mano sulla coscienza

Ci sono dei modi di dire che mi irritano. L’altro giorno ho aggiunto “mettersi una mano sulla coscienza” alla lista.

In genere i modi di dire sono accompagnati da gesti perché il linguaggio è anche pragmatica. In questo caso, la mano viene portata al cuore mentre la voce si fa grave, solenne, come se la persona si preparasse a un cruciale momento di esame morale. Il tutto condito in salsa melodrammatica e sentimentale. E la mano sulla coscienza è più un modo per iniziare a tacitarla che non a darle spazio nel discorso e negli atti.

Si dice che la coscienza abbia una voce e non è una cosa. Perciò mettere le mani sulla coscienza mi pare un modo per fermarla e metterla a tacere.

Poi cosa significa?

La politica è attività simbolica 

L’amministrazione ha il compito di risolvere i problemi. La politica quello di riunire gli uomini nell’idea emozionante che i problemi possano essere colti in un orizzonte anche simbolico. Perciò abbiamo bisogno di buoni politici.

Per associare gli uomini e le donne ci si può contrapporre ad altri, dei “loro” che possono diventare anche il “nemico” da cui differenziarsi, da isolare o da distruggere. La linea tracciata fra “noi” e “loro” non è concreta ma simbolica, emotiva spesso pseudo razionale. Come in tutte le linee di confine, le proiezioni e i fantasmi degli abitanti ai due lati della demarcazione spesso la fanno da padrone. Insistere troppo sulla differenza rispetto all’altro significa alimentare stereotipi con l’annessa paura di essere contaminati dal nemico.

Il leader può anche farsi carico degli errori e delle speranze della propria parte, indipendentemente dall’altro. Trovare le ragioni del “noi” nelle speranze e nei limiti comuni.

Un buon politico usa la simbologia e la retorica per trovare un equilibrio fra questi due aspetti in tensioni.