teatro: i sette peccati capitali

Dopo Aldo dice 26 x uno, l’Anonima Teatro Studio fu coinvolta in altri progetti. Non è che capissi molto ciò che accadeva perché ero più interessato a stare fuori casa. Poi dire “faccio teatro” mi dava una certa importanza, almeno ai miei occhi.

Fui contattato, non so perché, da un regista di Vinovo o di una cittadina nei pressi. Mi chiese se volevo fare un Pierrot in uno spettacolo di mimo da tenersi in paese fra aprile e maggio. Accettai. Dello spettacolo ricordo che c’era un altro mimo, piuttosto gracile, che recitava il ruolo di una prostituta e la colonna sonora con musica dei King Crimson. E anche una discussione con il regista su come una canzone di Neil Young, The needle and the damage done, potesse dissuadere dal drogarsi.

Poi ci fu Asti Teatro 3, anno 1981, con Alberto Negro. Come ho detto, allora non capivo ciò che accadeva, cosa c’era di interessante, le novità e i rischi. Alberto ideò un spettacolo in sette parti dal titolo “I sette peccati capitali” con un intento sperimentale: anziché sette repliche dello stesso spettacolo, sette spettacoli, mai più replicati, allestiti in sette punti della città di Asti dedicati ciascuno a uno dei sette peccati capitali. Anche in questo caso non esiste nessun filmato e c’è solo qualche foto di scena oltre che una scarna didascalia nel libro Il teatro e la città (la casa Usher, pag. 137), copertina nell’immagine. Però c’era del genio che combatteva volendo emergere a dispetto di un contesto non sempre favorevole.

Io mi trovai nello spettacolo di apertura, dedicato alla “Superbia”, con Alba Parietti. Già proprio con lei. E pensate che ero talmente avviluppato nei problemi della mia vita, che non sapevo chi fosse. Realmente. Io facevo il Pierrot seduto su una sedia dietro una serie di corde tese nel cortile di un edificio d’epoca; dovevo alzarmi, rivolgermi verso il pubblico fare delle azioni e poi appariva la Parietti, superba nella sua bellezza, che mi cacciava. Lo spettacolo si teneva all’aperto e cominciava poco dopo il tramonto; per esigenze di regia dovevo essere in scena prima che il pubblico entrasse e restare immobile fino a quando non fosse partito il segnale di inizio spettacolo. Mi trovai bianco vestito, in costume da Pierrot, seduto su una sedia; fermo come un baccalà; in attesa.

La preparazione allo spettacolo fu particolare. Mi truccò Iaia Corso, nipote di Gregory Corso e costumista della RAI, che mi disse di essere stata una groupie in una tournée dei Rolling Stones. Mentre mi impiastricciava i capelli con un uovo e il viso con il fondo tinta bianco, raccontava quanto preferisse gli Stones ai Beatles. Io ascoltavo un po’ preoccupato ma in fondo affascinato.

Lo spettacolo piacque. I fotografi scattarono molte foto a me e alla Parietti. Dopo lo spettacolo, per togliermi il trucco mi lavai a una fontanella per strada. Il freddo mi fece venire mal di denti ed ebbi una guancia gonfia per tutta la settimana. Sembravo un criceto umano. Alberto approfittò della cosa e mi fece recitare nello spettacolo dedicato alla “Gola”, in cui un attore, già piuttosto sovrappeso, mangiava per un’ora. Io ero uno sguattero deforme. Lo spettacolo si tenne in un piccolo chiostro sconsacrato che dopo il nostro passaggio era cosparso di pane, carne, pesce, vino, dolci. Cibo non mangiato, sbocconcellato.

Conobbi la concretezza del teatro; sentii vicino il respiro del pubblico; il sudore e la fisicità degli attori e delle persone che circondavano la scena; il gioco di sguardi fra attori e spettatori. Erano i tempi in cui si voleva abbattere la parete fra attore e spettatore. Negli anni successivi Alberto Negro cambiò stile ma già allora c’erano elementi di rottura rispetto alla moda teatrale imperante perché nei suoi spettacoli attori e spettatori erano vicini ma allo stesso tempo separati da oggetti scenici, da quinte trasparenti, dai residui di cibo, dalle corde. Alberto rappresentava dei conflitti: la distanza nella vicinanza; eliminava la quarta parete ma per ricollocarla in altra forma. Era interessato a rendere visibili gli scontri e i conflitti.

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