parlare a un malato grave

Se viene riconosciuto il diritto a porre fine alla propria vita, qualora le condizioni siano tali da annullare la dignità dell’individuo o le sofferenze insostenibili e l’esito infausto, allora ne deriva un obbligo stringente anche per medici, parenti e amici. L’obbligo a dire la verità sulla malattia, sul suo decorso e sull’esito al paziente, al parente e all’amico/a. Il mio nascondere priva la libertà dell’altro.

Le frasi, a metà fra il compassionevole e lo spaventato, del tipo “Non glielo hanno detto, perché … sapete com’è…” non possono più avere cittadinanza. Ne va del diritto di scelta del malato terminale, quale sia la decisione che prende.

Certo si pone il problema del dire e del come dire. Ma non si potrebbe più derogare e nascondere. Credo che anche le persone che sentano il bisogno di parlare della propria morte, anche se non sono malati terminali o distrutti dalle sofferenze, potranno parlare di ciò che pensano alla vista della morte. Chissà che non trovino possibilità di parlare anche coloro che pensano al suicidio, così che la parola permetta loro di trovare nuove speranze.

Forse il poter parlare di queste cose può ridare prospettiva, e forza, alle nostre vite.

Aggiunta successiva alla prima pubblicazione, 6/3/2017.

Rileggendo il post mi sono accorto di essere stato troppo perentorio. Credo che il ragionamento sia corretto perché, in generale, assegnare nuovi diritti agli individui aumenta l’impegno di tutti, ma allo stesso tempo so che nel caso dei malati le implicazioni logiche debbano essere misurate con la complessità della realtà e la carne viva delle persone. Anche per evitare una sorta di “accanimento sociale in nome della verità sulla morte”.

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2 thoughts on “parlare a un malato grave

  1. È una questione molto complessa. Sono d’accordo sull’importanza di parlare chiaramente al paziente. Peraltro, ogni medico è tenuto a dire la verità a un paziente che la chiede.
    Ci sono però moltissime aree grigie.E non tutti i pazienti vogliono sapere. E poi magari conoscono la diagnosi ma non la prognosi.
    Io credo sia giusto parlarne. Ma nonostante questo a volte mi ritrovo nelle mezze verità, e sento di non poter andare oltre. Il parlare è un percorso, da fare un passo alla volta. Per il tempo possibile.

    1. Vero. Non penso di imporre a forza, quasi distruggendo l’individualità della persona. Mi fa pensare che riconoscere una libertà all’altro significa contemporaneamente attribuire responsabilità a tutti o a molti.

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