purificare e distruggere

semelinAnni fa comprai un libro di Jacques Semelin: Purificare e distruggere. Esamina diversi stermini, genocidi che si sono succeduti nel Novecento: Shoah, ex Jugoslavia, Ruanda. Il sottotitolo è “Usi politici dei massacri e dei genocidi”.

La ricchezza e la complessità dello studio, che ha richiesto più di venti anni di ricerche e studi, emerge dai titoli dei capitoli:

  1. Gli immaginari della distruttività sociale
  2. Dal discorso incendiario alla violenza sacrificale
  3. Contesto internazionale, guerra e media
  4. Le dinamiche del massacro
  5. Le vertigini dell’impunità
  6. Gli usi politici dei massacri e dei genocidi

Il libro è poderoso, 500 pagine compresi indici e bibliografia, e confesso di averlo letto irregolarmente e non in sequenza. Tuttavia è molto interessante. Le analogie con il presente sono molte e potrebbe essere facile stabilire delle corrispondenze troppo schematiche e rigide, tuttavia alcune cose mi danni da pensare. Uno dei fattori ricorrenti della violenza politica è l’isolamento mediatico, imposto o frutto di eventi storici, per cui le notizie provenienti dagli “altri” sono false, inattendibili, espressione di un complotto politico o economico. Ora nella società condivisa, quale pare essere quella in cui viviamo, l’isolamento potrebbe essere ridotto: informazioni distribuite e pubbliche, empatia e quant’altro possono rendere più difficile la strategia politica dell’isolamento. Ma non ne sono così certo, perché proprio l’angoscia suscitata dall’infinita massa dei dati innesca chiusura, sordità, impermeabilità a ciò che smentisce le mie idee.

In questo senso mi vengono in mente due frammenti di Eraclito:

Perciò bisogna seguire ciò che è comune: il Discorso è comune, ma i più vivono come avendo ciascuno una loro mente.

Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio.
Eraclito. I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Mondadori – Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1994, frammenti 7 e 9.

sono un complottista?

Oggi, 23 ottobre 2016, ho condiviso su Facebook un articolo che mi aveva indignato. La fonte era affidabile, Il sole 24 ore, e l’argomento riguardava la mia professione e la scuola: commissione degli esami di stato composta solo di membri interni. Un’amica aggiunge un commento in sintonia con il mio pensiero. Scrivo una risposta dal sapore antigovernativo. Ma un secondo amico tronca la discussione: l’articolo è vecchio di due anni e il governo non ha dato nessun seguito alla proposta.

E ci faccio una pessima figura! Io, che cerco di selezionare fonti, che leggo gli articoli prima di condividerli sul web, che non casco nei tranelli de “ilgiomale”; io, casco in un errore così banale.

Perché?

Perché era una notizia veritiera. La bufala era sottile: aizzare le persone contro il governo riesumando una notizia a suo tempo verosimile ma ora morta. Per me c’era l’attaccamento al mio lavoro, da cui dipendono stipendio, riconoscimento sociale, gratificazioni. Poi, vogliamo non aggiungere qualche malumore passeggero, di quelli che quotidianamente infestano la mente? Comunque il gioco era fatto: ero cotto e pronto per pensare che il potere stesse accanendosi contro la mia categoria professionale; non ero già pronto a pensare a un regime dittatoriale e mi fermavo ad arrabbiarmi contro un potere indifferente alle sorti d’Italia. Ma non era questione di valutazioni positive e negative: era una reazione al potere perché la vita è incerta e piena di tranelli e non c’è un potere buono che mi protegga dal futuro.

Da questa mattina ho una consapevolezza nuova: porto in me il ventre molle del complottismo che può partorire obbrobri di vario genere. Basta che legga qualcosa che tocca le corde e le idee su cui in qualche modo mi sento debole, perché scatti l’idea del complotto e posso credere alle bufale. Credere a un complotto significa compensare una debolezza rifiutata e un’ignoranza svelata. Tornare al buon vecchio Socrate.

la cittadinanza digitale

A leggere certi giornali sembra che la rete allontani le persone isolandole in selfie narcistici e privacy violate. A me non sembra, anzi mi pare proprio il contrario. E con questo post vorrei parlare di come un incontro avvenuto in rete abbia portato a un evento creativo.

Circa un anno fa in un gruppo di Linkedin ho uno scambio di pareri e di idee con delle persone: Marco Pozzi e Sandra Troia. Abbiamo idee simili sulla rete, sull’uso delle tecnologie digitali per insegnare, sulla possibile presenza e sull’assenza reale delle rete nella scuola. Sui docenti schiacciati dalle “grandi visioni sulla scuola”, dalla realtà lavorativa povera e dalle speranze quasi dimenticate.

