Western was in flame

Il mare a ponente era un incendio,
Il giorno volgeva quasi al tramonto!
A picco sul mare a ponente
Stava la sfera infuocata del sole;
Fu allora che la strana forma s’intromise
D’un tratto tra noi e il sole.

E presto il sole fu solcato da sbarre
(Soccorrici, madre del Cielo!)
Come se dalla grata d’una prigione ci guardasse
Con volto immenso e infuocato.

Ahimè! (io pensavo e martellava il mio cuore)
Come s’avanza veloce!
Son forse quelle tremolanti ragnatele
Le sue vele che balenano al sole?

Son questo nudo fasciame le sbarre che solcavano
Il sole, che di là dietro ci scrutava?
E son questi due l’interna ciurma,
Quella donna e il suo spettrale compagno?

S. T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio, v. 163 – 180, traduzione Franco Marucci da Wordsowrth, Coleridge, Ballate liriche, Mondadori, Milano, 1982.

Nowhere hollow man

Essere nessuno, essere vuoto non è da sfuggire perché è trovarsi sulla soglia delle creatività, del nulla e della consapevolezza. Socrate diceva di sé che era vuoto e perciò nella condizione di essere pronto a cercare seriamente. John Lennon quando si definì Nowhere Man diede inizio alla fase più creativa e rivoluzionaria. Eliot parla di Hollow Man. Schopenhauer individua la sapienza filosofica nella consapevolezza che le nostre rappresentazioni sono nulla. Insomma meglio non scappare terrorizzati di fronte al nulla come fanno gli omini e le donnine del fumetto ma conoscerlo e starci a fianco.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimé!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra venti infranti
Nella nostra arida cantina.

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto.

Comunque fra Beatles e Eliot mi pare ci siano più accostamenti e affinità di quanto non possa sembrare.

Whitman: All truths wait in all things

La verità è in attesa in ogni cosa,
Non affretta né ostacola il suo parto,
Non ha bisogno del forcipe né del chirurgo,
L’irrilevante è importante ai miei occhi quanto il resto
(Cosa è inferiore o superiore al tatto?).

La logica e i sermoni non convincono mai,
L’umido della notte penetra più profondamente nella mia anima.

(Solo ciò che dà la prova di sé a ogni uomo e a ogni donna,
Solo ciò che nessuno smentisce è così).

Un solo attimo e una mia sola stilla mettono in ordine la mente,
Credo che ogni zotico possa diventare lampada e amante,
E che il compendio dei compendi è la carne dell’uomo e della donna,
E sommità fiorita il sentimento che hanno l’uno per l’altra.
E che devono diramarsi senza limiti da quella lezione finché diventi onnifica,
E finché tutti ci daranno gioia, e noi a loro.

Walt Whitman, Foglie d’erba, Rizzoli, 1988, pag. 187 – 189, traduzione di Ariodante Marianni.

Apollo

Diceva pregando: lo udì Febo Apollo

e scese dalle cime d’Olimpo sdegnato in cuore.

Portava l’arco a tracolla e la chiusa faretra.

Tintinnarono sulla spalla le frecce del dio furibondo

mentre avanzava scivolando simile a notte,

poi si fermava un po’ discosto dal campo e scoccò una freccia:

sibilo pauroso scattò dall’arco d’argento.

Dapprima puntò muli e cani veloci,

poi prendeva a drizzare sugli umani lo strale accuminato

e scoccava: roghi di cadaveri ardevano fitti.

Omero, Iliade, Mondadori, 2018, Milano, a cura di Franco Ferrari, canto I versi 43 – 52.

Immagine: il padre di Criseide implora Agamennone perché liberi la figlia.

canto di me stesso, 4, Whitman

La gente che passa e che m’interroga,
Le persone che incontro, gli effetti su di me dei miei primi anni o del quartiere, della città, della nazione in cui vivo.
Gli avvenimenti recenti, le scoperte e invenzioni, le società, gli autori vecchi e nuovi,
Il pranzo, gli abiti, i compagni, il bell’aspetto, i complimenti, i doveri,
L’indifferenza reale o immaginaria di qualcuno che amo,
La malattia d’uno dei miei o mia, le malefatte, la perdita o la penuria di denaro, le depressioni o l’euforia,
Le battaglie, gli orrori della guerra fratricida, la febbre delle dubbie notizie, lo spasmo degli avvenimenti,
Tutto questo mi arriva giorno e notte, e se ne va,
Ma non sono il mio Io.

