Charles Baudelaire, la musica

Come un mare la musica sovente
mi rapisce! E inalbero la vela
sotto nebbiosa volta o nell’azzurro
verso la mia pallida stella.
Petto in avanti, come una vela gonfio,
scavalco dei gran flutti accavallati
le creste, che la notte mi nasconde.
In me sento vibrare affetti opposti
come una nave che patisce. Il vento
che l’asseconda ed i convulsi strappi
della tempesta sull’immenso abisso
mi cullano. – Altre volte, poi, bonaccia:
grande specchio alla mia disperazione.

Musica e mare, anche in Francia.

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navigare, mare e musica

Il tema del navigare appartiene alla cultura inglese, per evidenti ragioni geografiche e politiche. Inoltre il mare, il rischio e il desiderio del navigare oltre il confine terrestre del noto assume contorni metafisici. L’immagine di Doré per The Ryme of the Ancient Mariner in testa riassume il fascino colmo di terrore e ammirazione che il mare ispira. Ritroviamo il mare con il suo carico inquietante in alcune canzoni rock e di rock progressive.

Procul Harum, A salty dog, 1969. Un viaggio per nave e la scoperta di una nuova terra. La musica è sospesa nel racconto dell’approdo e dell’esplorazione della terra sconosciuta. C’è qualcosa di misterioso, attraente ma anche inquietante. E se la pace dell’isola fosse il fascino paralizzante della morte?

King Crimson, da Islands, 1971. Un disco che si rifà esplicitamente all’Odissea e molto dibattuto fra i critici perché diverso da quelli precedenti, come un viaggio per mare che abbandona le terre conosciute. Seleziono tre brani.

Sailor Tale. Un brano rock selvaggio, ruggente e aspro. Il tintinnare dei piatti all’apertura fa capire che il racconto del marinaio non sarà rassicurante ma ciò che perde in serenità guadagna di forza.

Prelude, Songs of the Seaguls. Un quartetto di musica classica. Gabbiani che si librano composti nel vento illuminando il mondo con una misura cristallizzata e in fondo lontana perché artificiale. Il gabbiano ucciso ne The Ryme qui diventa un ricordo lezioso.

Islands, un’isola così bella non si era sentita, e vista, mai. Si resta attoniti ad ascoltare l’estasi senza tempo che crescendo riempe ma incatena. Il dialogo alla fine, con una traccia fantasma, rompe l’incanto estatico. Island è il titolo e nelle isole si incappa in incanti sfuggenti.

Poi ci sono gli amati, e odiati, Pink Floyd. In due canzoni di The Wall.

In Another Brick in the Wall 1, l’oceano è il confine pauroso oltre il quale il padre di Roger Waters muore lasciando solo il figlio. Il mare ha un lato avventuroso, dai risvolti metafisici il cui contatto ha un costo doloroso per chi resta: il marinaio muore e lascia solo chi resta a terra.

Poi Confortably numb, mentre Pink è nella penombra della coscienza fra dolore, farmaci, droghe, ricordi e deliri emerge l’immagine una distant ship che evoca viaggi per mare. Ma l’attrazione del viaggio per mare, forse per ritrovare il padre morto, si scontra con l’immobilità dolente della consapevolezza degli scacchi dell’esistenza.

Il morto lieto

In un terreno grasso e di lumache
pieno, voglio scavarmi una profonda
fossa, dove distendere a mio agio
le mie vecchie ossa e nell’oblio dormire
come fa il pescecane in mezzo all’onda.
Detesto i testamenti, odio i sepolcri;
preferirei, piuttosto che implorare
dagli uomini una lacrima, da vivo
invitare a far scempio i corvi sopra
tutte le parti della mia carcassa
immonda. O vermi, miei neri compagni
senza orecchie e senza occhi, a voi venire
guardate un morto libero e gioioso;
filosofi gaudenti, figli della
putrefazione, andate dunque senza
rimorso per la mia rovina e ditemi
se qualche altra tortura ancora esiste
per questo vecchio corpo ormai senza anima
e morto tra il gran numero dei morti!

64. E.E. Cummings

odio gonfia una bolla di sconforto
a immensità mondo sistema universo e bus
-paura sotterra un domani nel buio
e su spunta ieri giovanissimo e verde

piacere e pena non sono che facce
(una si mostra, si nasconde una)
ninna della vita unico vero valore
è l’amore che fa solida moneta.

venisse uno a chiedere a madame morte
subitanea e senz’inverno primavera?
ella torcerà quello spirito con le
sue dita dandogli nulla  (se non canta)

a noi tanto più di quanto ci basta
cara. E se canto tu sei la mia voce,

E.E. Cummings, Poesie, Einaudi, Torino, 1998, pag. 181. Traduzione di Mary De Rachewiltz.

da Foglie d’erba, Whitman

50

C’è questo in me – io non so che cosa sia  ma so che
c’è.

Contorto e sudato, bagnato di sudore – calmo, poi, e
rinfrescato il corpo
E dormo – dormo a lungo.

Non lo conosco – non ha nome – è una parola non
detta,
Non c’è in nessun dizionario, simbolo, espressione.

Qualcosa lo fa roteare più che la terra su cui io ruoto,
La creazione è l’amica il cui abbraccio mi sveglia a
contemplarlo.

Potrei dire di più, probabilmente. Abbozzi! Io difendo i
miei fratello e sorelle.

Vedete, miei fratelli e sorelle?
Non è né caos né morte – è forma, unione, disegno – è
vita eterna – è Felicità.

W. Whitman, Foglie d’erba, Rizzoli, Milano, 1996, pp. 273-275, traduzione Ariodante Marianni.

ancyent marinere

“Confessami, deh, confessami, sant’uomo!”
L’Eremita si segnò sulla fronte:
“Di’ dunque”, egli disse, “di’ dunque:
Che uomo tu sei?”

E d’un tratto questa mia carcassa fu scossa
Da spasimi atroci,
Che mi costrinsero a dire la mia storia
E solo allora m’abbandonarono.

E da allora quando il cielo trascolora,
Qualche volta o più di frequente
Quell’angoscia ritorna a farmi ripetere
La mia tremenda avventura.

Vago, come la notte, di paese in paese,
Dotato d’una strana facoltà di parola:
Non appena vedo un volto
So subito se è colui che mi deve ascoltare,
E a lui narro la mia storia.

Che frastuono s’ode dietro quella porta!
Gli invitati son riuniti là dentro,
Ma nel pergolato la sposa
E le sue damigelle stan cantando:
Rintocca la campanella del vespro
Che mi chiama alla preghiera.

O convitato! Questa mia anima solitaria
Ha vagato sul vasto mare sterminato:
Era così deserto che Dio stesso
Sembrava averlo abbandonato.

S. T. Colerdige, “The Rime of the Ancyent Marinere”, vv. 607 – 633, da Wordsorth, Colerdige, Ballate liriche, Mondadori, 1982, traduzione di Franco Marucci.

The Rime of the Ancient Mariner (text of 1834).