su giganti, spalle e scalare

La frase “Nani sulle spalle di giganti” risale al 1159 ed è stata pronunciata da Bernardo di Chartres. Poi è stata ripresa da Newton che scrisse: “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti “. Insomma roba antica che scotta e riunisce Medioevo e scienza.

Quando si incontra un gigante si ha paura e ci si irrita. Perché lui, o lei, giganteggia mentre noi stiamo qua in basso all’ombra della sua mole e potenza. Se poi in gioco c’è anche un prestigio intellettuale la rabbia e l’invidia aumentano. Se poi il gigante lo incontriamo in care e ossa e non solo tramite la sua opera è ancora peggio.

Ma salire sulle sue spalle è salutare e inizia riconoscendo che abbiamo a che fare con un gigante. Se non ne vediamo le proporzioni, non possiamo salire sulle sue spalle. Oppure pensiamo di poterci caricare sulle nostre spalle la sua grandezza e ne usciamo schiacciati.

Vedere la grandezza misurarci con essa senza sminuirla o annichilirci.

su alcuni carcerati

Prima di Natale ho assistito a una mostra di disegni, sculture e modellini fatti da alcuni carcerati della Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. E’ stata un’esperienza molto coinvolgente. Ho visto delle opere eseguite con sensibilità e intelligenza, altre erano decisamente inquietanti; uno ha letto le proprie riflessioni sull’arte, confrontando la propria vita passata a quella presente e alle speranze per il futuro.

L’emozione dominante nel passato, sin dall’infanzia, individuata come la causa dei reati e la ragione ultima della loro incarcerazione, è la rabbia. Una rabbia forte, violenta e continua che come una crosta copriva un dolore altrettanto forte, continuo e irresolvibile. Nelle parole di chi narrava la propria biografia psicologica ed esistenziale c’era anche la scoperta che attraverso il disegno, lo studio l’individuo aveva la possibilità di conoscersi e di darsi una forma, un limite. L’arte e lo studio come via di conoscenza per trasformarsi e riscattarsi.

Ma anche una doppia riflessione: non coltivare la propria rabbia interiore e amare con delicatezza e intelligenza le giovani vite in modo da non renderle schiave della loro, e nostra, rabbia.

sole, settembre e ricordi

E’ possibile descrivere e raccontare la vita vissuta fra i 7 e i 13 anni? Di quegli anni ricordo le vacanze, che passavamo da giugno a settembre, in Valle Gesso, Cuneo. Tornavamo a Torino il giorno prima dell’inizio della scuola in una condizione di completa e irrimediabile impreparazione scolastica.

Era una località fuori mano e questo permetteva ai nostri genitori di lasciarci liberi di scorrazzare per la strada del paese e sulle montagne. Erano mesi felici e forse lo sapevamo. E’ quasi impossibile descrivere cosa sia la felicità a 10 anni o a 11 o a 8. Il sole, la libertà, la bicicletta, una audio cassetta con della musica, gli amici con cui giocare. Mangiavamo del pane all’olio con la Nutella che ci preparavamo da soli. Scalavamo gli alberi e risalivamo il fiume. Durante le gite cercavamo cespugli di lamponi e more e le mangiavamo con metodo e concentrazione. Incuranti di tutto.

Ciò che resterà per sempre in me sono il sole del tardo pomeriggio e gli odori dei boschi. Se a settembre c’era il sole trascorrevamo un mese pressoché estatico fatto di giornate che si accorciavano, limpide e con le foglie che si ingiallivano. L’odore della resina dei pini mescolata alla terra umida e fungosa. Il freddo la sera e il caldo il giorno. Le strade senza auto e il silenzio sovrastante.

Ricordo con struggimento il tardo pomeriggio, il sole caldo e i villeggianti della domenica che andavano via. La montagna e la sua luce erano nostalgià già allora. Non c’era il tempo per pensare, ma neanche il desiderio di farlo. Solo l’impulso vitale a slanciarsi verso il giorno successivo nell’impressione che l’eternità fosse a portata di dita.

