Hedy Lamar

Questa è una attrice e si chiama Hedy Lamar (1914 – 2000). Una gran bella donna di origine austriaca che lavorò a fianco di attori come Spencer Tracy, Judy Garland, Clark Gable e James Stewart. In genere venne relegata a ruoli leggeri, di bellezza esotica e straniera, europea e anche orientale. Recitò in circa venticinque film girati in altrettanti anni, fonte Wikipedia.
Ma Hedy Lamar è notevole per altro. In primo luogo scappò dal Nazismo e non fu l’unica. In secondo luogo inventò un sistema per rilevare i missili che nelle sue speranze sarebbe dovuto servire per contrastare i missili nazisti. Il metodo venne accantonato durante la guerra ma poi fu alla base della tecnologia dello Spread Spectrum.

In conclusione. Gli immigrati spesso portano innovazioni. Le donne spesso non sono credute. Infine, le attrici, e gli attori, non sono i personaggi che recitano.

Ma sopratutto, una bella donna che si comporta in modo frivolo può saperne molto di più di quello che traspare.

Ma si ha davvero paura dell’intelligenza delle donne?

Sul dire “amore”

Oggi andrò al gay pride. Per una semplice ragione

Ho molti amici e amiche omosessuali e alcuni di questi hanno avuto comportamenti discutibili. E non vedo in cosa differiscano da me in questo.

Ho molti amici e amiche omosessuali con le quali non ho nulla in comune. Ma ho poco o niente in comune anche con molti eterosessuali.

Ho molti amici e amiche omosessuali e non me ne frega nulla di ciò che fanno a letto o se lo fanno per piacere, amore o per distruggersi. Conosco molti eterosessuali la cui vita è distrutta dal sesso.

Andrò al gay pride per un motivo: perché tutti abbiamo il diritto non solo di amare ma anche, e sopratutto, di poter dire che si ama e si desidera.

La cosa strana è che amore e desiderio in Italia possono esistere principalmente come fatto poetico ma non come realtà.

Proposta: si potrebbe scrivere un libro o creare un sito in cui chiunque, omo o etero o pan o bisessuale che sia, racconta cosa pensa e prova della persona amata, di quando l’ha conosciuta e di tutti gli eventi importanti di una storia d’amore. Ma senza dire il genere della persona amata. Giusto per vedere se ci sono differenze.

su studenti e professori

In primo luogo, ignoro chi siano le persone cui mi rivolgo e che in alcuni casi mi pongono delle domande. Talvolta, a fine lezione, durante l’intervallo resto in aula esausto a osservare chiedendomi come siano le loro giornate, i loro progetti, le loro sofferenze, le loro felicità. Goffamente eleganti nella vita che sta crescendo in loro, camminano cercando un’identità e un ruolo. Io cerco di figurarmi come potranno essere i loro volti tra 10, 20, 30 o 40 anni. Alcuni hanno espressioni già antiche; i profili di altri evocano quadri rinascimentali. Posso dire, per esperienza, che stanno attraversando un periodo cruciale dell’esistenza i cui risvolti si chiariranno nel corso del tempo. Avranno successo, non necessariamente sociale, se riusciranno a dire ed elaborare alcune delle emozioni profonde, delle correnti sotterranee che li stanno trascinando chissà dove: una rabbia contro i genitori; un amore inconfessato per il vicino o la vicina di banco; una vergogna sociale; magari l’imbarazzo per il proprio corpo e altro ancora. Ma per ora lottano con e contro se stessi mentre il docente, in questo caso io, cerca di inserirsi per indicare loro qualcosa, un concetto, un’idea, confidando nella plasticità neuronale della gioventù. Ma resta una lotta estenuante condotta in mezzo a resistenze psicologiche, fraintendimenti linguistici, fantasmi concettuali, debolezze adolescenziali, istinti inflessibili. Una lotta rischiosa, dall’esito incerto e dal percorso accidentato.

Poi c’è la densità di ciò che devo insegnare perché lo stato mi paga per farlo, cosa di cui sono veramente felice. Già trattare alcuni concetti è arduo: testi che hanno plasmato la vita occidentale e del mondo per millenni; definizioni e ragionamenti frutto di anni, decenni, secoli di analisi, revisioni, riflessioni; idee sui cui rimugino dal mio liceo per metterli a fuoco; il tutto condensato in 2, 3 ore di lezione. A peggiorare la situazione ci sono gli orari: un’ora di filosofia dalle 10 alle 11, magari dopo un’ora di matematica, una di storia dell’arte e prima di 3 ore di italiano. Come è possibile? Cosa possiamo sperare di ottenere? Come posso illudermi che gli studenti seguano? Per questo mi pare che nella maggior parte dei casi, gli studenti e le studentesse che incontro, facciano del loro meglio. Magari studiano a memoria alcune cose o balbettano una terminologia del tutto aliena, ma posso realmente giudicarli per questo? Comunque un tentativo fallito è qualitativamente diverso, oltre che distante anni luce, dall’inerzia di chi copia.

Di tutto ciò resterà al massimo l’immagine del professore conservata in una foto, in un ricordo; anche la sua voce a mano a mano svanirà. Fra 20 o 30 anni alcuni ricorderanno l’adolescenza, ma sarà più l’emozione per ciò che sono stati che non la memoria di ciò che un docente ha cercato di mostrare, e che magari ha modificato la loro vita. Per sempre.

