una volta non si stava meglio

Anzi, una volta si stava peggio. Mi capita di leggere articoli in cui si narrano con nostalgia gli anni ’50, ’60 perché “non c’erano gli smartphone ma ci si incontrava con gli amici in cortile” oppure perché “se non studiavi la maestra di dava un 4, la mamma uno scapaccione e non c’erano dislessici” e così via.

Insomma una volta si stava meglio perché il mondo era più ruvidamente semplice e vero mentre in quello presente ci troveremmo al limite estremo dell’artificio, della finzione, ormai insostenibili.

Non è vero. La scuola, profondamente e inconsapevolmente classista, escludeva i figli degli immigrati dalla conoscenza favorendo in modo smaccato e spudorato i figli delle famiglie più abbienti. Non era per nulla più facile fare amicizia e bastava arrivare in ritardo di 15 minuti a un appuntamento per passare il pomeriggio da soli; la maggior parte delle famiglie viveva enormi tragedie – tradimenti, disoccupazione, figli handicappati, debiti – nel silenzio e nella vergogna; per lavorare occorreva avere la lettera di presentazione del parroco; una persona che avesse lavorato per più di una impresa era guardata con sospetto perché non era un bene cambiare lavoro; qualsiasi forma di diversità – sessuale, culturale – era condannata e repressa; l’igiene era complessivamente peggiore; l’inquinamento iniziava la sua parabola ascendente.

Il rimpianto per il passato appartiene a chi non sa interpretare il presente e non vuole capirlo. Forse per questo due canzoni fondamentali di Bob Dylan parlano l’una (Like a rolling stone) dell’uscita definitiva dal mondo da favola del passato e della domanda su come ci si sente dopo la caduta e l’altra (The Times They Are A-Changin’) invita chi non sa vivere nel presente, compromettersi con la realtà, a perdere l’innocenza.

In fondo è facile immaginare che il passato sia più chiaro del presente, solo perché non ricordiamo quanto fosse oscuro mentre lo vivevamo.

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sole, settembre e ricordi

E’ possibile descrivere e raccontare la vita vissuta fra i 7 e i 13 anni? Di quegli anni ricordo le vacanze, che passavamo da giugno a settembre, in Valle Gesso, Cuneo. Tornavamo a Torino il giorno prima dell’inizio della scuola in una condizione di completa e irrimediabile impreparazione scolastica.

Era una località fuori mano e questo permetteva ai nostri genitori di lasciarci liberi di scorrazzare per la strada del paese e sulle montagne. Erano mesi felici e forse lo sapevamo. E’ quasi impossibile descrivere cosa sia la felicità a 10 anni o a 11 o a 8. Il sole, la libertà, la bicicletta, una audio cassetta con della musica, gli amici con cui giocare. Mangiavamo del pane all’olio con la Nutella che ci preparavamo da soli. Scalavamo gli alberi e risalivamo il fiume. Durante le gite cercavamo cespugli di lamponi e more e le mangiavamo con metodo e concentrazione. Incuranti di tutto.

Ciò che resterà per sempre in me sono il sole del tardo pomeriggio e gli odori dei boschi. Se a settembre c’era il sole trascorrevamo un mese pressoché estatico fatto di giornate che si accorciavano, limpide e con le foglie che si ingiallivano. L’odore della resina dei pini mescolata alla terra umida e fungosa. Il freddo la sera e il caldo il giorno. Le strade senza auto e il silenzio sovrastante.

Ricordo con struggimento il tardo pomeriggio, il sole caldo e i villeggianti della domenica che andavano via. La montagna e la sua luce erano nostalgià già allora. Non c’era il tempo per pensare, ma neanche il desiderio di farlo. Solo l’impulso vitale a slanciarsi verso il giorno successivo nell’impressione che l’eternità fosse a portata di dita.

Quell’odore mi accompagna da allora. Mi stordisce e mi entusiasma ancora, come se potessi ancora immergermi e amare la terra, il sole e gli alberi. Talvolta camminando per alcuni posti di montagna lo sento, allora mi giro di scatto sperando che l’aria si squarci e mi faccia ancora vivere quella luce e quella nostalgia.

patrimonio storico, politica e forse altro

Ho scoperto un sito americano intitolato The American Presidents Project. Da un lato è terribilmente banale: discorsi, foto, cronologie dei Presidenti USA dall’altro frutto di una organizzazione complessa, basti pensare anche alla sola digitalizzazione dei testi.

Ma soprattutto quanta passione c’è per la propria storia, la propria cultura? Ma anche capacità di mettersi in discussione.

deportazione degli Ebrei a Roma

Non credo che sia banale o scontato ricordare gli eventi accaduti nell’ottobre del 1943 a Roma. Perché 69 anni sono molti ma non così tanti. Anche perché quando le società passano periodi di crisi un po’ troppo lunghi arrivano Pogrom o Ebrei gettati nei pozzi o vetrine di negozi di Ebrei rotte o pestaggi di Ebrei.

Sabato 16 ottobre 1943 alle 5.30 le SS rastrellano il Ghetto di Roma. Come riportato da Bibliostoria le SS “(…) rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato”.

Raccolta di testimonianze e documenti.

quando i bambini non andavano a scuola

Oggi faccio riferimento a un blog di storia che raccoglie immagini e link relativi ai bambini che non andavano a scuola, negli USA e in Italia. Molte le fonti statunitensi – Library of Congress e associazioni private e benefiche – poche quelle italiane.

Emoziona vedere immagini di bambini di 9, 10, 7 anni nei posti di lavoro per adulti. Alcuni sono in posizioni pensose, altri fissano stupiti verso la macchina fotografica. Alcune didascalie specificano l’ora di inizio del lavoro: le 6 del mattino. Documenti sulla durezza della vita in Occidente fino a non molti decenni fa.

In Italia si risale di circa 60 anni. Io ricordo che alcuni miei compagni delle medie non studiavano il pomeriggio perché lavoravano. Preferisco non soffermarmi su come venivano trattati fra le mura dell’aula. Un solo ricordo che dà l’idea: i bambini sedevano in tre colonne di banchi, considerandoli dalla cattadra: a sinistra la prole dei poveri, a destra i ragazzatti della piccola e media borghesia, al centro i rampolli dell’alta borghesia. E guai a cambiare di posto.

Comunque mi interessa altro. Il sito mi pare un ottimo esempio di uso delle fonti su internet che senza ricorrere a Wikipedia mostra fonti alternative. Attendibili.

Mi pare che questa operazione culturale sia ancora più importante perché estende la memoria digitale del mondo oltre gli anni Duemila, quando si è cominciato a mettere su internet “tutto”. La storia esiste da prima di Internet e inizia a essere disponibile per molti da poco.

Comunque oggi in molti luoghi della terra si parla di schiavitù infantile.