esami: alle volte ritornano

Non finiscono mai, come si ripete da tempo. C’è sempre un nuovo esame da sostenere e mentre si è sotto torchio l’esame è interminabile

Ma quest’anno è tutto diverso perché il “Covid”, la “didattica in presenza” e il “disastro formativo di questa generazione”. Disastro che può essere evitato solo con un esame. Si sa che gli esami purificano e questo esame odora di ordalia.

Poi ci saranno i post scandalizzati su:

  • Vestiti degli studenti.
  • Linguaggio degli studenti.
  • Preparazione degli studenti.
  • La DAD e gli studenti.

Poi ci saranno post indignati su:

  • L’esame di 7 anni fa.
  • L’esame di 22 anni fa.
  • L’esame di 33 anni fa.
  • La maturità dei tempi andati.
  • L’esame delle elementari di 50 anni fa e l’esame di stato del 2021.

Post indignati ovunque, comunque, dovunque, su chiunque.

scuola che cambia: e le superiori?

Ho acquistato un periodico nuovo, Vita, che, come riporta nell’intestazione, è un portale di Sostenibilità sociale, politica ed economica. Ne ignoravo l’esistenza e dopo un passaggio sul sito, metto sito e rivista cartacea in quarantena: c’è un lungo articolo su Agamben e sul passaggio dalla biopolitica alla biosicurezza che mi lascia perplesso. Ma non è di questo che voglio scrivere perché è altro ciò che mi dà da pensare.

Il numero di settembre è dedicato alla scuola con tanto di titolo in copertina: “Una nuova scuola si può fare”. Condividendo la speranza acquisto la rivista. All’argomento “nuova scuola” sono dedicate 52 pagine su 98. Ben più della metà. Molti gli articoli e i temi toccati ma mi pare che qualcosa non torni, a parte un certo tono stucchevole che attraversa le descrizioni dei fantastici risvolti delle classi aperte, senza muri, con tecnologie avanzate, della collaborazione fra territorio, scuola, famiglie, associazioni, reti e altro ancora; a parte il sapore celebrativo legato alla totale mancanza di senso critico che almeno esponga un limite delle sperimentazioni o dei corsi innovativi. A parte queste e altre cose che posso sopportare nella misura in cui si tratta di fare breccia in abitudini, immagini e pregiudizi consolidati nei secoli per cui ora non è importante soffermarsi sugli aspetti problematici del cambiamento ma cambiare. Inoltre, mi dico, ben venga la diffusione di buone pratiche del mondo della scuola, altrimenti sommerso da luoghi comuni, semplificazioni sconcertanti e politiche superficiali. Dopo tutto questo resta un problema cui non so dare una risposta plausibile.

Dove sono le scuole superiori?

Nelle 52 pagine leggo interviste a dirigenti di scuole primarie, dell’infanzia, delle scuole medie. Ma dove sono i docenti e le esperienze delle scuole superiori? Possibile che non ci sia nulla di equivalente nelle scuole superiori? La mancanza dipende dai docenti delle superiori che “non sperimentano la scuola senza muri” oppure dai giornalisti che si soffermano alla fase della formazione dei ragazzi affidata al ciclo della scuola italiana con maggior riconoscimenti internazionali? Oppure i diversi ordini di scuola hanno mitologie proprie: le scuole elementari sono la curiosità fiduciosa dell’infanzia; le scuole superiori l’inquietudine colma di nostalgia di quasi uomini e donne in vista della “vita vera”.

Non so dare una risposta. Durante decenni di insegnamento nella scuola superiore, ho incontrato docenti conservatori, innovativi, rassegnati, spaventati, preparati, impreparati e altro ancora. E forse la mappa delle competenze e degli atteggiamenti nella scuola primaria non è così radicalmente diversa. Per me la maggior parte del lavoro in aula è consistito nella spiegazione e nella lettura di libri di testo, relativamente costosi, a studenti che legano la propria autostima al voto. Ho organizzato attività alternative (per esempio durante il lockdown), “fuori le mura della scuola” e ho avuto delle conferme, per esempio che gli studenti misconoscono la scrittura condivisa perché sono stati addestrati per anni a suddividere studio e lavoro di gruppo in ricerche individuali poi messe una dopo l’altra; che l’impegno delle persone non cambia a seconda della metodologia didattica, innovativa o tradizionale; che a proposte interessanti per me non necessariamente seguono risposte appassionate degli studenti. In sintesi, che fare previsioni e formulare leggi è sempre rischioso.

Detto tutto ciò, una domanda continua a frullarmi per il capo:

Dove sono i docenti che sperimentano nuove strade per le scuole superiori?

Miur e uso corretto cellulari

Usare i cellulari in aula durante le lezioni si fa da anni sia per iniziativa spontanea dei docenti sia su “permesso” dei Ministri precedenti. In fondo queste atti istituzionali non fanno che presentare come innovazione quella che è una fotografia della realtà. Il tutto condito da quel falso modello analitico del “vantaggi e svantaggi del digitale”.