Quell’odore mi accompagna da allora. Mi stordisce e mi entusiasma ancora, come se potessi ancora immergermi e amare la terra, il sole e gli alberi. Talvolta camminando per alcuni posti di montagna lo sento, allora mi giro di scatto sperando che l’aria si squarci e mi faccia ancora vivere quella luce e quella nostalgia.

studiare, tempo e futuro

Ormai insegno filosofia da diversi anni e da diversi anni partecipo come membro interno o esterno agli esami. Ho interrogato e ascoltato interrogazioni di studenti con preparazione incerta, salda o, in molti casi, approssimativa ma in qualche modo accettabile. Nel tempo ho compreso alcune cose che, per me, sono snodi dell’insegnamento e dell’apprendimento.

Studiare è un lavoro intellettuale che costa grande fatica. Per ripetere e interpretare un argomento si deve leggere e poi elaborare e memorizzare, non necessariamente in quest’ordine; comunque si attraversano disorientamento linguistico e concettuale, talvolta vera e propria disperazione. Provare questi stati d’animo è positivo, perché grazie a essi la persona si conosce, sperimenta i propri limiti cercando di superarli. In questo senso studiare contribuisce a costruire l’autostima e la fiducia nella capacità ad affrontare le difficoltà e i problemi della vita.

Ma non è solo questione dell’effetto psicologico positivo legato al superamento delle propri limiti.

Studiando l’individuo forma la mente con linguaggio, ragionamenti e idee complesse formulate da persone eccezionali e così si accende la capacità di conoscere, di usare le conoscenze con consapevolezza e lucidità. Ed è questo a essere cruciale. Autostima, coraggio, onestà dipendono anche dalla consapevolezza delle proprie capacità di ragionamento e di comprensione la realtà. Conoscere le cause della Seconda guerra mondiale, narrare la morte di Socrate, sapere sciogliere gli strati di significato della Divina commedia, correlare una funzione a un grafico, individuare e riportare il ragionamento contenuto in un testo di filosofia sono processi che migliorano le persone, rendendole meno disponibili ad assecondare il primo oratore violento dispensatore di sogni deliranti e promesse senza futuro. Conoscere e ragionare rende gli individui meno soggetti a subire gli alti e bassi della vita.

Perché la mente si attivi e le persone ragionino e siano autonome occorre tempo. Un anno o sei mesi possono determinare la riuscita o il fallimento di una vita. Molte volte il bisogno di tempo non è evidente e in nome dell’efficienza o della “società liquida” si preferisce accorciare, togliere, ridurre, alleggerire per “arrivare prima”. Ma la risposta è proprio nell’avere tempo per arricchire la mente di idee, cognizioni, metodi e così dare corpo alla mente e possibilità alla vita delle persone.

Tutto il resto è retorica.

bob dylan

Scriverò di Bob Dylan e so che alcuni amici mi prenderanno in giro. Ma tant’è, non riesco a non ascoltare le sue canzoni, e proprio quelle degli anni Sessanta tipo Blowing in the wind, The times they are a’changing, One of us must know, Like a rolling stone.

Non sono le canzoni della mia generazione, perché sono nato quando Dylan le cantò per la prima volta. Non sono state una bandiera della mia frattura generazionale. Per me sono qualcosa di diverso. Uno dei ricordi degli anni della prima adolescenza è Blowing in the wind cantata da me in solitudine, una mattina mentre camminavo in montagna: answers of my friend are blowing in the wind. Non ero più solo ma ero assieme a persone interessanti e misteriose con cui parlavo.

Altre canzoni le sapevo senza sapere come, come con i Beatles. Non so dire quando o come ho sentito Hey Jude o Yesterday. Sono tutte lì, nella mente e nel cuore degli uomini da tempi immemorabili e quando un musicista ascolta e le canta una scheggia dell’eternità ci commuove.

Torno a Dylan. Oggi lo ascoltavo dal cellulare viaggiando in treno e respiravo curiosità e audacia. Provavo uno struggente desiderio di viaggiare on the road, come negli anni Sessanta. Era il desiderio umano e millenario di verità, di scoperta, di amore. Mi sono commosso pensando alla vita che palpitava nella voce già antica di Dylan giovane e che mi ha dato sollievo da ragazzo. Mi sono commosso pensando al mio presente con le persone che amo. Mi sono commosso per il futuro con le persone che amo. Per le avventure che si aspettano.

no one left to keep – it’s me

C’è un grande disco intitolato The lamb lies down on Broadway dei Genesis. E’ un gran bel disco da cui il gruppo non riuscì a sopravvivere. Già durante le registrazioni i Genesis litigano; durante il tour americano Peter Gabriel decide di abbandonare i Genesis che poi diventeranno una banda pop di alta qualità ma con dischi sempre meno appassionanti.

