamente all’inizio delle prove; non solo gli studenti non devono parlare fra di loro; non solo occorre contare e annotate ogni singolo foglio, foglietto consegnato ai candidati; non solo tutto ciò ma anche, e soprattutto, i docenti devono controllare che “tutto proceda a dovere”.

Ne va della validità della prova ma sopratutto della credibilità dei docenti che se non sono abbastanza attenti alla forma allora sono nascostamente rimproverati dai colleghi: “un docente che non rispetti la forma non può essere un docente autorevole”.

E poi c’è una presenza invisibile ma attiva e inquietante: i docenti della commissione esterna. Ignoti agli studenti appaiono e scompaiono come entità metafisiche che incutono terrore. I sottili rimasugli delle gerarchie angeliche incarnate nella burocrazia. Il peggio dell’umano e il meglio del divino fantastico danno corpo all’inquietudine del giudizio. “La tua vita dipende da ciò che dicono i docenti”.

esami di stato

Ecco che la cosa ritorna, inesorabilmente. Questa volta 3 classi. Ma non è la prima volta. Mi è capitato di averne anche su scuole diverse, statali e private.

Ma ogni volta è un’esperienza nuova. Membri della commissione, studenti, prove: tutto congiura per fare della stessa cosa un evento diverso ogni anno. Lo schema istituzionale fa emergere delle differenze tutte umane e casuali.

Il ritorno dell’identico

  • Le tesine completate all’ultimo minuto utile.
  • L’ansia del registro online degli esami: funziona o non funziona? Dopo il primo giorno funziona.
  • La documentazione da consegnare al Presidente della Commissione.
  • La presentazione della classe alla Commissione con i sufficienti, i bravini e quelli eccezionali.
  • I giornali e la discussione sulla prova l’italiano.
  • Lo studente che arriva in ritardo.

Le novità dell’anno

  • Delle tesine promettenti.
  • Che sarà dell’Alternanza Scuola Lavoro?
  • È l’ultima volta dell’esame organizzato in questo modo.

esami: salutare gli studenti

Li vedi uscire dall’aula calda e umida, poi li intravedi sorridere agli amici e ai parenti che aspettavano fuori. Tu, invece, resti dentro a decidere assieme alla commissione l’esito dell’esame e infine il voto.

E’ in pratica l’ultima volta in cui studenti e professori si vedono. Dopo sarà un’altra cosa: gli studenti non vorranno far sapere troppo della loro vita e i professori non potranno coinvolgerli nelle lezioni e nelle interrogazioni. Certo che da questo punto di vista è un mestiere strano: condividi con 70, 100, 180 persone pensieri, emozioni e sorprese legate agli aspetti più impegnativi della storia, della mente dell’umanità e tutto ciò in qualche modo resta immerso in una profondità esistenziale spesso inconsapevole, circoscritto a un periodo i cui resti riemergeranno anni o decenni dopo. In alcuni casi, le nozioni sopratutto quelle procedurali, restano. Qualcuno dirà di aver acquisito il “metodo di studio” ma credo che avesse già una forma di rigore latente e che abbia avuto la fortuna di incontrare persone che la hanno lasciata emergere.

Si vorrebbe dire un’ultima cosa a quegli uomini e donne che escono dall’aula. Guardarli ancora una volta negli occhi per far capire loro che hanno un po’ di tempo, ma non troppo; che hanno molte possibilità, ma non troppe; che la vita è dura ma incontreranno meraviglie, stupori e sorprese inimmaginabili; che la vera lotta è con se stessi e non con i fatti e gli altri; che lo studio è servito, anche se non vogliono dirselo.

Uno vorrebbe stipulare una pace dopo le battaglie condotte nelle aule per la conoscenza e non sempre è possibile.

le domande agli esami: alle volte delle trappole

Poi ci sono le domande e non è che siano temute solo dagli studenti. Per esempio, la prima domanda è rischiosa perché condiziona l’andamento complessivo dell’esame. Anche se conosci gli studenti e li hai interrogati negli anni, resta l’incertezza perché temi di chiedere ciò che mette in difficoltà lo studente.

Ogni studente, inoltre, ha una dotazione di circuiti neuronali personali con cui occorre sintonizzarsi. L’esame dovrebbe verificare se e quali lo studio ha consolidato negli anni. Ed è come cercare il filo di una rete immersa nell’acqua profonda del mare, con quello strumento alle volte grossolano che è il linguaggio. Tipicamente il docente ha delle reti neuronali abbastanza robuste e controllate con anni di letture, lezioni e interrogazioni che sfrutta con una certa flessibilità e capacità di ridisegnare il discorso a seconda degli eventi improvvisi, dei segnali para linguistici, dell’opportunità e dell’intuizione. Insomma può pescare nel mare della mente degli studenti usando come ami le parole.