La vera novità sarebbe una trasformazione delle aule, del corpo docente e delle case editrici all’altezza della Quarta Rivoluzione che ci sovrasta trascinandoci chissà dove.

https://www.orizzontescuola.it/il-miur-promuove-uso-corretto-cellulari-e-informa-su-rischi-salute/

Copenaghen: partire

Partecipo a un corso di formazione europeo dedicato alla didattica digitale. La modalità è decisamente innovativa e poco nota in Italia: job shadowing. Ma di questo parlerò nei prossimi giorni.

Sono partito con il bus diretto a Malpensa in una tiepida giornata primaverile di Torino per atterrare in una gelida terra nordica battuta da un vento forte e tagliente. E pensare che ho sempre pensato che tagliente fosse un’espressione letteraria un po’ stantia, invece le gocce d’acqua ti tagliano la pelle del viso senza pietà. Sotto metto due foto dall’aereo: una il paesaggio italiano e l’altra il paesaggio danese.

Come sempre mi accade quando esco dagli italici confini, ho la netta percezione di conoscere un modo civile, avanzato, laborioso e gentile.

Il terminal 2 di Malpensa un caos totale con code disordinate. L’arrivo all’aeroporto di Copenaghen è entrare in un mondo ordinato con distributori automatici di biglietti di bus e treni che puoi pagare in contanti, con carta di credito e bancomat.

E poi le bici. Quante biciclette nelle fredde strade. Aggiunegrò delle fotografie.

lavoro in classe: le passioni 

Gli studenti hanno letto a casa un approfondimento sulle passioni e scritto una relazione. Oggi in aula la classe è divisa in gruppi ciascuno dei quali tratta un argomento:

  • Libertà e necessità;
  • Passioni e morale;
  • Corpo e anima.

Fra due settimane, dopo la gita l’istruzione, ogni gruppo completerà il lavoro e poi ne discuterà con gli altri gruppi.

scuola senza test?

Idea che ricorre con una certa regolarità  e che serpeggia fra docenti e studenti. Non ho idee chiare in merito all’efficacia dei test e dei voti. Talvolta mi pare che valgano solo a patto di così tante riserve, che forse non valgono affatto. Ma se non assegno voti, come faccio? Preparo ragazze e ragazzi al lavoro? In fondo gran parte del lavoro è fatto di vultazioni, assessment, giudizi e altre amenità del genere. Non è disonesto non addestrarli a quella cosa spietata e meravigliosa che è la vita?

Ho letto un articolo dedicato alla scuola Bate Middle School nel Kentucky che educa senza fare test. Molte cose note: didattica incentrata sui processi di apprendimento dello studente, sviluppo delle competenze, studenti che si dedicano a progetti interdisciplinari. In realtà vuole differenziarsi dal Common Core, progetto statunitense finalizzato alla definizione di standard comuni nazionali in matematica, storia, lingua e letteratura. In questo senso la proposta americana ha delle sfumature politiche che qui sfuggono o non sono rilevanti. In linea di principio questa idea negli Stati Uniti giustifica l’insegnamento a casa, tanto caro a molti gruppi religiosi fondamentalisti.

Ma, in Italia, quanti progetti per competenze sono ritenuti credibili per preparare all’esame di stato? Quasi nessuno e sopratutto, molti docenti interrogano imperterriti the classical way.

Inoltre, esiste una relazione fra questa modalità di apprendimento e l’educazione tramite il digitale?

tablet e apprendimento

Leggo l’articolo di Gianni Marconato L’uso dei tablet migliora l’apprendimento? Pare proprio di no. L’articolo riferisce la ricerca Impara digitale – Monitoraggio, condotta della Bocconi nell’anno scolastico 2012/2013 e pubblicata nell’ottobre del 2013. Nel riportare il contenuto della ricerca della Marconato è corretto e anche la tesi di fondo – la qualità dell’apprendimento dei ragazzi non migliora con l’uso dei tablet – è condivisibile e in un certo senso già nota. Ma come per tutte le ricerche, è importante perché chiarifica e sistematizza intuizioni soggettive o non argomentate.

Sopratutto aiuta a sgombrare il campo da un fraintendimento relativo alle “nuove tecnologie” che non sono degli strumenti grazie ai quali l’apprendimento miracolosamente migliora ma sono strumenti che occorre sapere usare per vivere e operare nella realtà analogico-digitale in cui ci troviamo a esistere. In questo senso la cittadinanza digitale ha grande importanza, aggiungo io.

Saper usare le “nuove tecnologie digitali” richiede sviluppo cognitivo, maggiore sensibilità sociale e competenze comunicative evolute. Ma senza l’intervento del docente che motiva, incita, stimola e modula le attività a seconda delle persone, qualsiasi piattaforma resta inerte e anzi può diventare un ostacolo.

