stateless

Ho visto la miniserie di Netflix Stateless, apolide. E’ ambientato in un centro di detenzione di immigrati irregolari australiano, in un luogo imprecisato del bush. Kate Blanchet è produttrice e attrice.

Nel centro si intrecciano le storie di quattro persone, molto diverse fra loro: Sofie Werner, una hostess con gravi problemi psichiatrici che vuole fuggire dall’Australia e della famiglia; Ameer un rifugiato afgano partito con la famiglia in cerca di asilo politico; Cam Sandford, uomo sposato che inizia a lavorare nel centro come guardiano per mantenere la famiglia; Claire Kowitz funzionaria incaricata di indagare sui metodi del centro di detenzione.

In base alla legge australiana nel centro è trasferito chi è sospettato di vivere nel Paese senza adeguata documentazione. L’isolamento fisico dell’impianto, le dinamiche fra personale e immigrati, le pressioni politiche rendono il luogo un teatro di ingiustizie, violenze, sacrifici, dolore e solidarietà.

Tratta dalla storia vera di Cornelia Rau (nella serie Sofie), incarcerata illegalmente per dieci mesi fra il 2004 e il 2005, la serie, ideata dall’attrice Cate Blanchett, ambasciatrice dell’UNHCR, racconta la condizione dei migranti e richiedenti asilo in Australia prigionieri di un limbo estenuante, una gabbia in cui sono solo un numero. Una gabbia gestita da personale di un’agenzia privata.

Credo che questi luoghi infernali esistano e siano molti, di più di quelli che ci piace pensare. Se sappiamo qualcosa di questo è solo perché una donna australiana è stata ingiustamente reclusa.

Un giorno impareremo a credere anche a chi non è della nostra stessa nazione o non ci è simile.