andrea e il motoscafo

Era Natale e gli avevano regalato un motoscafo giocattolo galleggiante, con un motorino fuoribordo; simile ai motoscafi da guardia costa. Era grande, in plastica e lo scafo era blu. La cabina di comando aperta sul retro con le finestre e gli oblò; degli scalini portavano dallo spazio aperto di poppa alla zona di comando sotto coperta. Era tutta in plastica e pesava. Oggi Andrea non ricorda la scatola, ma sicuramente c’era anche la scatola; allora teneva il suo motoscafo blu in plastica in braccio come se fosse un bambino. Poi ci giocava sul tappeto: la chiglia navigava veloce sulla lana folta raccogliendo polvere e lasciando dietro di sé la scia incisa nei peli; ma il timone con l’elica, le batterie, agganciato alla poppa come un vero fuoribordo, era più lungo dello scafo e strisciando si poteva rompere. Nella vasca da bagno non entrava e comunque la vasca era troppo piccola per lanciarlo veloce. Immaginava il motoscafo blu correre sull’acqua di qualche lago, ma non troppo agitato o profondo. Sono sempre belli i giochi nella fantasia.

Era un po’ in imbarazzo, come sempre quando gli facevano un regalo. Fra l’altro, non capiva quanto gli piacessero o quanto volesse far contenti nonni, nonne, papà e mamma. Comunque dopo qualche giorno i regali gli piacevano e scopriva che erano belli. Ma era sospettoso degli altri, gli amici e non solo, che, immaginava, ricevevano regali più belli dei suoi. Poi c’era sempre tensione il giorno di Natale: papà e mamma facevano una tregua armata, i nonni portavano sorpresa e doni. Ed era bello. Ma c’era quell’angoscia, sempre.

litigare, anche violentemente 

Poi ci sono quelle volte in cui ci sono due persone, anche preparate e competenti, ma così simili nel modo di accostarsi ai problemi ed entrambe così drasticamente decisioniste che corrono verso l’unico esito possibile: il reciproco rimprovero perché l’altro è proprio ciò che io stesso sono. Ovvero si litiga e ci si fa la guerra quando due persone occupano lo stesso spazio politico, concreto o psicologico.

Non è la diversità il problema ma quando scopro che l’altro è nel o minaccia il mio spazio.

su alcuni carcerati

Prima di Natale ho assistito a una mostra di disegni, sculture e modellini fatti da alcuni carcerati della Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. E’ stata un’esperienza molto coinvolgente. Ho visto delle opere eseguite con sensibilità e intelligenza, altre erano decisamente inquietanti; uno ha letto le proprie riflessioni sull’arte, confrontando la propria vita passata a quella presente e alle speranze per il futuro.

L’emozione dominante nel passato, sin dall’infanzia, individuata come la causa dei reati e la ragione ultima della loro incarcerazione, è la rabbia. Una rabbia forte, violenta e continua che come una crosta copriva un dolore altrettanto forte, continuo e irresolvibile. Nelle parole di chi narrava la propria biografia psicologica ed esistenziale c’era anche la scoperta che attraverso il disegno, lo studio l’individuo aveva la possibilità di conoscersi e di darsi una forma, un limite. L’arte e lo studio come via di conoscenza per trasformarsi e riscattarsi.

Ma anche una doppia riflessione: non coltivare la propria rabbia interiore e amare con delicatezza e intelligenza le giovani vite in modo da non renderle schiave della loro, e nostra, rabbia.

sole, settembre e ricordi

E’ possibile descrivere e raccontare la vita vissuta fra i 7 e i 13 anni? Di quegli anni ricordo le vacanze, che passavamo da giugno a settembre, in Valle Gesso, Cuneo. Tornavamo a Torino il giorno prima dell’inizio della scuola in una condizione di completa e irrimediabile impreparazione scolastica.

Era una località fuori mano e questo permetteva ai nostri genitori di lasciarci liberi di scorrazzare per la strada del paese e sulle montagne. Erano mesi felici e forse lo sapevamo. E’ quasi impossibile descrivere cosa sia la felicità a 10 anni o a 11 o a 8. Il sole, la libertà, la bicicletta, una audio cassetta con della musica, gli amici con cui giocare. Mangiavamo del pane all’olio con la Nutella che ci preparavamo da soli. Scalavamo gli alberi e risalivamo il fiume. Durante le gite cercavamo cespugli di lamponi e more e le mangiavamo con metodo e concentrazione. Incuranti di tutto.

