una storia nella Storia: una cecchina sovietica

Non era un cecchino qualsiasi ma uno dei cecchini più micidiali della Seconda Guerra Mondiale, e forse del secolo. Dal mirino del suo fucile ha visto cadere e morire 309 fra soldati e ufficiali nazisti, uccisi nel periodo fra il 1941 e l’assedio di Sebastopoli nel 1943. Questa è la storia di Ljudmila Pavlicenko raccontata da lei stessa.

Durante la guerra

E’ gelidamente spietata contro i nazisti e inflessibilmente fedele all’URSS ma in lei fedeltà e spietatezza sono ugualmente sentiti. Le uniche tenerezze sono riservate al secondo marito, conosciuto sul fronte e morto in battaglia, e al figlio, che durante la guerra vive con la madre della Pavlicenko. Per il primo marito poche parole sprezzanti.

Poi ci sono il sentimento cameratesco per i soldati oltre che l’ubbidienza venata di schiettezza per i superiori. Conquista la stima di soldati e superiori in un ambiente profondamente maschilista perché è brava, affidabile. Impara in fretta a orientarsi nei boschi grazie agli insegnamenti di un guardia boschi a cui i nazisti hanno ucciso figlie e moglie. Poi ci sono i bambini di Sebastopoli per i quali un giorno trascorso senza uccidere nazisti è un giorno perso.

Dal racconto la rabbia, il desiderio di vendetta di un intero popolo si concentrano nelle dita della Pavlicenko e nei suoi occhi che attraverso l’oculare guardano il nazista afflosciarsi morto. Odio e strategia militare si uniscono nelle dita e negli occhi di Ljudmila Pavlicenko quando smette di uccidere con un colpo solo e inizia a ferire al ventre con il primo proiettile e con altri due colpisce altri punti del corpo così che il terrore invada il cuore dei nazisti che muoiono soffrendo colpiti da un luogo ignoto dell’universo. Come se ci fosse un angelo sterminatore che punisce da lontano. Forse ha provato piacere per questa agonia colma di terrore inflitta ai nazisti? Forse questo odio di un popolo è stato il motore della vittoria dei russi, ancora prima che i comandi di Stalin?

Presto l’esercito la usa come strumento di propaganda e arrivano fotografi che la mettono in posa per foto di circostanza e giornalisti che scrivono articoli di incoraggiamento per i cittadini e i militari. Ma lei preferirebbe tornare a uccidere nazisti.

Viene inviata da Stalin stesso, assieme a due altri cecchini, negli Stati Uniti in una missione metà diplomatica metà di propaganda per convincere gli americani, e soprattutto Roosevelt, ad aprire un secondo fronte in Europa contro i nazisti. Nella missione la Pavlicenko conosce Eleanor Roosevelt, moglie del Presidente americano, e ne resta ammirata, per la sua indole profondamente democratica. Durante la permanenza negli Stati Uniti prima e poi in Inghilterra, riporta spesso il desiderio di tornare a combattere. In alcuni episodi si può cogliere in controluce una paura sottile: paura di essere considerata traditrice dalla nomenklatura e da Stalin. Soprattutto quando un ricco americano scrive ad Eleanor Roosevelt e all’Ambasciata sovietica per sapere come poter sposare la Pavlicencko. In questa circostanza la fredda cecchina sembra balbettare e perdere la propria forza, ma più per timore delle reazioni del partito che per la proposta in sé. Del resto la frequenza con cui sottolinea continuamente la bravura, la preparazione degli ufficiali, le frequenti citazioni degli ufficiali presenti alle manifestazioni ufficiali e alle commemorazioni fanno pensare alla preoccupazione sotterranea di chi teme il potere ed è consapevole della forza del potere capriccioso dell’apparato.

Dopo la guerra

Il dopoguerra per la Pavlicenko è una storia tutta diversa. Le armi nucleari rendono superflui i cecchini, le prime linee e tutte le manovre sul campo. Lei studia storia all’università che aveva iniziato prima di essere arruolata come soldato. Partecipa alle commemorazioni della vittoria sul nazismo che si susseguono negli anni. Ma lei soffre a vedere che le scuole di addestramento per i cecchini vengono chiuse, che la guerra con i fascisti diventa storia.

Con gli anni la vita della Pavlicencko si arricchisce di elementi rimasti in secondo piano perché quando un essere umano va in guerra e combatte, fa ciò che un soldato deve fare e il dovere per i cecchini è uccidere un nemico di cui si vedono i lineamenti, le smorfie di dolore, l’espressione stupita per la morte improvvisa e si diventa degli eroi per questo. Ma poi il desiderio della giusta vendetta, l’odio di tutto il popolo incarnati nel movimento del dito sul grilletto lavorano nella mente e nella carne. Scavano in profondità. I 309 nazisti uccisi con un colpo preciso sparato da un punto nascosto e lontano continuano a vivere nascostamente e vicino ai pensieri del cecchino. Sappiamo dall’introduzione che la Pavlicenko ebbe dei problemi con l’alcol. Lei non ne parla ma ripete che non tutti possono essere cecchini, che occorre avere una psicologia particolare, che pochi sanno mimetizzarsi nell’ambiente fino a scomparire, interpretarne i segni, essere foglia fra le foglie, che pochi sanno restare nei buchi scavati e nascosti dopo aver sparato mentre i nemici battono il terreno per scovarti. Pochi sanno partire in missione portando con sé una pistola da usare se si viene scoperti per uccidere sette nemici riservando l’ultimo proiettile per sé. Forse bisogna saper amare la solitudine mentre si odia il nemico, così tanto da guardarlo mentre muore e restare immobili, in silenzio nelle ore successive per non farsi scoprire dai nemici assetati di vendetta. Il cecchino da solo in compagnia del nazista appena ucciso.

Ljudmila Pavlicenko muore nel 1974.

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