E’ una opera rock complessa che non posso riassumere qui e mi limito a dire che racconta il percorso di consapevolezza di Rael, un teppista portoricano che dai bassifondi di New York scopre sé stesso e l’affetto per e del fratello. Ora mi concentro sulla penultima canzone del disco: In the rapids (video con immagini del concerto), che canta il salvataggio da parte di Rael del fratello dalle rapide di un fiume. Musicalmente semplice, sopratutto se comparato con altri brano del disco, ma ricco esprime una idea che mi era difficile capire quando lo ascoltavo da giovane e che ora forse mi è più chiara. Rael salva da un fiume impetuoso il fratello e appena lo estrae dall’acqua scopre che il volto di chi ha salvato è il suo stesso volto. Ovvero Rael salvando il fratello ha salvato sé stesso. L’idea è che attraverso l’altro scopriamo noi stessi. Sotto una parte del testo della canzone: Rael controlla di non aver abbandonato nessuno nelle rapide del fiume, buie e profonde. Ma qualcosa è cambiato: “quella non è la tua faccia, ma la mia!”

In the rapids

scrivere 2

Scrivere è impegnativo. E’ una affermazione banale ma alle volte nelle banalità si nascondono molte cose.

In cosa consista l’impegno, ovvero la fatica, di scrivere è da esplorare. In prima battuta direi che scrivere implica attivare e mantenere il dialogo con sé stessi all’interno della comunità umana. Per lungo tempo ho pensato che salire sul palco e recitare fosse lo strumento migliore per entrare in relazione con gli altri, ma in certa misura è una comunicazione a una via indirizzata verso l’attore. Scrivere mi pare che implichi una intersoggettività che l’istronismo può oscurare.

musica e libri

Leggere e ascoltare, e in una certa forma derivata, scrivere e ascoltare, mi paiono molto vicini, anzi quasi intrecciati. Durante l’adolescenza, la principale lettura dei miei pomeriggi era un libro di Pier Tacchini: I grandi della musica pop. Strutturato in modo molto semplice: gruppi e autori in ordine alfabetico ciascuno con discografia e descrizione dei dischi migliori e di quelli da evitare.

Per me è stato un riferimento per orientarmi nei gruppi e nelle tendenze. Ora è terribilmente datato e le osservazioni critiche di Tacchini non sono così articolate. Ma leggerlo allora mi ha fatto immaginare concerti epici, sessioni di studio irripetibili, vite di artisti tormentate e creative. Tutte cose molto adolescenziali. Ma c’era una strana e inspiegata relazione fra la parola e la musica.

registri e cassetti

Incontro con alcuni colleghi nuovi: alcuni cordiali e altri oppositivi; ritirati registri. Ha inizio la caccia al cassetto: alcuni chiusi da ere geologiche, altri dominio di mitici professori intoccabili. Capire chi è chi è richiederà del tempo.

Sono in due scuole e una ha anche una succursale: dall’altra parte della strada su cui si affaccia la sede. Forse io non la chiamerei succursale, ma la mia opinione non ha nessun peso al riguardo.

Il momento della conquista, o dell’assegnazione, del cassetto è un cruciale, forse tanto importante quanto la presa in servizio. Custodire il registro nel cassetto perfeziona il contratto fra individuo, d’ora in avanti “Docente”, e Ministero dell’Istruzione. Ora è tutto ufficialmente in ordine, a norma e in un luogo riconoscibile dell’universo. In quella manciata di centimetri cubici viene salvaguardato il lato ufficiale e istituzionale del rapporto fra studenti e docente. La vita resterà fra i muri delle aule e sarà ricordata poi dagli studenti, quando saranno adulti e i registri saranno stati impacchettati e dimenticati in qualche scantinato.