In conclusione qualche interessante scoperta della ricerca:

  • l’uso dell’italiano non cambia e si mantiene di buona qualità sia online che offline, a differenza delle materie scientifiche e della matematiche, che online sono insegnate con un metodo del tutto diverso da quello offline;
  • gli studenti con maggiori difficoltà possono giovarsi di più dell’apprendimento online rispetto a quelli già con buon rendimento. Forse perché le nuove tecnologie hanno un effetto novità che dà maggiori motivazioni.

la cittadinanza digitale

A leggere certi giornali sembra che la rete allontani le persone isolandole in selfie narcistici e privacy violate. A me non sembra, anzi mi pare proprio il contrario. E con questo post vorrei parlare di come un incontro avvenuto in rete abbia portato a un evento creativo.

Circa un anno fa in un gruppo di Linkedin ho uno scambio di pareri e di idee con delle persone: Marco Pozzi e Sandra Troia. Abbiamo idee simili sulla rete, sull’uso delle tecnologie digitali per insegnare, sulla possibile presenza e sull’assenza reale delle rete nella scuola. Sui docenti schiacciati dalle “grandi visioni sulla scuola”, dalla realtà lavorativa povera e dalle speranze quasi dimenticate.

Ci siamo appassionati a una idea: proporre la cittadinanza digitale ai professori perché la insegnino ai ragazzi. Ci siamo dati un nome, Modemlab con cui ci siamo presentati a Didamatica 2013 con l’intervento Educare alla cittadinanza digitale: dall’analogico al digitale e viceversa. Azioni integrate e dinamiche di informazione/formazione per docenti ed allievi della società della conoscenza. Ci siamo visti per la prima volta dal vivo. Ma non ricordo imbarazzi o sorprese particolari. In fondo le cose importanti ce le eravamo dette online e avevamo iniziato a scriverle.

Poi abbiamo proseguito a discutere e progettare. E ora siamo giunti alla seconda fase del nostro progetto: abbiamo pubblicato un libro, molto cartaceo e molto digitale. Tratta di come la rete e la “realtà” si intersechino e non possano essere separate, se non in un artificio ideologico.

Perciò non rivoluzione o reazione ma integrazione e mediazione.

Il libro è Educare alla cittadinanza digitale. Un viaggio dall’analogico al digitale e ritorno, Tangram Edizioni Scientifiche.

Ne riparlerò.

resistenze alla didattica online

Quando si parla di didattica digitale, spesso leggo o ascolto prese di posizioni drastiche e nemmeno troppo velatamente catastrofiche. Spesso sono enunciate da persone o gruppi che associano l’uso di strumenti informatici, social network e altre cose “digitali” a una certa spersonalizzazione. Inoltre alcuni sostengono che essendo internet “solo” uno strumento occorre in qualche modo misurarne, se non ridimensionarne, la portata rispetto al fine pedagogico della scuola o in generale dell’insegnamento. In ogni caso c’è una forte dose di ironia, se non sarcasmo, di fronte alle nuove tecnologie, vissute nel migliore dei casi come un’innovazione non innovativa. Potrei dire che per molti è una “americanata”.

Qua vorrei concentrarmi sulla seconda affermazione: sono i fini pedagogici e didattici a dover misurare, e se necessario limitare, l’ingresso di “internet” nella scuola. Elenco alcune osservazioni:

  • Non sopravvaluterei la capacità degli “obiettivi formativi” di incidere sul comportamento o sulle abitudini delle ragazze/i. Spesso tali obiettivi sono le enunciazioni delle speranze dei docenti.
  • Ammettendo che gli “obiettivi formativi” siano incisivi, occorre specificare a cosa ci si riferisce quando si dice che sono rivolte alla “persona”. Non credo a una persona reale, quanto a un’astrazione frutto di una certa quantità di letture e di discussioni che non tengono conto degli studenti concreti. In questi casi, l’obiettivo è lo “sviluppo personale” nelle “dinamiche sociali” con “adeguati strumenti concettuali”, “linguaggio disciplinare” e “consapevole acquisizione delle competenze”. Ma se non  si riconosce che scrivere su Facebook, per esempio, implica comunicare in un contesto sociale complesso, che richiede competenze linguistiche, sociali, logiche ed empatiche talvolta elevate, allora lo “sviluppo personale” e la “consapevole acquisizione di competenze” restaranno dichiarazioni formali che allontanano ragazzi e ragazze dall’apprendimento.
  • Quale che sia l’obbiettivo didattico e formativo, queste affermazioni non colgono il vero nocciolo della questione: “internet” sta cambiando in modo profondo e irreversibile il modo di intendere la condivsione della conoscenza. Da questo punto di vista, sono proprio i fini dell’educazione e della didattica a dover essere messi in discussione. Ovvero cambiando lo strumento, cambiano modi e in qualche misura i fini sono influenzati.