Separato da ciò che attira e trascina sta quello che io sono,
Se ne sta divertito, compiacente, compassionevole, inattivo, unitario,
Guarda dall’alto, è eretto, o paggio un braccio a un impalpabile sicuro sostegno,
Con la testa piegata di lato, curioso di ciò che verrà dopo,
Dentro e fuori dal gioco, osservandolo e meravigliandosi.
Ripenso ai giorni passati quando mi affaticavo nella nebbia con linguisti e dialettici,
Non ho battute o argomenti, io testimonio e attendo.

Walt Whitman, Foglie d’erba, Rizzoli, Milano, 1988, sesta edizione 1996, traduzione Ariodante Marianni, pag. 111-113.

Testo originale dal Whitman Archive.

oh, sempre vita, sempre morte

Oh, sempre vita, sempre morte!
Oh, i miei funerali passati e presenti,
Ohimè, io che avanzo a grandi passi, corporeo, visibile, imperioso per sempre,
Ohimè, quello che fui per anni, ora defunto (non mi lamento, sono contento);
Oh, sganciarmi da tutti quei cadaveri, che mi giro a guardare dove li ho buttati,
Per proseguire (oh vita! sempre vita!) e lasciare indietro i cadaveri.

Walt Whitman, Foglie d’erba, traduzione Ariodante Marianni, BUR, Milano, 1988, pag. 460-461.

Walt Whitman: l’amplesso delle aquile

Lungo la strada che costeggia il fiume (mia pomeridiana
passeggiata, mio ristoro),
Alto nell’aria, improvviso, un rumore smorzato, due
aquile in amore,
L’impetuoso avido contatto, l’unione alto nello spazio,
Artigli che si afferrano, s’intrecciano, una ruota
selvaggia, viva, turbinante,
Quattro ali che battono, due becchi, una massa
vorticosa strettamente avvinghiata,
Che cala in cerchi, si rovescia, s’arrotola, cade giù
a precipizio,
Finché sul fiume sospesi, ancora uniti, la calma d’un
istante,
Un immobile muto bilanciarsi nell’aria, poi il distacco,
gli artigli che si sciolgono,
Le ali lente e salde nuovamente piegate verso l’alto, i
loro voli diversi, separati,
Lei il suo, lui il suo, seguendo.

Walt Whitman, Foglie d’erba, Rizzoli, Milano, 1988, traduzione Ariodante Marianni. Pag. 373-375.

Walt Whitman: cosa c’è in me

C’è questo in me – io non so che cosa sia – ma so che
c’è.

Contorto e sudato, bagnato di sudore – calmo, poi, e
rinfrescato il corpo,
E dormo – dormo a lungo.

Non lo conosco – non ha nome – è una parola non
detta,
Non c’è in nessun dizionario, simbolo, espressione.

Qualcosa lo fa roteare più che la terra su cui io ruoto,
La creazione è l’amica il cui abbraccio mi sveglia a
contemplarlo.

Potrei dire di più, probabilmente. Abbozzi! Io difendo i
miei fratelli e sorelle.

Vedete, miei fratelli e sorelle?
Non è né caos né morte – è la forma, unione, disegno – è
vita eterna – Felicità.

Walt Whitman, Foglie d’erba, Rizzoli, Milano, 1988, traduzione di Ariodante Marianni. Pag. 273, versi 1307 – 1315.

Umberto Saba,

Un marinaio di noi mi parlava,
di noi fra un ritornello di taverna.
Sotto l’azzurra blusa una fraterna
pena a me l’uguagliava.

La sua storia d’amore a me narrando,
sparger lo vidi una lacrima sola.
Ma una lacrima d’uomo, una, una sola,
val tutto il vostro pianto.

“Quell’uomo ed uno come te, ma come
possono sedere assieme all’osteria?”
Ed anche per dir male, Lina mia,
delle povere donne.

Umberto Saba, Antologia del “Canzoniere”, Einaudi, Torino, 1963, pag. 45