Ma alle volte il docente ha una concezione troppo elevata del proprio compito, ha le idee troppo chiare sulla propria disciplina, cui solo pochi possono innalzarsi. A questi è riservato il trattamento degli eletti: l’interrogazione non segue il “programma”, in genere detto con il tono con cui si insulta, ma si muove liberamente negli spazi eterei della conoscenza e dell’unione mistica fra studente e docente. Per tutti gli altri c’è la domanda trappola: “Parli di ciò che preferisce”. Apparentemente per facilitare lo studente, ma di fatto per metterlo in difficoltà con la minaccia implicita: “Non ho responsabilità di ciò che ti chiedo perché sei tu che lo hai scelto”. In questi casi le domande seguono il circuito che il docente ha in mente, e al candidato non resta altro che assecondare, annuendo passivamente, il percorso terminologico snocciolato dall’esaminatore, crudelmente gentile, fino al congedo suggellato dalla fredda dichiarazione: “Passi al collega.” In genere le parole sono accompagnate dal gesto di chiusura del libro di testo. Come a concludere un discorso che il candidato non poteva capire. Ma la trappola era già stata predisposta con la prima domanda, “Mi dica ciò che vuole”. Il docente osserva con compassione il candidato caduto, ma ne gode perché la presunta purezza della sua disciplina è stata preservata. Lo studente, intrappolato in una domanda a doppio legame, subisce una violenza psicologica e un’umiliazione intellettuale, e passa al docente successivo con il senso di una sconfitta. E ritrovare termini, parole, collegamenti per chi arriva dopo è difficile, alle volte impossibile.

esame di stato 2017

Allora, si comincia. I primi giorni sono faticosi per le incombenze burocratiche, per i documenti da leggere, le griglie da redigere e verbalizzare.

Si inizia a parlare con i “membri esterni” ovvero colleghi di altre scuole che compongono la commissione d’esame. E con due professori che si parlano, prima o poi il discorso tocca argomenti cruciali come le misere condizioni in cui versa la cultura italiana. Questo è il modo in cui i docenti si riconoscono e si annusano.

Uno degli argomenti è se la commissione debba essere di soli interni, scelta che per me ha reso ridicoli gli esami. Ricordo gli anni di commissioni di soli interni e di studenti promossi per “il percorso fatto negli anni” mica per quanto fatto all’esame.

Poi i ragazzi e le ragazze. Ma di questo più avanti. Per ora il caldo ci fonde come sottilette in un unico polpettone.

conclusione degli esami di stato

Gli esami sono finiti. Due settimane di correzioni e interrogazioni sono state impacchettate, sigillate e archiviate. E un po’ mi dispiace.

Ora voti e commenti non sono così essenziali. Per il lavoro voti non sono così essenziali perché la scuola è spesso distante dal mondo del lavoro. Per l’università si hanno alcuni vantaggi nei crediti, se si ha un voto elevato.

Ma non è di voti che voglio parlare.

L’essenziale degli esami è da chiarire. Come tutti i riti di passaggio è un evento che non può essere scomposto in istanti. Entri in un modo e ne esci cambiato. Questo è tutto. Tutta la questione delle domande, dei voti, delle correzioni sono un rito sociale di legittimazione e di lotta. Sul piano dei contenuti e delle competenze è tutto da rifare.

esami di stato 10

Finiti gli orali studentesse e studenti raccolgono le loro cose, i fogli e i file della tesina, la carta d’identità, la borsa o la cartella e si avviano verso la porta. Prima di uscire si voltano per un istante per sbirciare i professori. Sperano di rubare un segno che permetta loro di divinare l’esito dell’esame.

Poi si avviano e sulla porta lanciano velocemente ancora uno sguardo verso quel mondo che si sta chiudendo per sempre alle loro spalle. C’è la sorpresa, lo sgomento, di vedere 5 anni di vita che svaniscono rapidamente negli echi di una scuola svuotata e senza fuochi d’artificio, senza eventi eccezionali. Forse sperano in un segno che attesti il passaggio. Può essere stata la stretta di mano del presidente o l’augurio per il futuro o lo sguardo degli sconosciuti che da dietro dei banchi hanno ascoltato e valutato le loro parole e i loro volti? Hanno superato una soglia ma non sanno dire quando, dove o come sia avvenuto il passaggio. Forse durante l’interrogazione di italiano o quando hanno letto di essere stati ammessi all’esame o dicendo di aver compreso un errore degli scritti o chissà dove. Per un attimo camminano come sospesi sulla porta: svuotati del passato e pieni di speranze. Altre persone e altri eventi penseranno ai loro timidi sogni di oggi.

Tornano verso il pranzo a casa, come una qualsiasi altra giornata. Ma è tutto cambiato perché le trasformazioni più profonde riportano alla propria esistenza ma mutati.