Goethe, dietro le quinte

Per una delle tante coincidenze che capitano nel tempo, mentre ricordo gli eventi dietro le quinte della mia esperienza teatrale in gioventù, incappo in una riflessione sul rapporto fra vita, teatro che tocca lo stesso argomento. E’ tratta dal libro di Vittorio Mathieu Goethe e il suo diavolo custode, Adelphi, Milano, 2002, pagina 126.

Sulla scena si muovono gli attori, e l’azione si svolge in un tempo che, per chi guardi dall’esterno, è immaginario, mentre per l’azione scenica è reale. Ma lo spiegamento spaziotemporale sulla scena non sarebbe possibile senza un rapporto continuo con ciò che avviene dietro il palcoscenico, e che sulla scena non si deve vedere. Anche ciò che avviene nel retropalco è un insieme di movimenti, ma il tempo e lo spazio di questa azione sono immaginari rispetto a quelli della scena, e viceversa. In geometria si introduce un operatore comunemente indicato come i, o √-1, che trasforma un numero reale in un numero immaginario, facendo ruotare la retta dei numeri di novanta gradi. Scrivendo ad esempio ib, indico l’immaginario di b , e così via. Grazie a questo schema, della rotazione di 90°, si scorge che l’immaginario (o ‘chimerico’, o impossibile, ecc.: tutti aggettivi attribuiti ai numeri che noi chiamiamo immaginari) è nulla nella dimensione del reale e viceversa, perché si espande in una diversa dimensione sua; componibile, peraltro, con la dimensione del reale. In questo senso diremo che i movimenti e i tempi che si svolgono sul retropalco sono ‘perpendicolari’ a quelli che avvengono sulla scena, sulla quale non risultano. Sono, gli uni rispetto agli altri, immaginari.

Faust, Goethe

Le conclusioni delle opere rivelano molto delle opere stesse. In questo caso abbiamo il Chorus Mysticus, gli ultimi 8 versi del Faust di Goethe. Sono una sorta di meditazione da pronunciare a bassa voce, come un mantra. Ne fornisco due traduzioni in italiano. J.W. Goethe, Faust, II, atto V, vv. 12104-12111.

Ogni cosa che passa
è solo una figura.
Quello che è inattingibile
qui diviene evidenza.
Quello che è indicibile
qui si è adempiuto.
L’Eterno Elemento Femminile
ci trae verso l’alto.

Traduzione Franco Fortini, Arnoldo Mondadori, Milano, 1970.

Tutto ciò che passa non è che un simbolo, l’imperfetto qui si completa, l’ineffabile è qui realtà, l’eterno femmineo ci attira in alto, accanto a sé.

Traduzione Giovanni Vittorio Amoretti, Feltrinelli, Milano, 1965.

le affinità elettive

Rileggendo Le Affinità elettive, ho iniziato a consultare anche la così detta “letteratura critica”. Il primo testo a portata di mano è stato Walter Benjamin in Angelus Novus, (Einaudi) che contiene un capitolo “Le affinità elettive”. Avevo iniziato questo libro diversi anni fa, ma senza completarlo. Ora riesco ad apprezzarlo, per quanto la scrittura non sia fluida.

Poi in un libro dedicato a un argomento apparentemente molto distante – R. Girard, Violenza e religione, (Cortina) – ho trovato una sintesi su alcune posizioni della critica:

Le Affnità elettive sono state interpretate da alcuni grandi autori tedeschi in modo molto diverso. Thomas Mann disse che si trattava dell'”opera più cristiana di Goethe”, per la presenza di Ottilia, la giovane donna che si sacrifica lasciandosi morire di fame. Per l’ebreo Walter Benjamin, invece, si trattava di un romanzo pagano. Definì la sua morte un “sacrificio mitico”.

Ho scoperto che Gadamer ne ha parlato diffusamente in un testo, il cui titolo aggiungerò prossimamente.

rileggere le affinità elettive

Non riguarda strettamente la didattica, ma è un libro bello.

Sto rileggendo le Affinità elettive di Goethe, che ho già letto almeno due volte e ogni volta scopro delle cose nuove. Un brano che mi ha colpito riguarda Edoardo, uomo maturo, sposato con Carlotta, il quale sarà travolto dalla passione per Ottilia. Il brano che riporto è successivo a un colloquio fra Edoardo e il capitano, suo amico riflessivo e pragmatico.

Edoardo avvertì in queste osservazioni un leggero rimprovero. Non disordinato di temperamento, egli tuttavia non riusciva a tenere le sue carte suddivise secondo la materia. Quello che andava trattato con altri, quello che dipendeva da lui medesimo, era tutto insieme, così come non sapeva separare gli affari dalla conversazione, gli impegni dal divertimento. La cosa diventava facile, ora che un amico se ne prendeva l’incarico, e un secondo io operava quella distinzione alla quale l’io unico non riusciva ad acconciarsi.

Un primo aspetto della psicologia di Edoardo: non è disordinato ma non mantiene le differenze. Il proprio e l’altrui sono confusi. E ho una domanda: possiamo interpretare questo come partecipazione empatica?