Center for Digital Philosophy

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sono un complottista?

Oggi, 23 ottobre 2016, ho condiviso su Facebook un articolo che mi aveva indignato. La fonte era affidabile, Il sole 24 ore, e l’argomento riguardava la mia professione e la scuola: commissione degli esami di stato composta solo di membri interni. Un’amica aggiunge un commento in sintonia con il mio pensiero. Scrivo una risposta dal sapore antigovernativo. Ma un secondo amico tronca la discussione: l’articolo è vecchio di due anni e il governo non ha dato nessun seguito alla proposta.

E ci faccio una pessima figura! Io, che cerco di selezionare fonti, che leggo gli articoli prima di condividerli sul web, che non casco nei tranelli de “ilgiomale”; io, casco in un errore così banale.

Perché?

Perché era una notizia veritiera. La bufala era sottile: aizzare le persone contro il governo riesumando una notizia a suo tempo verosimile ma ora morta. Per me c’era l’attaccamento al mio lavoro, da cui dipendono stipendio, riconoscimento sociale, gratificazioni. Poi, vogliamo non aggiungere qualche malumore passeggero, di quelli che quotidianamente infestano la mente? Comunque il gioco era fatto: ero cotto e pronto per pensare che il potere stesse accanendosi contro la mia categoria professionale; non ero già pronto a pensare a un regime dittatoriale e mi fermavo ad arrabbiarmi contro un potere indifferente alle sorti d’Italia. Ma non era questione di valutazioni positive e negative: era una reazione al potere perché la vita è incerta e piena di tranelli e non c’è un potere buono che mi protegga dal futuro.

Da questa mattina ho una consapevolezza nuova: porto in me il ventre molle del complottismo che può partorire obbrobri di vario genere. Basta che legga qualcosa che tocca le corde e le idee su cui in qualche modo mi sento debole, perché scatti l’idea del complotto e posso credere alle bufale. Credere a un complotto significa compensare una debolezza rifiutata e un’ignoranza svelata. Tornare al buon vecchio Socrate.

tablet e apprendimento

Leggo l’articolo di Gianni Marconato L’uso dei tablet migliora l’apprendimento? Pare proprio di no. L’articolo riferisce la ricerca Impara digitale – Monitoraggio, condotta della Bocconi nell’anno scolastico 2012/2013 e pubblicata nell’ottobre del 2013. Nel riportare il contenuto della ricerca della Marconato è corretto e anche la tesi di fondo – la qualità dell’apprendimento dei ragazzi non migliora con l’uso dei tablet – è condivisibile e in un certo senso già nota. Ma come per tutte le ricerche, è importante perché chiarifica e sistematizza intuizioni soggettive o non argomentate.

Sopratutto aiuta a sgombrare il campo da un fraintendimento relativo alle “nuove tecnologie” che non sono degli strumenti grazie ai quali l’apprendimento miracolosamente migliora ma sono strumenti che occorre sapere usare per vivere e operare nella realtà analogico-digitale in cui ci troviamo a esistere. In questo senso la cittadinanza digitale ha grande importanza, aggiungo io.

Saper usare le “nuove tecnologie digitali” richiede sviluppo cognitivo, maggiore sensibilità sociale e competenze comunicative evolute. Ma senza l’intervento del docente che motiva, incita, stimola e modula le attività a seconda delle persone, qualsiasi piattaforma resta inerte e anzi può diventare un ostacolo.

In conclusione qualche interessante scoperta della ricerca:

  • l’uso dell’italiano non cambia e si mantiene di buona qualità sia online che offline, a differenza delle materie scientifiche e della matematiche, che online sono insegnate con un metodo del tutto diverso da quello offline;
  • gli studenti con maggiori difficoltà possono giovarsi di più dell’apprendimento online rispetto a quelli già con buon rendimento. Forse perché le nuove tecnologie hanno un effetto novità che dà maggiori motivazioni.

la cittadinanza digitale

A leggere certi giornali sembra che la rete allontani le persone isolandole in selfie narcistici e privacy violate. A me non sembra, anzi mi pare proprio il contrario. E con questo post vorrei parlare di come un incontro avvenuto in rete abbia portato a un evento creativo.

Circa un anno fa in un gruppo di Linkedin ho uno scambio di pareri e di idee con delle persone: Marco Pozzi e Sandra Troia. Abbiamo idee simili sulla rete, sull’uso delle tecnologie digitali per insegnare, sulla possibile presenza e sull’assenza reale delle rete nella scuola. Sui docenti schiacciati dalle “grandi visioni sulla scuola”, dalla realtà lavorativa povera e dalle speranze quasi dimenticate.

Ci siamo appassionati a una idea: proporre la cittadinanza digitale ai professori perché la insegnino ai ragazzi. Ci siamo dati un nome, Modemlab con cui ci siamo presentati a Didamatica 2013 con l’intervento Educare alla cittadinanza digitale: dall’analogico al digitale e viceversa. Azioni integrate e dinamiche di informazione/formazione per docenti ed allievi della società della conoscenza. Ci siamo visti per la prima volta dal vivo. Ma non ricordo imbarazzi o sorprese particolari. In fondo le cose importanti ce le eravamo dette online e avevamo iniziato a scriverle.

Poi abbiamo proseguito a discutere e progettare. E ora siamo giunti alla seconda fase del nostro progetto: abbiamo pubblicato un libro, molto cartaceo e molto digitale. Tratta di come la rete e la “realtà” si intersechino e non possano essere separate, se non in un artificio ideologico.

Perciò non rivoluzione o reazione ma integrazione e mediazione.

Il libro è Educare alla cittadinanza digitale. Un viaggio dall’analogico al digitale e ritorno, Tangram Edizioni Scientifiche.

Ne riparlerò.