Ciò che resterà per sempre in me sono il sole del tardo pomeriggio e gli odori dei boschi. Se a settembre c’era il sole trascorrevamo un mese pressoché estatico fatto di giornate che si accorciavano, limpide e con le foglie che si ingiallivano. L’odore della resina dei pini mescolata alla terra umida e fungosa. Il freddo la sera e il caldo il giorno. Le strade senza auto e il silenzio sovrastante.

Ricordo con struggimento il tardo pomeriggio, il sole caldo e i villeggianti della domenica che andavano via. La montagna e la sua luce erano nostalgià già allora. Non c’era il tempo per pensare, ma neanche il desiderio di farlo. Solo l’impulso vitale a slanciarsi verso il giorno successivo nell’impressione che l’eternità fosse a portata di dita.

Quell’odore mi accompagna da allora. Mi stordisce e mi entusiasma ancora, come se potessi ancora immergermi e amare la terra, il sole e gli alberi. Talvolta camminando per alcuni posti di montagna lo sento, allora mi giro di scatto sperando che l’aria si squarci e mi faccia ancora vivere quella luce e quella nostalgia.

calcio e moralismo

Il calcio fa discutere. Riguardo al calcio rintraccio una analogia con un evento del passato che descrivo.

Fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta la RAI ha prodotto una serie di interviste a donne e uomini, casalinghe, operaie e operai, contadini, impiegati, giovani e anziani, emigrati. Le domande, essenziali e poste con delicatezza, facevano emergere caratteri e stili di vita, speranze e disillusioni. Italiani e italiane semplici, spesso di una povertà sconvolgente; non tutti parlavano in italiano. Una ricerca sociologica sul campo.

Qualche decennio dopo la RAI rintracciò le persone intervistate per mostrare le evoluzioni della società. Una delle persone intervistate era una donna dell’UDI, Unione Donne Italiane, che raccontò il cambiamento di un suo punto di vista. Negli anni Sessanta voleva convincere le donne immigrate dai paesini del meridione a non leggere “i fotoromanzi, riviste che diffondevano valori alienati della piccola borghesia” e a leggere piuttosto “testi che sviluppassero la loro coscienza di classe”. Nelle seconda serie di interviste le donne che leggevano fotoromanzi affermarono che per loro quelle storie patinate rappresentavano la possibilità di un’esistenza migliore e uno stimolo a cambiare; mentre la donna dell’UDI, confessò di aver frainteso del tutto i desideri vitali e di miglioramento delle immigrate e che il suo atteggiamento pedagogico era un errore.

Arrivo al calcio. Per me è un’attvità dionisiaca e come tale esagerata, irrazionale ma allo stesso tempo tremendamente articolata anche da un puto di vista simbolico. Se lo si giudica con lo sguardo ideologico e pedagogico se ne fraintende la natura. Non approvo e non condivido la violenza che spesso si accompagna alla tifoseria. Ma non riesco a definire una partita di calcio come una buffonata o un oppiaceo sociale. Condannare una partita di calcio può essere superficiale almeno quanto non occuparsi delle linee di politica economica proposte dal governo.

Purtroppo non riesco a ricordare il nome della trasmissione. L’Unione Donne Italiane ha fatto molto per le donne e questo mio breve ricordo non è un giudizio o una condanna.

bob dylan

Scriverò di Bob Dylan e so che alcuni amici mi prenderanno in giro. Ma tant’è, non riesco a non ascoltare le sue canzoni, e proprio quelle degli anni Sessanta tipo Blowing in the wind, The times they are a’changing, One of us must know, Like a rolling stone.

Non sono le canzoni della mia generazione, perché sono nato quando Dylan le cantò per la prima volta. Non sono state una bandiera della mia frattura generazionale. Per me sono qualcosa di diverso. Uno dei ricordi degli anni della prima adolescenza è Blowing in the wind cantata da me in solitudine, una mattina mentre camminavo in montagna: answers of my friend are blowing in the wind. Non ero più solo ma ero assieme a persone interessanti e misteriose con cui parlavo.