Il mestiere che faccio è difficile, pericoloso e in qualche misura destinato a essere dimenticato.

mappe, territorio e conoscenza

La frase “la mappa non è il territorio” va dritto all’essenza di un problema e lo propone in una formula traducibile in vari contesti: la parola non è la cosa e così via. Ma, mi chiedo, si possono buttare via le mappe?

La differenza fra mappa e territorio è nota a qualsiasi cartografo che dovendo rappresentare su uno spazio a due dimensioni una realtà fisica a tre, sa che otterrà un risultato distorto. Per verificare basta disegnare una figura geometrica sulla buccia di una mela, sbucciare la mela e poi schiacciare il buccia su un tavolo. La figura geometrica di partenza non è più la stessa e non potrà mai esserlo. Inoltre occorre aggiungere la scala della mappa. Insomma è vero che la mappa non è il territorio. I cartografi allora scelgono la distorsione meno svantaggiosa a seconda degli scopi della mappa

Esistono, inoltre, diversi tipi di mappe. Una cartina militare ha scala, dettagli, indicazioni e simbologie diverse dalle cartine delle autostrade. In alcuni casi la mappa rappresenta un modello semplificato della realtà, per esempio la mappa della metropolitana di Londra espone con chiarezza le fermate, gli incroci delle diverse linee, ma la forma è una semplificazione delle gallerie reali, come si può vedere sotto.

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Mappa della metropolitana di Londra

Ora, un cartografo o una persona che abbia competenza interpreta i segni sul foglio bidimensionale che ha sotto gli occhi ricavando informazioni sul territorio che ai più sfuggono. Può anche accadere che un inesperto sia confuso dal modello semplificato della mappa che ha di fronte che non riproduce le forme e non ha riferimento delle mappe e della realtà che è abituato a vedere. Posso immaginare che una mappa della metropolitana di Londra che ne rappresenti gli allacciamenti elettrici e gli ingressi a disposizione dei tecnici sia molto diversa da quella dei viaggiatori.

A questo punto si possono fare molte analogie. La statistica, per esempio, è un metodo che permette di avere una descrizione della realtà. Questa descrizione può essere più o meno articolata a seconda dei calcoli, degli scopi dell’indagine; può anche dare uno schema corretto e rigoroso, l’equivalente della mappa per tecnici della metropolitana di Londra, che non corrisponde alla raffigurazione “realistica” o intuitiva della realtà. Ma se l’unica cosa che so di statistica sono alcune funzioni dei fogli di calcolo, che uso per fare i conti di casa, giudico quella statistica sbagliata o falsa. Lo stesso vale per l’economia, la filosofia, il linguaggio.

Il problema è che la mappa non è il territorio dice una cosa evidente, facile e allo stesso tempo difficile. In prima battuta, direi che non significa che le mappe sono tutte da buttare via perché il territorio è la pietra di paragone assoluta che mi salva dagli errori delle mappe. In seconda battuta, mi chiedo dove possiamo andare senza quelle cose imperfette, ma studiate, che sono le mappe.

sentimenti indescrivibili

Su Pinterest ci sono immagini di tutti i tipi. Per caso mi sono imbattuto in una intitolata Sentimenti difficili da descrivere che elencava una serie di termini strani, reali e inventati. Fra tutti mi ha colpito il termine sonder di cui ho trovato questa definizione su urban dictionary:

Originale: Briefly, the realization that each random passerby is living a life as vivid and complex as your own.
Traduzione: in breve, la comprensione che chiunque ci passi accanto casualmente stia vivendo una vita tanto vivida e complessa quanto la propria.

Scarna definizione che riduce quella più ricca del dictionary of obscure sorrows:

Originale: the realization that each random passerby is living a life as vivid and complex as your own—populated with their own ambitions, friends, routines, worries and inherited craziness—an epic story that continues invisibly around you like an anthill sprawling deep underground, with elaborate passageways to thousands of other lives that you’ll never know existed, in which you might appear only once, as an extra sipping coffee in the background, as a blur of traffic passing on the highway, as a lighted window at dusk.
Traduzione
: la comprensione che chiunque ci passi accanto casualmente stia vivendo una vita tanto vivida e complessa quanto la propria – popolata di ambizioni, amici, abitudini, preoccupazioni e pazzie (tare?) ereditarie – una storia epica che continua attorno a te, come un formicaio disteso in profondi sotterranei, con intricati sentieri verso migliaia di altre vite della cui esistenza non se ne saprà mai nulla e in cui appariremo solo una volta, come uno sconosciuto che sorseggia il caffé in fondo alla sala, come un’immagine confusa nel traffico dell’autostrada, come una finestra illuminata al crepuscolo. 

Esiste anche un filmato.

L’illustrazione di sonder è difficile perché ha diverse implicazioni e sfumature. La prima è la decentralizzazione di sé stessi: da un universo tolemaico di cui siamo il centro a uno in espansione. La luminosità in cui ci collochiamo si affievolisce in una rete di cunicoli interconnessi con individui ignoti ma simili.

C’è quel perdere sé stesso e trovare gli altri nella scenografia della vita. Questa ambientazione del vivere nel reticolo, in penombra ma epico, dell’universo degli altri non è solo comprendere che il proprio e l’altrui dolore sono la stessa cosa. Sonder è comprendere la complessità, l’unicità e la somiglianza con un prossimo qualsiasi che mi passa a fianco, mettendomi a un margine del palco complessivo della vita.