Ci siamo appassionati a una idea: proporre la cittadinanza digitale ai professori perché la insegnino ai ragazzi. Ci siamo dati un nome, Modemlab con cui ci siamo presentati a Didamatica 2013 con l’intervento Educare alla cittadinanza digitale: dall’analogico al digitale e viceversa. Azioni integrate e dinamiche di informazione/formazione per docenti ed allievi della società della conoscenza. Ci siamo visti per la prima volta dal vivo. Ma non ricordo imbarazzi o sorprese particolari. In fondo le cose importanti ce le eravamo dette online e avevamo iniziato a scriverle.

Poi abbiamo proseguito a discutere e progettare. E ora siamo giunti alla seconda fase del nostro progetto: abbiamo pubblicato un libro, molto cartaceo e molto digitale. Tratta di come la rete e la “realtà” si intersechino e non possano essere separate, se non in un artificio ideologico.

Perciò non rivoluzione o reazione ma integrazione e mediazione.

Il libro è Educare alla cittadinanza digitale. Un viaggio dall’analogico al digitale e ritorno, Tangram Edizioni Scientifiche.

Ne riparlerò.

le cose semplici

Leggo su Wired un articolo di un libro che analizza la vota online dei ragazzi in USA: It’s complicated.

Una frase sulle molte che mi hanno interessato dell’articolo di Wired : «i ragazzi non sono dipendenti dai social media: sono dipendenti l’uno dall’altro». Semplice e terribilmente vero. Il problema è che tutti noi siamo “animali sociali” e che i giovani usano Facebook, per dire un social fra i tanti, per entrare in relazione ma proteggendosi dalle intrusioni. Magari lo si sapeva già, ma sgonfia molte paure.

Un ringraziamento a Juan Carlos De Martin per aver condiviso il link.

domande che qui non ci facciamo

Si discute della mortalità scolastica, delle nefandezze degli studenti e della precarietà di molti docenti. Alcuni avventurosi chiedono se la “rivoluzione digitale” sia tutta nelle pagelle elettroniche. Le aule con le LIM restano inutilizzate in attesa della macerazione. Le case editrici spacciano per e-books la versione PDF dei libri cartacei o se producono qualcosa di originale lo vincolano a software proprietari che contraddicono qualsiasi progetto a lunga scadenza e così dimostrano la totale ignoranza della rivoluzione culturale e tecnica in corso.

Poi ci sono le domande che nella scuola italiana non sono formulate. Fortunatamente in altri luoghi dell’universo persone sagge e intelligenti le pongono e cercano delle risposte. Per esempio un articolo di Mashable chiede: quali sono i college più social? Una infografica che segnala quantità di follower, like e altre cose su Facebook, Twitter, Pinterest, Klout, Youtube, Google+. Ai primi tre posti troviamo: Stanford, Harvard, Luisiana State University. Per illuminare la profondità del fenomeno basta ricordare che Harvard è una delle università i testa nell’erogazione di corsi MOOC ma anche Stanford non è da meno.

Non so che altro dire. Forse che se esperienza e laurea fossero esportabili, penserei a cambiare luogo d’insegnamento.

Social media per elearning

Da un articolo del Learning Solution Magazine: i fondamentali dei social media per l’e-learning. Secondo l’autrice, Pam Boiros, tre sono le gambe su cui far stare in piedi l’uso dei social media nell’elearning:

  1. una piattaforma tecnologicamente evoluta;
  2. una comunità viva;
  3. contenuti di qualità.

Ma poi aggiunge altri usi interessanti dei social media:

  1. evitare il sovraccarico informativo: una comunità attiva permette di selezionare le informazioni ridondanti, infondate etc;
  2. creare una comunità di esperti, e aggiungerei tendenzialmente paritetica;
  3. intercettare la conoscenza tacita, implicita.

Ne indica anche altri, ma questi tre punti mi paiono interessanti per capire cosa può accadere quando si uniscono social media e apprendimento: il ruolo di chi insegna si ridimensiona perché la comunità è in grado di trattare i sovraccarichi informativi autonomamente e senza la guida dall’alto di un docente; l’equiparazione dei membri della comunità coinvolti in una dinamica di miglioramento delle proprie competenze/conoscenze per proteggere/costruire la propria reputazione di fronte ai pari; infine l’emergere delle conoscenza tacita.

Nella mia, piccola, esperienza, il passaggio più difficile, è proprio la formazione di una comunità online. Da un lato il contesto scolastico non aiuta: mutare il ruolo del professore che spiega e dà voti non è facile; dall’altra allacciare relazioni richiede tempo e motivazioni. Quale motivazione può portare degli studenti a diventare una comunità online?