Goethe, dietro le quinte

Per una delle tante coincidenze che capitano nel tempo, mentre ricordo gli eventi dietro le quinte della mia esperienza teatrale in gioventù, incappo in una riflessione sul rapporto fra vita, teatro che tocca lo stesso argomento. E’ tratta dal libro di Vittorio Mathieu Goethe e il suo diavolo custode, Adelphi, Milano, 2002, pagina 126.

Sulla scena si muovono gli attori, e l’azione si svolge in un tempo che, per chi guardi dall’esterno, è immaginario, mentre per l’azione scenica è reale. Ma lo spiegamento spaziotemporale sulla scena non sarebbe possibile senza un rapporto continuo con ciò che avviene dietro il palcoscenico, e che sulla scena non si deve vedere. Anche ciò che avviene nel retropalco è un insieme di movimenti, ma il tempo e lo spazio di questa azione sono immaginari rispetto a quelli della scena, e viceversa. In geometria si introduce un operatore comunemente indicato come i, o √-1, che trasforma un numero reale in un numero immaginario, facendo ruotare la retta dei numeri di novanta gradi. Scrivendo ad esempio ib, indico l’immaginario di b , e così via. Grazie a questo schema, della rotazione di 90°, si scorge che l’immaginario (o ‘chimerico’, o impossibile, ecc.: tutti aggettivi attribuiti ai numeri che noi chiamiamo immaginari) è nulla nella dimensione del reale e viceversa, perché si espande in una diversa dimensione sua; componibile, peraltro, con la dimensione del reale. In questo senso diremo che i movimenti e i tempi che si svolgono sul retropalco sono ‘perpendicolari’ a quelli che avvengono sulla scena, sulla quale non risultano. Sono, gli uni rispetto agli altri, immaginari.

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