conclusione degli esami di stato

Gli esami sono finiti. Due settimane di correzioni e interrogazioni sono state impacchettate, sigillate e archiviate. E un po’ mi dispiace.

Ora voti e commenti non sono così essenziali. Per il lavoro voti non sono così essenziali perché la scuola è spesso distante dal mondo del lavoro. Per l’università si hanno alcuni vantaggi nei crediti, se si ha un voto elevato.

Ma non è di voti che voglio parlare.

L’essenziale degli esami è da chiarire. Come tutti i riti di passaggio è un evento che non può essere scomposto in istanti. Entri in un modo e ne esci cambiato. Questo è tutto. Tutta la questione delle domande, dei voti, delle correzioni sono un rito sociale di legittimazione e di lotta. Sul piano dei contenuti e delle competenze è tutto da rifare.

esami di stato 10

Finiti gli orali studentesse e studenti raccolgono le loro cose, i fogli e i file della tesina, la carta d’identità, la borsa o la cartella e si avviano verso la porta. Prima di uscire si voltano per un istante per sbirciare i professori. Sperano di rubare un segno che permetta loro di divinare l’esito dell’esame.

Poi si avviano e sulla porta lanciano velocemente ancora uno sguardo verso quel mondo che si sta chiudendo per sempre alle loro spalle. C’è la sorpresa, lo sgomento, di vedere 5 anni di vita che svaniscono rapidamente negli echi di una scuola svuotata e senza fuochi d’artificio, senza eventi eccezionali. Forse sperano in un segno che attesti il passaggio. Può essere stata la stretta di mano del presidente o l’augurio per il futuro o lo sguardo degli sconosciuti che da dietro dei banchi hanno ascoltato e valutato le loro parole e i loro volti? Hanno superato una soglia ma non sanno dire quando, dove o come sia avvenuto il passaggio. Forse durante l’interrogazione di italiano o quando hanno letto di essere stati ammessi all’esame o dicendo di aver compreso un errore degli scritti o chissà dove. Per un attimo camminano come sospesi sulla porta: svuotati del passato e pieni di speranze. Altre persone e altri eventi penseranno ai loro timidi sogni di oggi.

Tornano verso il pranzo a casa, come una qualsiasi altra giornata. Ma è tutto cambiato perché le trasformazioni più profonde riportano alla propria esistenza ma mutati.

esami di stato 04

Svegliato presto e preso treno alle 6.35. Giornata dedicata alle correzioni.

La lotta degli studenti con il linguaggio e i concetti emerge dalle pagine che trasudano imbarazzo. Vorrei far capire a studentesse e studenti che l’essenziale è lavorare sulle idee e non su ciò che immaginano possa piacere alla commissione. Ma attenersi all’essenziale non sempre viene insegnato. A scuola si addestrano gli studenti a:

  • non andare fuori tema;
  • rispettare le consegne;
  • essere seri.

Sento un improvviso e forte bisogno di stupore. Magari una poesia, una canzone che mi riconcilii con la vita.

Ma agli esami ci si può commuovere?

fine anno

L’anno scolastico è praticamente finito e come spesso mi accade sono stanco. Con alcune classi ho instaurato un buon rapporto. Con altre è più difficile.

Resta la domanda sul senso del lavoro fatto, sulle opportunità colte e su quelle non viste. Sempre che quelle che si chiamano opportunità siano realmente tali.

perché mi piace insegnare filosofia?

Quest’anno dovrò insegnare sociologia, psicologia, antropologia culturale e pedagogia riducendo la filosofia. Mi spiace ma colgo l’occasione per cercare di rispondere a una domanda banale che non ho mai affrontato davvero.

Perché insegno filosofia? Alcune circostanze storiche e casuali mi hanno portato a questo lavoro, ma poi ho scelto e scelgo di insegnare questa materia difficile a ragazze e ragazzi recalcitranti. Nella mia vita ho fatto diversi lavori che poi ho smesso, mentre quando si è trattato di insegnare filosofia mi sono fermato. Perché?

La prima risposta è che mi piace il linguaggio e parte della filosofia gioca e sguazza nel linguaggio, con l’etimologia, con i termini e le definizioni. Alle volte inventa etimologie.

La seconda è che molte delle mie letture filosofiche mi hanno emozionato e trasmesso delle conoscenze significative e spesso illuminanti. Nulla di facile o veloce ma anni di letture, di studio e di fatica. Per esempio, Kant. Al liceo avevo cercato di studiare Kant, dico cercato perché a 17/18 anni non puoi capire la Critica della ragio pura, la Critica della ragion pratica e men che meno la Critica del giudizio. L’unica cosa che mi ha fatto pensare del Kant del liceo è stata la sua capacità quasi ascetica di oggettivare i propri processi percettivi e mentali nella solitudine della propria stanza, tramite la scrittura. E allo stesso tempo di essere così profondamente in comunicazione con gli altri esseri umani. All’università sono passato attraverso la fatica della Pura per gli esami e poi mi è accaduta una illuminazione sulla deduzione trascendentale. Non so quanti anni dopo aver sentito per la prima volta il nome, ho compreso una cosa che ha scritto. E ne sono uscito trasformato.

La terza è che attraverso la filosofia sono coinvolto in uno scambio mentale con gli altri intimo e intenso. I concetti e i ragionamenti dei brani e dei manuali mi permettono di condividere un regno, un tessuto mentale di idee, concetti e significati che ci tiene assieme nelle differenze. Ma anche qualcosa di ulteriore: attraverso i ragionamenti e le parole “vedo” le persone con cui parlo, ne vedo la mind, per dirla in inglese.

Infine, gli studenti. Mi stupiscono positivamente. Ricordo frasi e concetti di molti. Per rompere il ghiaccio e iniziare a conoscere la classe che non conosco, all’inizio dell’anno chiedo cosa sia per loro la filosofia. E specifico che non voglio che mi ripetano quello che hanno studiato ma che cosa hanno elaborato personalmente di ciò che hanno, o non hanno, studiato. Una ragazza, diversi anni fa, mi lasciò senza parole quando rispose: “Per me la filosofia è un modo per entrare in relazione con la realtà”.