didattica della filosofia: il linguaggio

In un altro articolo ho descritto un percorso dedicato alla compassione che ho tenuto durante il lockdown. Ora ne espongo un secondo che riguarda il linguaggio.

Perché questa riflessione?

Esiste una relazione generale fra linguaggio, individuo e democrazia. Negli ultimi decenni ci si è concentrati sul rapporto fra democrazia e media, televisione, giornali e poi il “web”. Per questo sembra di ripetere un discorso già tenuto e come tutti i discorsi già ascoltati, può perdere di mordente. Ma qui ho voluto che gli studenti considerassero un aspetto lasciato in ombra, per quanto in fondo sotto gli occhi di tutti: i media, e il web sopratutto, fioriscono grazie al linguaggio, colloquiale, colto o schematico. Per introdurre l’argomento ho usato l’audio di un filosofo italiano vivente, Salvatore Natoli, per il quale la sopravvivenza della democrazia dipende da una sorta di costante apprendimento linguistico.

In aggiunta alle parole di Natoli, le osservazioni sulla neolingua che George Orwell aggiunse in coda al suo romanzo 1984. La neolingua di 1984 è pensata per eliminare metafore, per essere semplice, per stigmatizzare, per esprimere concetti opposti con il medesimo termine. Semplificare il linguaggio per ridurre le capacità interpretative delle persone.

Linguaggio e musica

La trattazione ha inizio dopo l’introduzione generale e poi propongo delle musiche per stimolare la riflessione e la partecipazione dei ragazzi. Invito ad ascoltare tre canzoni che citano il linguaggio pur essendo diverse fra di loro per stile, periodo.

  • No language in our lung, del gruppo inglese XTC. Quando mancano le parole: nei nostri polmoni c’è il fiato per dire ma le parole falliscono proprio quando dovrebbero dare il meglio di sé.
  • Don’t talk (put your head on my shoulders), degli americani Beach Boys. Le parole possono essere superflue perché ascoltare il battito del cuore è arduo e richiede il silenzio. Ma se non ci fosse un discorso e il linguaggio, esisterebbe il silenzio?
  • Language is a virus, della cantante e compositrice americana Laurie Anderson. A disease is spreading worldwide. But what if also language itself were a virus.

Linguaggio e quarantena

Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore. La metafora della guerra è la più usata per raccontare il coronavirus. Ma cosa si annida nelle metafore? Il mutamento (linguistico) del coronavirus. Per conoscere i risvolti linguistici del Corona Virus discutiamo in videoconferenza alcuni articoli che analizzano la lingua della pandemia ovvero come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare, dall’ossessione per i termini medici a quella per la panificazione.

Linguaggio e realtà

Un rapporto difficile da sempre.  Una parte consistente della filosofia del Novecento si è occupata del linguaggio, inteso come l’orizzonte trascendentale di senso dell’uomo. Per Wittengstein “I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo”. Prima il linguaggio o prima le cose? E’ il linguaggio a determinare la realtà o la realtà a modificare il linguaggio? Metafore: fra linguaggio e pensiero. Per illustrare le caratteristiche della metafora ho fatto un video.

I principi regolativi della comunicazione

In conclusione le quattro massime della comunicazione di Grice. Con esercizio pratico di analisi di articoli valutati in base alle massime di Grice.

Golden Slumbers e Like a Rolling Stone

Ne ho parlato altrove, ma ho trovato ancora dell’altro che mi preme scrivere. Tre canzoni, brevi a fine di un decennio gigantesco e vitale; tre canzoni che racchiudono mondi su mondi: Golden slumber, Carry that Weight e The end.

