le domande agli esami: alle volte delle trappole

Poi ci sono le domande e non è che siano temute solo dagli studenti. Per esempio, la prima domanda è rischiosa perché condiziona l’andamento complessivo dell’esame. Anche se conosci gli studenti e li hai interrogati negli anni, resta l’incertezza perché temi di chiedere ciò che mette in difficoltà lo studente.

Ogni studente, inoltre, ha una dotazione di circuiti neuronali personali con cui occorre sintonizzarsi. L’esame dovrebbe verificare se e quali lo studio ha consolidato negli anni. Ed è come cercare il filo di una rete immersa nell’acqua profonda del mare, con quello strumento alle volte grossolano che è il linguaggio. Tipicamente il docente ha delle reti neuronali abbastanza robuste e controllate con anni di letture, lezioni e interrogazioni che sfrutta con una certa flessibilità e capacità di ridisegnare il discorso a seconda degli eventi improvvisi, dei segnali para linguistici, dell’opportunità e dell’intuizione. Insomma può pescare nel mare della mente degli studenti usando come ami le parole.

Ma alle volte il docente ha una concezione troppo elevata del proprio compito, ha le idee troppo chiare sulla propria disciplina, cui solo pochi possono innalzarsi. A questi è riservato il trattamento degli eletti: l’interrogazione non segue il “programma”, in genere detto con il tono con cui si insulta, ma si muove liberamente negli spazi eterei della conoscenza e dell’unione mistica fra studente e docente. Per tutti gli altri c’è la domanda trappola: “Parli di ciò che preferisce”. Apparentemente per facilitare lo studente, ma di fatto per metterlo in difficoltà con la minaccia implicita: “Non ho responsabilità di ciò che ti chiedo perché sei tu che lo hai scelto”. In questi casi le domande seguono il circuito che il docente ha in mente, e al candidato non resta altro che assecondare, annuendo passivamente, il percorso terminologico snocciolato dall’esaminatore, crudelmente gentile, fino al congedo suggellato dalla fredda dichiarazione: “Passi al collega.” In genere le parole sono accompagnate dal gesto di chiusura del libro di testo. Come a concludere un discorso che il candidato non poteva capire. Ma la trappola era già stata predisposta con la prima domanda, “Mi dica ciò che vuole”. Il docente osserva con compassione il candidato caduto, ma ne gode perché la presunta purezza della sua disciplina è stata preservata. Lo studente, intrappolato in una domanda a doppio legame, subisce una violenza psicologica e un’umiliazione intellettuale, e passa al docente successivo con il senso di una sconfitta. E ritrovare termini, parole, collegamenti per chi arriva dopo è difficile, alle volte impossibile.

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