ancyent marinere

“Confessami, deh, confessami, sant’uomo!”
L’Eremita si segnò sulla fronte:
“Di’ dunque”, egli disse, “di’ dunque:
Che uomo tu sei?”

E d’un tratto questa mia carcassa fu scossa
Da spasimi atroci,
Che mi costrinsero a dire la mia storia
E solo allora m’abbandonarono.

E da allora quando il cielo trascolora,
Qualche volta o più di frequente
Quell’angoscia ritorna a farmi ripetere
La mia tremenda avventura.

Vago, come la notte, di paese in paese,
Dotato d’una strana facoltà di parola:
Non appena vedo un volto
So subito se è colui che mi deve ascoltare,
E a lui narro la mia storia.

Che frastuono s’ode dietro quella porta!
Gli invitati son riuniti là dentro,
Ma nel pergolato la sposa
E le sue damigelle stan cantando:
Rintocca la campanella del vespro
Che mi chiama alla preghiera.

O convitato! Questa mia anima solitaria
Ha vagato sul vasto mare sterminato:
Era così deserto che Dio stesso
Sembrava averlo abbandonato.

S. T. Colerdige, “The Rime of the Ancyent Marinere”, vv. 607 – 633, da Wordsorth, Colerdige, Ballate liriche, Mondadori, 1982, traduzione di Franco Marucci.

The Rime of the Ancient Mariner (text of 1834).

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