La prima è una ninna nanna composta da McCartney che riprende una musica del 1600. La strada per tornare a casa è persa per sempre. Irrevocabilmente. Qualche hanno prima Bob Dylan con Like a Rolling Stone chiedeva How does it feels? quando non c’è direzione verso casa. McCartney propone una specie di ninna nanna cantata con una voce dolce e rabbiosa. Essendo troppo profondo il dolore di essere senza casa occorre opporre un’illusione di sogno allo spaesamento? C’è bisogno di chiudere gli occhi di fronte alla realtà? Oppure, forse, non essendoci più la strada verso le identità famigliari si vive come rolling stones che scoprono terre nuove in cui sogno e ragione sfumano l’una nell’altra. Forse, quando le certezze mancano si vive nella terra di mezzo, dei mondi possibili, delle sfumature, dei passaggi fra i confini, delle somiglianze di famiglia. E se scoprissimo che la realtà è fatta del tessuto di cui sono fatti i sogni?

Poi arriva Carry that weight. Il tema musicale e le parti del testo riprendono una canzone precedente You never give me your money. Nei sogni si fanno anche i conti che non sempre tornano a nostro vantaggio. L’ordine del dare e dell’avere che conduceva alla cassaforte ben custodita in casa non vale più. E allora forse non siamo stati così buoni come pensavamo; forse non abbiamo dato quello che era davvero importante; forse ci siamo nascosti dietro un dare e avere spaventato e rancoroso. Quel dare e avere calcolato in base alla paura di perdere qualcosa di famigliare: un’identità. Il conto resta aperto con rimpianti che tagliano in mille pezzi il ritratto di una vita.

E il sigillo finale. I Doors avevano esordito come gruppo e aperto un’epoca con The End rito sciamanico edipico. I Beatles chiudono gli anni Sessanta con una canzone con lo stesso titolo. E’ l’unica canzone con un assolo di batteria di Ringo seguito dalle chitarre di Lennon, McCartney e Harrison che riassumono i suoni di tutti gli anni Sessanta in una manciata di secondi ascoltiamo vite, amori, speranze, rivolte, illusioni. Poi la strofa finale per chiudere e aprire con una nuova misura, valida anche nel sogno:

Oh yeah, all right
Are you going to be in my dreams
Tonight?

And in the end
The love you take
Is equal to the love you make

Dopo i rimpianti, dopo i conti che non tornano, dopo i fraintendimenti, verrai a trovarmi nei miei sogni? Sarai con me? Perché quando ci troviamo soli alla fine del sogno e delle cose a stringere rimpianti tagliandosi con le risposte mai date, le offerte fraintese, le parole spaventate gettate come verità dopo questo e quant’altro, c’è una golden rule che intreccia il tessuto di cui siamo fatti: l’amore che riceviamo è uguale all’amore che diamo.

Nowhere hollow man

Essere nessuno, essere vuoto non è da sfuggire perché è trovarsi sulla soglia delle creatività, del nulla e della consapevolezza. Socrate diceva di sé che era vuoto e perciò nella condizione di essere pronto a cercare seriamente. John Lennon quando si definì Nowhere Man diede inizio alla fase più creativa e rivoluzionaria. Eliot parla di Hollow Man. Schopenhauer individua la sapienza filosofica nella consapevolezza che le nostre rappresentazioni sono nulla. Insomma meglio non scappare terrorizzati di fronte al nulla come fanno gli omini e le donnine del fumetto ma conoscerlo e starci a fianco.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimé!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra venti infranti
Nella nostra arida cantina.

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto.

Comunque fra Beatles e Eliot mi pare ci siano più accostamenti e affinità di quanto non possa sembrare.

essenzialità e rock

Ora molti critici rivedono il loro giudizio sul rock e iniziano a considerarlo come una forma d’arte. Alcuni studiosi hanno individuato una cadenza rock da aggiungere a quelle tradizionali come quella plagale. Il Nobel a Bob Dylan ha stabilito in modo definitivo che neanche i testi rock sono cosucce. Poi ci sono studi più o meno seri e completi sui testi, sui risvolti sociali. Ricordo anche un confronto fra A day in Life dei Beatles e The Waste Land di Eliot.

Devo dire che tutto ciò riscatta culturalmente il rock ma orbita attorno al nucleo senza toccarlo.