Altre canzoni le sapevo senza sapere come, come con i Beatles. Non so dire quando o come ho sentito Hey Jude o Yesterday. Sono tutte lì, nella mente e nel cuore degli uomini da tempi immemorabili e quando un musicista ascolta e le canta una scheggia dell’eternità ci commuove.

Torno a Dylan. Oggi lo ascoltavo dal cellulare viaggiando in treno e respiravo curiosità e audacia. Provavo uno struggente desiderio di viaggiare on the road, come negli anni Sessanta. Era il desiderio umano e millenario di verità, di scoperta, di amore. Mi sono commosso pensando alla vita che palpitava nella voce già antica di Dylan giovane e che mi ha dato sollievo da ragazzo. Mi sono commosso pensando al mio presente con le persone che amo. Mi sono commosso per il futuro con le persone che amo. Per le avventure che si aspettano.

costituzione, gatti e amore

In quel di Vilnius esiste un quartiere dotato di una propria costituzione. E’ la Costituzione della Res Publica di Uzopio i cui 41 articoli sono scritti in almeno una quindicina di lingue ciascuna su una lastra di metallo lucido: arabo, finlandese, greco e altre ancora.

Alcuni articoli fanno sorridere – 12: Il cane ha diritto di essere un cane. 13: Il gatto non è obbligato ad amare il suo padrone, ma deve essere di aiuto nei momenti di necessità – altri hanno formule più solenni – 17: Tutti hanno il diritto di essere infelici. 18: Tutti hanno il diritto di stare in silenzio.

Poi ci sono quelli conclusivi, che a rileggerli mi commuovo, chissà perché.

38: Tutti hanno il diritto di non avere paura

39: Non deludere

40: Non combattere

41: Non cedere

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registri e cassetti

Incontro con alcuni colleghi nuovi: alcuni cordiali e altri oppositivi; ritirati registri. Ha inizio la caccia al cassetto: alcuni chiusi da ere geologiche, altri dominio di mitici professori intoccabili. Capire chi è chi è richiederà del tempo.

Sono in due scuole e una ha anche una succursale: dall’altra parte della strada su cui si affaccia la sede. Forse io non la chiamerei succursale, ma la mia opinione non ha nessun peso al riguardo.

Il momento della conquista, o dell’assegnazione, del cassetto è un cruciale, forse tanto importante quanto la presa in servizio. Custodire il registro nel cassetto perfeziona il contratto fra individuo, d’ora in avanti “Docente”, e Ministero dell’Istruzione. Ora è tutto ufficialmente in ordine, a norma e in un luogo riconoscibile dell’universo. In quella manciata di centimetri cubici viene salvaguardato il lato ufficiale e istituzionale del rapporto fra studenti e docente. La vita resterà fra i muri delle aule e sarà ricordata poi dagli studenti, quando saranno adulti e i registri saranno stati impacchettati e dimenticati in qualche scantinato.

gioventù e vita

I

A una fanciulla che danza nel vento

Danzi laggiù sulla riva;

Perché ti dovresti curare

Del vento o del ruggito delle acque?

Libera i tuoi capelli

Umidi di salsedine;

Sei troppo giovane per aver conosciuto

Il trionfo dello sciocco, o l’amore

Perduto non appena conquistato,

O la morte del miglior lavoratore

Mentre tutti i covoni

Sono rimasti ancora da legare.

Perché dunque dovresti temere

Il mostruoso gridare del vento?

II

Due anni più tardi

Nessuno ti ha mai detto che i tuoi occhi

Arditi e belli avrebbero dovuto

Essere fatti più esperti? O avvertita di come

Sia disperata la falena quando si brucia le ali?

Avrei potuto insegnartelo io;

Ma tu sei giovane, così parliamo un linguaggio diverso.

Oh, prenderai tutto quanto ti è offerto

E sognerai che tutto il mondo è amico,

Dovrai soffrire come tua madre ha sofferto,

E alla fine anche tu sarai spezzata;

Ma io sono vecchio e tu sei giovane,

E io parlo una lingua barbara.

W. B. Yeats, da Responsabilità, ed. originale 1914, traduzione di Roberto Sanesi, in W. B. Yeats. Poesie, Mondadori, Milano, 1983, pp. 150 – 151.