Il rock è ricerca dell’essenza. E intendo essenza nel suo senso più impegnativo. Una buona canzone rock non concede nulla ai fronzoli, alle “menate”, come diceva Finardi. Sono tre, quattro accordi che devono arrivare dritti al cuore della cosa: amore, desiderio, paura, rivalità, tenerezza, solitudine. Non c’è tempo e voglia per soffermarsi sui particolari.

E la faccenda di raggiungere il cuore delle cose, carpirne il segreto e portarlo alla luce è rischiosa. Gli esempi mitologici sono eloquenti: Prometeo paga con una pena sempre nuova il dono del fuoco agli uomini. Così molti eroi del rock pagano con la vita quella danza in bilico fra il sublime e il ridicolo con cui celebrano il rito primordiale di mostrare a un pubblico ignaro l’essenza drammatica e gioiosa della vita.

Our house, CSNY

Our House

Un disco all’interno di Deja vu (1970) l’unico disco che i quattro mostri sacri degli hyppies e degli anni Sessanta, Crosby, Still, Nash e Young, riuscirono a scrivere assieme. La canzone è scritta da Graham Nash che mise in musica una situazione molto quotidiana e semplice vissuta con la sua compagna di allora, Joni Mitchell: l’acquisto di un vaso di fiori che vengono poi portati a casa.

A essere onesto, questa canzone non mi piace. E’ così mielosa, autoreferenziale ed egoista nella propria apparente felicità che mi irrita. Eppure ha una sua verità: i due sono innamorati e felici delle cose quotidiane semplicemente perché sono in quella fase dell’innamoramento in cui tutto è perfetto, armonico. L’altro potrebbe ingurgitare rumorosamente un’aragosta con guscio e tutto, ma tu sei innamorato e quei suoni gutturali sono l’armonia dell’universo.

Armonia dell’universo. Secondo Empledocle di Agrigento l’universo ha un ciclo cosmico con due momenti opposti per qualità: lo Sfero, quando l’Amore domina nell’Universo e tutti gli elementi sono in armonia fra di loro per quanto siano siano differenti. All’apice dell’armonia inizia a subentrare l’Odio che porta disarmonia, conflitto corrompendo l’armonia e conducendo irreversibilmente al Caos. Ma al momento dell’apice del Caos, l’Amore ritorna riportando progressivamente armonia nelle diversità. L’oscillare fra Odio e Amore, fra Caos e Armonia è il ciclo cosmico.

Questa canzone è lo Sfero, il dominio dell’Amore, ma di un amore dimentico dell’odio, dell’amore ingenuo ed egoista che si accontenta di un vaso di fiori comprato sul mercato per vedervi il riflesso dell’Armonia dell’Universo.

Il disco fu pubblicato nel 1970. Altmont aveva mostrato il volto violento della Stagione dell’Amore. Ma CSNY, per quanto avessero partecipato a quel concerto, sembrano non accorgersene o forse preferiscono rimodellare il motto Peace, Love and Music di Woodstock in un bel pomeriggio fra due innamorati. Ma sarebbe altrettanto facile, e ingenuo, pensare che quel pomeriggio sia vanificato dalla distruzione, come dice lo stesso autore della canzone, Nash: “Parla di un momento di serenità tra un uomo e una donna. Parla di pace. Anche se quel periodo era travagliato, specialmente a causa della guerra in Vietnam e col movimento per i Diritti Civili, due minuti e mezzo di pace era tutto quel di cui avevamo bisogno”.

Perché quella tenerezza è comunque qualcosa di prezioso da custodire e di cui avere cura e se non ci fosse, la vita intera sarebbe invivibile e terribile.

In ogni caso, a fianco della casa armonica ci deve essere la casa dell’Odio. Ne parleremo.

Fonti

Descrizione dell’occasione che portò alla composizione della canzone: https://www.songfacts.com/facts/crosby-stills-nash-young/our-house

Commnenti liberi: https://songmeanings.com/songs/view/88490/

In italiano, commento articolato che inserisce la canzone nel contesto: https://stonemusic.it/13832/stories-behind-the-songs-our-house-crosby-stills-nash-young/